XX Domenica dopo Trinitatis – Dr. Daniel Lenski

Marco 2,23-28,

Cara Comunità,
che inverno! Nel 1946, la guerra è ancora profondamente presente in tutti. Molte persone continuano a vivere in case distrutte. Lo stomaco brontola, la situazione degli approvvigionamenti è catastrofica. E poi, c’è questo freddo. Il termometro segna fino a -15°C. Sul Reno galleggiano blocchi di ghiaccio. Il materiale da bruciare scarseggia, qui a Colonia come in molti altri luoghi del Paese. Certo, i treni merci con i blocchetti di carbone attraversano la Renania. Ma prenderne qualcuno è punito severamente.
Quando l’Arcivescovo di Colonia, Josef Cardinal Frings, la sera di S. Silvestro del 1946 sale sul pulpito, molti fedeli attendono con trepidazione quel che dirà loro riguardo al nuovo anno in tempi difficili. Ma nessuno si è aspettato di sentire le parole che, alla fine, Frings trova. Spiegando il VII comandamento, “non rubare”, dice:
“Viviamo in tempi in cui, in caso di necessità, il singolo potrà prendere ciò che gli è necessario per conservare la sua vita e la sua salute, se non potrà ottenerlo in altro modo, con il lavoro o chiedendolo.”
Nessun testo di predicazione si è mai diffuso tanto velocemente come questo. L’Arcivescovo di Colonia aveva davvero sollecitato a servirsi da sé, in caso di necessità, perfino ricorrendo al furto? Le forze di occupazione britanniche sono indignate; convocano l’Arcivescovo, ma non riescono a convincerlo a ritirare le sue parole. Al contrario: Frings, più tardi, spiegherà: “Io stesso prenderei del carbone dai vagoni, se non avessi altri mezzi per scaldarmi”. Grazie a un misto di comportamento autorevole e di sfacciataggine, Frings, alla fine, non fu incriminato dalle forze di occupazione britanniche.
Cara Comunità,
quest’episodio, avvenuto quasi 80 anni fa, mi è venuto in mente durante la prima lettura del testo di predicazione odierno. Si trova nel Vangelo di Marco, al II capitolo, e ci conduce nel vasto paesaggio della Galilea al tempo del raccolto:
23 In un giorno di sabato egli passava per i campi, e i suoi discepoli, strada facendo, si misero a strappare delle spighe. 24 I farisei gli dissero: «Guarda! Perché fanno di sabato quel che non è lecito?» 25 Ed egli disse loro: «Non avete mai letto quel che fece Davide, quando fu nel bisogno ed ebbe fame, egli e coloro che erano con lui? 26 Come egli, al tempo del sommo sacerdote Abiatar, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani di presentazione, che a nessuno è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche a quelli che erano con lui?» 27 Poi disse loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato; 28 perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».
Cara Comunità,
quant’è bene che abbiamo leggi e comandamenti. Già nella nostra quotidianità le leggi dello Stato ci trasmettono sicurezza e ci consentono una convivenza pacifica. Leggi e norme regolano il traffico, proteggono la proprietà e, idealmente, fanno sì che tutti i cittadini di un Paese siano trattati allo stesso modo. Già i bambini hanno una sensibilità sicura per il significato delle regole. Si accorgono subito se non valgono per tutti le medesime regole.
Anche i comandamenti di Dio ci danno orientamento. Rafforzano la capacità di azione del singolo e conducono, in modo ideale, a far sì che tutti stiano meglio, se ognuno ci si attiene. Sì, perfino Dio si lega alla sua stessa Parola, come ci chiarisce la storia dell’arca di Noè, che abbiamo sentito leggere in italiano: «Io non maledirò più la terra a motivo dell’uomo».
A motivo dell’uomo. Questa diventa la chiave, usata anche, nel 1946, dal Cardinal Frings. Nel caso concreto del freddo a Colonia, freddo che metteva a rischio la vita, l’Arcivescovo non agisce in base a un impulso spontaneo, ma dopo matura riflessione, come sappiamo oggi. Frings pone quindi la protezione della vita individuale al di sopra della protezione della proprietà. È un dilemma classico: qui c’è una regola, che di per sé è sensata, di solito nata da buone riflessioni. E poi si arriva a capire che il diritto esistente non conduce sempre alla giustizia.
Tali ponderazioni tra almeno due beni, ciascuno dei quali meritevole di essere protetto, le conosciamo anche noi, oggi, grazie al diritto secolare: la Commissione per le petizioni del Bundestag tedesco valuta se le norme giuridiche, nel caso specifico, abbiamo condotto a un’ingiustizia. Il Presidente della Repubblica italiana ha la possibilità di graziare singole persone che sono state condannate dal tribunale. E anche qui, nei giorni e nelle settimane passate, abbiamo visto di nuovo quanto sia arduo accordare diritto e grazia.
Anche nel Vangelo che abbiamo ascoltato oggi c’è un chiaro conflitto normativo. Di sabato, Gesù va per i campi di grano con i suoi discepoli. Possiamo immaginare campi vasti, luminosi. La Galilea era considerata il granaio d’Israele. Al tempo stesso, il sabato era il giorno sacro dell’ebraismo, giorno di quiete e di ritorno al buon creato di Dio. Onorare Dio significava santificare il sabato. Se fosse lecito dedicarsi al raccolto, in questo giorno, era questione dibattuta all’interno dell’interpretazione della legge ebraica. Rubare, naturalmente, non si poteva né di sabato né in tutti gli altri giorni.
Ma proprio questo è ciò di cui i farisei, che nella terminologia cristiana sono i “canonisti” del tempo, accusano i discepoli di Gesù: “perché i tuoi discepoli fanno ciò che non è lecito?”
Gesù non evita il conflitto. Fa ciò che noi, spesso, non osiamo fare, nella bolla politica e sociale in cui viviamo oggi: non entra nel discorso. Gesù fa quel che, all’epoca, era usuale tra esperti della Scrittura: prende un altro passo biblico (in interpretazione relativamente libera, si potrebbe dire) per richiamare l’attenzione sulla proporzionalità dei comandamenti: si rifà a Davide, da tutti riconosciuto come re d’Israele. Davide, già unto, ma non ancora regnante, fu perseguitato da Saul, che era stato re fino ad allora. Davide e il suo seguito stanno fuggendo e hanno fame. Allora, Davide prega il sommo sacerdote di dargli da mangiare i pani di presentazione. I pani di presentazione erano dodici pani azzimi, che si trovavano nel tabernacolo e più tardi nel Tempio e venivano cambiati il sabato. A quel punto potevano essere mangiati dai sacerdoti. Davide non aveva alcun diritto su questi importanti pani cultuali; ciò nonostante, li pretese. Proprio così Gesù chiarisce e anche i suoi discepoli agiscono per necessità: la fame non conosce feste.
Il Nuovo Testamento è pieno di tali conflitti. Che si tratti della santificazione del sabato, di punire la cosiddetta adultera o se si debbano pagare le tasse all’imperatore. Di continuo si tratta di ponderare, cercando un accordo arduo tra concetti del diritto ciascuno dei quali, preso singolarmente, è fondato.
Anche nei nostri dibattiti attuali, nell’ambito della politica e della Chiesa, conosciamo di siffatti conflitti. E, naturalmente, diventano problematici, se fanno davvero male e notiamo che non ci sono soluzioni semplici. Desidero qui accennarne solo due.
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Dibattito sull’inizio della vita. Qui, la protezione e la dignità della via non nata è, fin dall’inizio, contrapposta alla situazione di necessità della madre in fieri che, può avere forma molto differente nel singolo caso. Una regola di protezione chiara e ragionevole, che non viene sempre richiesta, ma lo è spesso nelle circostanze drammatiche, in cui una donna concepisce. Conosco pastore che partecipano alle cosiddette marce della vita per difendere il diritto illimitato della vita non nata. E conosco pastore che accompagnano alla clinica per l’aborto le donne che non altro altro sostegno.
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Oppure, prendiamo il dibattito sulla fine della vita. Anche qui, la protezione della vita fino all’ultimo respiro. Proprio sullo sfondo della storia tedesca, è immediatamente chiarissimo perché le Chiese, in Germania, vogliano proteggere la vita in ogni fase temporale e rifiutino i centri per l’esercizio, nei loro spazi, dell’eutanasia. E, al tempo stesso, molti di noi conoscono bene la sofferenza di persone segnate dalla malattia, alla fine della vita, che sperano che questa vita abbia termine presto.
L’etica evangelica del presente si contraddistingue per il fatto che, spesso, non ha risposte semplici e univoche. Spesso parla di singolo caso, di ponderare, di differenziare. Ciò la rende attaccabile. La espone all’accusa di relativizzazione e di soggettività. Ma io non conosco altra via per porsi nel modo giusto verso queste ponderazioni enormemente ardue.
Neanche il testo per la predicazione odierna ci fornisce una chiave facile per le questioni etiche del presente, una chiave per la risoluzione di un problema di quelle che si infilano e si girano. Ma il penultimo verso accenna a una traccia che vale la pena seguire:
E Gesù disse loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato».
Qui ritroviamo ciò che abbiamo già ascoltato durante la lettura su Noè: per l’uomo, a motivo dell’uomo. Gesù conferisce ai comandamenti un volto umano. Non nega la norma stabilita, considerandola in se stessa. Nella difficile ponderazione, Gesù si focalizza su ciò che serve all’essere umano. Considera l’essere umano nel suo stato di bisogno, qui, sul campo di grano, in modo del tutto concreto: nella sua fame. Ed è pronto, per questo, a tenere in conto dei conflitti. Su questo punto concorda con Paolo che, nel nostro testo della lettura, scrive che la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica. Si tratta, in ultima analisi, sempre dell’essere umano e ciò include anche il singolo caso. Questo criterio diventa la chiave di un’interpretazione appropriata. Gesù, nel corso della sua attività d’insegnamento, si rapporta in modi molto differenti con i comandamenti dati: alcuni li inasprisce e altri li mitiga, sempre per l’essere umano.
L’evangelista Marco ha collocato quest’episodio in un campo della Galilea. Rappresenta uno dei primi racconti, proprio all’inizio del suo libro. Forse, non a caso. È come un leitmotiv: non nella sua severità, ma nella sua umanità Dio diventa esperibile in Gesù: nelle guarigioni di Gesù, nei suoi miracoli, ma, appunto anche e proprio nella sua interpretazione delle regole e della tradizione. «Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato»: vuol dire anche che, con la persona di Gesù, con l’insegnamento di Gesù comincia qualcosa di nuovo. I comandamenti di Dio non dovranno più essere interpretati se non come rivolti amorevolmente all’essere umano.
Magari sono questi due elementi a rimanere, dopo tutte le questioni ardue. Da una parte, c’è la questione se il comandamento, la regola, la nostra tradizione guardino all’essere umano nel suo stato di bisogno. Dall’altra parte, c’è la disponibilità di Gesù a non evitare le domande di chi pensa diversamente, ma a entrare in dialogo. Restare in dialogo, proprio a fronte delle nostre convinzioni personali, delle nostre domande e delle nostre ferite. Sì, cercare il dialogo con quelli che pensano diversamente e agiscono diversamente. Magari oggi è questo che possiamo di nuovo imparare da Gesù.
Amen. Letture >
I lettura: Genesi 8, 18-22.9, 12-17
8, 18 Noè uscì con i suoi figli, con sua moglie e con le mogli dei suoi figli. 19 Tutti gli animali, tutti i rettili, tutti gli uccelli, tutto quello che si muove sulla terra, secondo le loro famiglie, uscirono dall’arca. 20 Noè costruì un altare al SIGNORE; prese animali puri di ogni specie e uccelli puri di ogni specie e offrì olocausti sull’altare. 21 Il SIGNORE sentì un odore soave; e il SIGNORE disse in cuor suo: «Io non maledirò più la terra a motivo dell’uomo, poiché il cuore dell’uomo concepisce disegni malvagi fin dall’adolescenza; non colpirò più ogni essere vivente come ho fatto. 22 Finché la terra durerà, semina e raccolta, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno mai».
9, 12 Dio disse: «Ecco il segno del patto che io faccio tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. 13 Io pongo il mio arco nella nuvola e servirà di segno del patto fra me e la terra. 14 Avverrà che quando avrò raccolto delle nuvole al di sopra della terra, l’arco apparirà nelle nuvole; 15 io mi ricorderò del mio patto fra me e voi e ogni essere vivente di ogni specie, e le acque non diventeranno più un diluvio per distruggere ogni essere vivente. 16 L’arco dunque sarà nelle nuvole e io lo guarderò per ricordarmi del patto perpetuo fra Dio e ogni essere vivente, di qualunque specie che è sulla terra». 17 Dio disse a Noè: «Questo è il segno del patto che io ho stabilito fra me e ogni essere vivente che è sulla terra»
II lettura: II Corinzi 3, 3-9
3 è noto che voi siete una lettera di Cristo, scritta mediante il nostro servizio, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente; non su tavole di pietra, ma su tavole che sono cuori di carne. 4 Una simile fiducia noi l’abbiamo per mezzo di Cristo presso Dio. 5 Non già che siamo da noi stessi capaci di pensare qualcosa come se venisse da noi, ma la nostra capacità viene da Dio. 6 Egli ci ha anche resi idonei a essere ministri di un nuovo patto, non di lettera ma di Spirito; perché la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica. 7 Ora se il ministero della morte, scolpito in lettere su pietre, fu glorioso, al punto che i figli d’Israele non potevano fissare lo sguardo sul volto di Mosè a motivo della gloria, che pur svaniva, del volto di lui, 8 quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito? 9 Se infatti il ministero della condanna fu glorioso, molto più abbonda in gloria il ministero della giustizia.

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