Matteo 6, 5-15

5 «Quando pregate, non siate come gli ipocriti; poiché essi amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. Io vi dico in verità che questo è il premio che ne hanno. 6 Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa.

7 Nel pregare non usate troppe parole come fanno i pagani, i quali pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole. 8 Non fate dunque come loro, poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate. 9 Voi dunque pregate così: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; 10 venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche in terra. 11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano; 12 rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori; 13 e non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno”.

14 Perché se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; 15 ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

 

«Nel pregare», cara Comunità, «non usate troppe parole come fanno i pagani, i quali pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole. Non fate dunque come loro, poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate». Eh già. Di nuovo: eh già. Come stanno le cose, cara Comunità, con la nostra preghiera? Usiamo tante parole o poche parole? Usiamo frasi brevi, incisive oppure, semplicemente, tiritere? Blateriamo? Eh già. Di nuovo: eh già. È penoso, per me, ma di fronte al nostro testo di predicazione odierno mi sovvengono molti blateramenti. Molte parole. Parole. Ancor più parole. Un solo ricordo per molti, riguardante l’aprile scorso. Culto solenne a Berlino. Cinque religiosi di alto rango concelebravano e se ne tenne conto anche per le preghiere d’intercessione. Qui a Roma conoscete queste occasioni. Ci sono personaggi di rilievo. E al momento delle intercessioni vale la regola che ognuno ne reciti una parte. Se possibile, le diverse parti devono essere della stessa lunghezza. E ad ognuno è assegnato un tema. L’apertura la fa il religioso locale che dovrà dire qualcosa anche alla fine. Poi lo svedese: preghiamo per le vittime della guerra e della violenza. Senza dimenticare alcuna zona di conflitto: Ucraina e Medio Oriente. Poi l’australiano: preghiamo per l’unità della cristianità mondiale. Senza dimenticare gli ortodossi. E poi gli anglicani. In fondo, l’australiano è anglicano. Lo spagnolo si è visto assegnare il tema dei malati e dei moribondi, che pure vanno citati. E, naturalmente, vanno citati anche coloro che operano negli ospedali e nelle case di riposo. E coloro che sono in lutto. Non vanno dimenticati. E la conclusione preferisco farla io, perché allora si può aggiungere qualcosa che è stato dimenticato. E così, cara Comunità, vanno le cose, riguardo alle preghiere d’intercessione nei culti grandi. Molte parole. Tante, tantissime parole. Blateramenti. Ognuno deve avere il proprio testo. E ognuna. Naturalmente. E com’era la faccenda di Gesù di Nazareth e delle sue parole a proposito di pregare senza tante parole? Eh già.

Ora, cara Comunità, ci sono naturalmente buone ragioni per coinvolgere anche gli ospiti nella liturgia dei culti solenni, attribuendogli un ruolo, facendogli recitare un testo. Vogliamo essere buoni padroni di casa: vogliamo esserlo a Berlino, volete esserlo qui a Roma, in occasioni ecumeniche. Non è buona cosa dire a qualcuno, in modo rude: siate concisi. O addirittura, in modo brusco: è meglio che restiate in silenzio. Siete già abbastanza. Il nostro Signore e Salvatore, però, evidentemente voleva proprio questo. Concisi. E meglio recitare solo un Padre nostro. Così, comunque, è scritto nel testo della predicazione. La cosa migliore è solo un Padre nostro. Per tutti. Recitato da tutti insieme. Dio sa senz’altro anche quel che cosa ci opprime nell’anima, che cosa grava su di noi, che cosa ci rende gioiosi. Ma si può davvero fare come dice il testo della predicazione? Tanto concisi, come propone Gesù nel testo, non si può essere, di solito, in occasione di culti solenni e non sarebbe nemmeno bene, cara Comunità. Lo stesso Gesù, infine, fu buon padrone di casa e perfino poco prima della sua morte invitò a cena i suoi amici. Il nostro testo di predicazione non è un consulente per i culti solenni ecumenici. In quelle occasioni, se vogliamo davvero celebrare nel nome di Gesù, dobbiamo essere ospitali e le preghiere saranno un po’ più lunghe. Almeno, quando si tratta davvero per tutti solo di celebrare una festa insieme e non di voler pregare, nelle chiese e nelle piazze, per essere visti dalla gente. Di persone così, naturalmente, non ce n’erano solo in tempi remoti, ai tempi di Gesù di Nazareth, che criticò apertamente, secondo il nostro testo di predicazione, il loro modo di pregare.

Ma come stanno le cose con le nostre preghiere? Come stanno le cose, quando non ci sono cinque religiosi di alto rango che vengono al culto solenne, per cui bisogna dire qualche parola in più? Se io, cara Comunità, a casa, seduto alla scrivania, preparo i culti, di solito scrivo da me le preghiere e di rado le prendo da testi già pronti. E se scrivo le preghiere, naturalmente mi sforzo di essere breve. Anche solo perché il culto non deve durare troppo. E perché tra le preghiere recitate ci sono anche alcuni inni formulati come preghiere e perché all’inizio del culto viene recitato un salmo, che  una preghiera: in un culto normale, si prega senz’altro molto e quindi non sono necessarie troppe parole in aggiunta. In effetti, finora pensavo di non ricorrere a troppe parole e soprattutto di evitare blateramenti, quando prego insieme con la comunità riunita durante il culto: non mettere tutti i temi possibili nelle intercessioni, ma solo quelli più importanti; fare una breve preghiera d’introito; tagliare ancora qualche frase nel manoscritto. Pensavo di fare così. Eh già. E di nuovo: eh già. Ma, alcuni mesi fa, mi sono messo a riflettere, chiedendomi se invece non usi troppe parole. Mi sono messo a riflettere, cara Comunità, non solo perché dovevo meditare sul nostro testo di predicazione. Mi sono messo a riflettere perché, alcuni mesi fa, non solo ho predicato, per la prima volta, nella Thomaskirche di Lipsia, ma ho celebrato tutto il culto, con tutte le sue parti. Da allora, rifletto se anch’io non usi troppe parole, pregando. E quindi mi sono sentito colpito, dal nostro testo di oggi, come uno che blatera e induce a blaterare. Ve lo racconterò in breve.

Nella Thomaskirche di Lipsia, come ovviamente tutti sapete, cara Comunità, canta il famoso coro dei Thomaner e la musica riveste un ruolo molto, molto importante nel culto. E perciò nella liturgia, vengono cantate tutte le parti del culto e tutto ciò che può essere cantato di una liturgia. E perciò vengono cantate anche le preghiere. Per esempio, la cosiddetta preghiera d’introito, prima del Vangelo: nella Thomaskirche non viene recitata, ma cantata. Per me, era la prima volta e non c’ero abituato e pertanto mi esercitai a casa col pianoforte a cantare questa preghiera d’introito e scelsi una redazione molto antica, corredata di note, prendendola da internet. Ero sicuro di riuscire a cantare correttaemnte queste antichissime preghiere prese da internet; in fondo, non ci si vuole ritrovare a un livello troppo in basso rispetto a quello dei Thomaner.

E cantare queste antichissime preghiere, che nell’antichità pure spesso venivano associate a melodie, nate nella città di Roma, con melodie eternamente uguali, che sono in uso fino ad oggi in molte celebrazioni cattoliche, molto, molto più brevi di tutte le preghiere che ho scritto finora e che, in generale, vengono recitate nei nostri culti evangelici. Chi canta, prega più concisamente. Chi canta, prega in modo molto più conciso. Chi canta, naturalmente non blatera. Secondo quest’uso antichissimo, la preghiera d’introito della nostra domenica odierna sarebbe questa:

“Dio santo, da te viene tutto ciò che è buono e perfetto. Perciò ti preghiamo:        illuminaci, affinché riconosciamo ciò che è giusto e guidaci nel farlo. Per mezzo del

Signore nostro Gesù Cristo, tuo Figliio, che vive e regna con te e con lo Spirito Santo     nei secoli dei secoli”.

Chi canta, cara Comunità, prega in modo più conciso. Chi, come accade in alcune comunità evangeliche in Sassonia e, appunto, anche nella Thomaskirche di Lipsia, canta le preghiere classiche della Chiesa cristiana, prega in modo molto, molto più conciso. Chi canta non blatera neanche. E benché la preghiera cantata sia più breve di tutto ciò che componiamo per la preghiera, vale la bella frase: “chi canta, prega due volte”. Qui cantat, bis orat. Anche se la preghiera cantata occupa meno tempo, cantando non sono coinvolti solo lingua e bocca, ma tutto il corpo, le emozioni e l’intelletto. Chi, quindi, può pregare in modo più conciso, rinunciando a blaterare, prega però il doppio se canta. Pregare in modo più conciso e blaterare di meno, quindi, sono un guadagno, anzi, un guadagno doppio. “Chi canta, prega due volte”.

Pregare in modo più conciso e non blaterare possono quindi essere, cara Comunità, un guadagno. Non bisogna pregare sempre tanto a lungo, come in occasione di culti solenni con molti ospiti, come le persone pie al momento della preghiera a tavola o nel caso di pastori che, preparando il culto, come amava dire mio padre, non riescono a trattenere l’inchiostro. Ma su cosa fonda, Gesù di Nazareth, nel nostro testo di predicazione, il suo invito a pregare in modo più conciso, senza blaterare e, preferibilmente, recitando solo il Padre nostro? Gesù fonda il suo invito in modo stringatissimo: «poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate». Questa risposta, a prima vista, mette in discussione il senso della preghiera in modo radicale. A qual fine pregare ancora, se Dio sa già da tempo quel che ci preoccupa e quel che ci rallegra? A qual fine pregare ancora, se Dio già da tanto tempo ci ha letto in faccia di che cosa abbiamo paura e di che cosa siamo orgogliosi? A qual fine pregare ancora, se Dio già da tempo conosce le persone di cui vogliamo ricordare lo stato di necessità? Dio, infine, non è un amico dalla memoria debole, cui chiediamo un favore e glielo dobbiamo ricordare perché, magari, l’ha di nuovo dimenticato o, in qualche maniera, l’ha trascurato. Il Dio che ci ha creati ci conosce fin da bambini, con tutte le nostre preoccupazioni e paure, con la nostra felicità e le nostre speranze. Tutto questo lo sa. Ma, così come due persone che si amano continuano a dirsi che si amano, benché lo sappiano da molto tempo, perché gli piace sentirlo dire, Dio ama sentire che noi ci rivolgiamo a lui con fiducia e ciò fa bene anche a noi, cara Comunità. Non preghiamo perché Dio abbia bisogno delle nostre preghiere. Ma ne gioisce. Noi abbiamo bisogno della preghiera ed essa ci arreca gioia. Donate letizia. Confortate nel dolore. Aiutateci a non tracinarci sempre dietro le preoccupazioni per gli altri, ma a deporle sull’altare. E lì ben sono collocate.

Se prego per me stesso, cara Comunità, spesso prego in modo stringatissimo. A venirmi in mente, spesso, è la mia preghiera più breve. Per esempio, quando scendo dall’aereo a Fiumicino e respiro per la prima volta la meravigliosa aria italiana, per quanto sia gravata dal cherosene. Altro esempio: quando esco dall’autostrada e vedo per la prima volta Roma davanti a me. Allora, semplicemente, dico “grazie” e rivolgo questo “grazie” a Dio, perché mi ha donato vita e salute, luce degli occhi, di vedere gli splendidi colori di questa città, un cuore per sentire tutto questo e un intelletto per parlarne. Ma, cara Comunità, ecco che anche queste, di nuovo, sono state troppe parole. Vicine al confine del blateramento. Dico semplicemente solo “grazie”, quando prego per me stesso, nella quiete della mia stanzetta, in silenzio, solo per me.

Rogate 2026, domenica in cui il tema è la preghiera, vuole incoraggiarci a pregare. Anche un sospiro breve o un conciso “grazie” sono preghiere preziose. Una preghiera molto breve, ma Dio si rallegra appunto delle preghiere brevissime, della preghiera senza blateramenti, nella stanzetta, al culto e perfino al culto solenne. E chi canta, cara Comunità, prega e anche se prega brevemente, prega doppio. E chi consola doppiamente, è lieto doppiamente. «Il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa», dice il nostro testo. Ricompenserà una tale preghiera. Ne farà sorgere benedizione. Ricca benedizione. Che Dio ricompensi, cara Comunità, che Dio ricompensi la nostra preghiera. La nostra preghiera breve. Ma anche quella lunga.

Amen.Matteo 6, 5-15

5 «Quando pregate, non siate come gli ipocriti; poiché essi amano pregare stando in piedi nelle sinagoghe e agli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. Io vi dico in verità che questo è il premio che ne hanno. 6 Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa.

7 Nel pregare non usate troppe parole come fanno i pagani, i quali pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole. 8 Non fate dunque come loro, poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate. 9 Voi dunque pregate così: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; 10 venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche in terra. 11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano; 12 rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori; 13 e non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno”.

14 Perché se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; 15 ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

 

«Nel pregare», cara Comunità, «non usate troppe parole come fanno i pagani, i quali pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole. Non fate dunque come loro, poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate». Eh già. Di nuovo: eh già. Come stanno le cose, cara Comunità, con la nostra preghiera? Usiamo tante parole o poche parole? Usiamo frasi brevi, incisive oppure, semplicemente, tiritere? Blateriamo? Eh già. Di nuovo: eh già. È penoso, per me, ma di fronte al nostro testo di predicazione odierno mi sovvengono molti blateramenti. Molte parole. Parole. Ancor più parole. Un solo ricordo per molti, riguardante l’aprile scorso. Culto solenne a Berlino. Cinque religiosi di alto rango concelebravano e se ne tenne conto anche per le preghiere d’intercessione. Qui a Roma conoscete queste occasioni. Ci sono personaggi di rilievo. E al momento delle intercessioni vale la regola che ognuno ne reciti una parte. Se possibile, le diverse parti devono essere della stessa lunghezza. E ad ognuno è assegnato un tema. L’apertura la fa il religioso locale che dovrà dire qualcosa anche alla fine. Poi lo svedese: preghiamo per le vittime della guerra e della violenza. Senza dimenticare alcuna zona di conflitto: Ucraina e Medio Oriente. Poi l’australiano: preghiamo per l’unità della cristianità mondiale. Senza dimenticare gli ortodossi. E poi gli anglicani. In fondo, l’australiano è anglicano. Lo spagnolo si è visto assegnare il tema dei malati e dei moribondi, che pure vanno citati. E, naturalmente, vanno citati anche coloro che operano negli ospedali e nelle case di riposo. E coloro che sono in lutto. Non vanno dimenticati. E la conclusione preferisco farla io, perché allora si può aggiungere qualcosa che è stato dimenticato. E così, cara Comunità, vanno le cose, riguardo alle preghiere d’intercessione nei culti grandi. Molte parole. Tante, tantissime parole. Blateramenti. Ognuno deve avere il proprio testo. E ognuna. Naturalmente. E com’era la faccenda di Gesù di Nazareth e delle sue parole a proposito di pregare senza tante parole? Eh già.

Ora, cara Comunità, ci sono naturalmente buone ragioni per coinvolgere anche gli ospiti nella liturgia dei culti solenni, attribuendogli un ruolo, facendogli recitare un testo. Vogliamo essere buoni padroni di casa: vogliamo esserlo a Berlino, volete esserlo qui a Roma, in occasioni ecumeniche. Non è buona cosa dire a qualcuno, in modo rude: siate concisi. O addirittura, in modo brusco: è meglio che restiate in silenzio. Siete già abbastanza. Il nostro Signore e Salvatore, però, evidentemente voleva proprio questo. Concisi. E meglio recitare solo un Padre nostro. Così, comunque, è scritto nel testo della predicazione. La cosa migliore è solo un Padre nostro. Per tutti. Recitato da tutti insieme. Dio sa senz’altro anche quel che cosa ci opprime nell’anima, che cosa grava su di noi, che cosa ci rende gioiosi. Ma si può davvero fare come dice il testo della predicazione? Tanto concisi, come propone Gesù nel testo, non si può essere, di solito, in occasione di culti solenni e non sarebbe nemmeno bene, cara Comunità. Lo stesso Gesù, infine, fu buon padrone di casa e perfino poco prima della sua morte invitò a cena i suoi amici. Il nostro testo di predicazione non è un consulente per i culti solenni ecumenici. In quelle occasioni, se vogliamo davvero celebrare nel nome di Gesù, dobbiamo essere ospitali e le preghiere saranno un po’ più lunghe. Almeno, quando si tratta davvero per tutti solo di celebrare una festa insieme e non di voler pregare, nelle chiese e nelle piazze, per essere visti dalla gente. Di persone così, naturalmente, non ce n’erano solo in tempi remoti, ai tempi di Gesù di Nazareth, che criticò apertamente, secondo il nostro testo di predicazione, il loro modo di pregare.

Ma come stanno le cose con le nostre preghiere? Come stanno le cose, quando non ci sono cinque religiosi di alto rango che vengono al culto solenne, per cui bisogna dire qualche parola in più? Se io, cara Comunità, a casa, seduto alla scrivania, preparo i culti, di solito scrivo da me le preghiere e di rado le prendo da testi già pronti. E se scrivo le preghiere, naturalmente mi sforzo di essere breve. Anche solo perché il culto non deve durare troppo. E perché tra le preghiere recitate ci sono anche alcuni inni formulati come preghiere e perché all’inizio del culto viene recitato un salmo, che  una preghiera: in un culto normale, si prega senz’altro molto e quindi non sono necessarie troppe parole in aggiunta. In effetti, finora pensavo di non ricorrere a troppe parole e soprattutto di evitare blateramenti, quando prego insieme con la comunità riunita durante il culto: non mettere tutti i temi possibili nelle intercessioni, ma solo quelli più importanti; fare una breve preghiera d’introito; tagliare ancora qualche frase nel manoscritto. Pensavo di fare così. Eh già. E di nuovo: eh già. Ma, alcuni mesi fa, mi sono messo a riflettere, chiedendomi se invece non usi troppe parole. Mi sono messo a riflettere, cara Comunità, non solo perché dovevo meditare sul nostro testo di predicazione. Mi sono messo a riflettere perché, alcuni mesi fa, non solo ho predicato, per la prima volta, nella Thomaskirche di Lipsia, ma ho celebrato tutto il culto, con tutte le sue parti. Da allora, rifletto se anch’io non usi troppe parole, pregando. E quindi mi sono sentito colpito, dal nostro testo di oggi, come uno che blatera e induce a blaterare. Ve lo racconterò in breve.

Nella Thomaskirche di Lipsia, come ovviamente tutti sapete, cara Comunità, canta il famoso coro dei Thomaner e la musica riveste un ruolo molto, molto importante nel culto. E perciò nella liturgia, vengono cantate tutte le parti del culto e tutto ciò che può essere cantato di una liturgia. E perciò vengono cantate anche le preghiere. Per esempio, la cosiddetta preghiera d’introito, prima del Vangelo: nella Thomaskirche non viene recitata, ma cantata. Per me, era la prima volta e non c’ero abituato e pertanto mi esercitai a casa col pianoforte a cantare questa preghiera d’introito e scelsi una redazione molto antica, corredata di note, prendendola da internet. Ero sicuro di riuscire a cantare correttaemnte queste antichissime preghiere prese da internet; in fondo, non ci si vuole ritrovare a un livello troppo in basso rispetto a quello dei Thomaner.

E cantare queste antichissime preghiere, che nell’antichità pure spesso venivano associate a melodie, nate nella città di Roma, con melodie eternamente uguali, che sono in uso fino ad oggi in molte celebrazioni cattoliche, molto, molto più brevi di tutte le preghiere che ho scritto finora e che, in generale, vengono recitate nei nostri culti evangelici. Chi canta, prega più concisamente. Chi canta, prega in modo molto più conciso. Chi canta, naturalmente non blatera. Secondo quest’uso antichissimo, la preghiera d’introito della nostra domenica odierna sarebbe questa:

“Dio santo, da te viene tutto ciò che è buono e perfetto. Perciò ti preghiamo:        illuminaci, affinché riconosciamo ciò che è giusto e guidaci nel farlo. Per mezzo del

Signore nostro Gesù Cristo, tuo Figliio, che vive e regna con te e con lo Spirito Santo     nei secoli dei secoli”.

Chi canta, cara Comunità, prega in modo più conciso. Chi, come accade in alcune comunità evangeliche in Sassonia e, appunto, anche nella Thomaskirche di Lipsia, canta le preghiere classiche della Chiesa cristiana, prega in modo molto, molto più conciso. Chi canta non blatera neanche. E benché la preghiera cantata sia più breve di tutto ciò che componiamo per la preghiera, vale la bella frase: “chi canta, prega due volte”. Qui cantat, bis orat. Anche se la preghiera cantata occupa meno tempo, cantando non sono coinvolti solo lingua e bocca, ma tutto il corpo, le emozioni e l’intelletto. Chi, quindi, può pregare in modo più conciso, rinunciando a blaterare, prega però il doppio se canta. Pregare in modo più conciso e blaterare di meno, quindi, sono un guadagno, anzi, un guadagno doppio. “Chi canta, prega due volte”.

Pregare in modo più conciso e non blaterare possono quindi essere, cara Comunità, un guadagno. Non bisogna pregare sempre tanto a lungo, come in occasione di culti solenni con molti ospiti, come le persone pie al momento della preghiera a tavola o nel caso di pastori che, preparando il culto, come amava dire mio padre, non riescono a trattenere l’inchiostro. Ma su cosa fonda, Gesù di Nazareth, nel nostro testo di predicazione, il suo invito a pregare in modo più conciso, senza blaterare e, preferibilmente, recitando solo il Padre nostro? Gesù fonda il suo invito in modo stringatissimo: «poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate». Questa risposta, a prima vista, mette in discussione il senso della preghiera in modo radicale. A qual fine pregare ancora, se Dio sa già da tempo quel che ci preoccupa e quel che ci rallegra? A qual fine pregare ancora, se Dio già da tanto tempo ci ha letto in faccia di che cosa abbiamo paura e di che cosa siamo orgogliosi? A qual fine pregare ancora, se Dio già da tempo conosce le persone di cui vogliamo ricordare lo stato di necessità? Dio, infine, non è un amico dalla memoria debole, cui chiediamo un favore e glielo dobbiamo ricordare perché, magari, l’ha di nuovo dimenticato o, in qualche maniera, l’ha trascurato. Il Dio che ci ha creati ci conosce fin da bambini, con tutte le nostre preoccupazioni e paure, con la nostra felicità e le nostre speranze. Tutto questo lo sa. Ma, così come due persone che si amano continuano a dirsi che si amano, benché lo sappiano da molto tempo, perché gli piace sentirlo dire, Dio ama sentire che noi ci rivolgiamo a lui con fiducia e ciò fa bene anche a noi, cara Comunità. Non preghiamo perché Dio abbia bisogno delle nostre preghiere. Ma ne gioisce. Noi abbiamo bisogno della preghiera ed essa ci arreca gioia. Donate letizia. Confortate nel dolore. Aiutateci a non tracinarci sempre dietro le preoccupazioni per gli altri, ma a deporle sull’altare. E lì ben sono collocate.

Se prego per me stesso, cara Comunità, spesso prego in modo stringatissimo. A venirmi in mente, spesso, è la mia preghiera più breve. Per esempio, quando scendo dall’aereo a Fiumicino e respiro per la prima volta la meravigliosa aria italiana, per quanto sia gravata dal cherosene. Altro esempio: quando esco dall’autostrada e vedo per la prima volta Roma davanti a me. Allora, semplicemente, dico “grazie” e rivolgo questo “grazie” a Dio, perché mi ha donato vita e salute, luce degli occhi, di vedere gli splendidi colori di questa città, un cuore per sentire tutto questo e un intelletto per parlarne. Ma, cara Comunità, ecco che anche queste, di nuovo, sono state troppe parole. Vicine al confine del blateramento. Dico semplicemente solo “grazie”, quando prego per me stesso, nella quiete della mia stanzetta, in silenzio, solo per me.

Rogate 2026, domenica in cui il tema è la preghiera, vuole incoraggiarci a pregare. Anche un sospiro breve o un conciso “grazie” sono preghiere preziose. Una preghiera molto breve, ma Dio si rallegra appunto delle preghiere brevissime, della preghiera senza blateramenti, nella stanzetta, al culto e perfino al culto solenne. E chi canta, cara Comunità, prega e anche se prega brevemente, prega doppio. E chi consola doppiamente, è lieto doppiamente. «Il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa», dice il nostro testo. Ricompenserà una tale preghiera. Ne farà sorgere benedizione. Ricca benedizione. Che Dio ricompensi, cara Comunità, che Dio ricompensi la nostra preghiera. La nostra preghiera breve. Ma anche quella lunga.

Amen.

Rogate – Prof. Dr. Markschies