DatoNome del giornoTesto della predicaPredicatorePredica
09.08.2026X Domenica dopo TrinitatisRomani 11, 25-32 Prof. Dr. SchröterOgni tanto, cara Comuntà, è necessario meditare sulle questioni centrali della nostra fede cristiana. Quali sono i fondamenti del nostro convincimento cristiano e della nostra vita cristiana; che cosa è irrinunciabile; di che cosa è fatto il nucleo della nostra fede, che le conferisce struttura e contenuto, che rende riconoscibile questa fede e, quindi, la rende distinguibile dalle altre religioni e dalle altre convinzioni non religiose? È importante chiarirselo, ogni tanto, perché la fede cristiana non consiste semplicemente di dichiarazioni politiche e di impegno sociale, per quanto sia importante dar voce pubblicamente alla professione di fede cristiana. E quindi, di che cosa è fatto il nucleo della nostra fede? Di certo, a ognuno di noi, uomo o donna, vengono in mente subito alcune cose: la professione di fede, il Padre nostro, il battesimo, la S. Cena, i testi della Bibbia. Tutto questo ne fa parte. Ma, talvolta, dobbiamo interrogarci con maggior precisione su quali siano i fondamenti della fede; su quali siano i suoi aspetti specifici; su come sia nata. La X Domenica dopo Trinitatis, che porta anche il nome di “Domenica d’Israele”, offre l’occasione di riflettere su un tale segno distintivo, essenziale e irrinunciabile, della nostra fede. Il testo per la predicazione di questa domenica ce lo presenta in tutta la sua carica esplosiva e la sua complessa varietà. Il testo è tratto dalla Lettera dell’apostolo Paolo ai Romani. Lo abbiamo ascoltato in precedenza come lettura dell’epistola. È uno dei testi più importanti e più accurati sul rapporto tra fede cristiana e fede ebraica. Tale rapporto è importante anche solo per il fatto che la fede cristiana è sorta dentro l’ebraismo. Gesù era ebreo, come pure erano ebrei Pietro e tutti gli altri discepoli, uomini e donne, di Gesù e le persone del suo ambiente, anche quelle con cui entrò in conflitto, come i farisei, con cui Gesù fu spesso in contrasto sull’interpretazione della Torah, la Legge ebraica. E sì, tali contrasti furono, in seguito, interpretati dai cristiani come conflitti tra cristiani ed ebrei. Sono così stati considerati come storia dell’esegesi antiebraica, in cui gli ebrei furono disprezzati, attaccati e più tardi anche perseguitati e uccisi. Tutto ciò fa parte della storia, funesta e terribile, dell’antiebraismo cristiano; storia che ebbe il suo punto più basso, sconvolgente e triste, nell’inimmaginabile atrocità dell’assassinio di milioni di ebrei per opera dei nazionalsocialisti. La Domenica d’Israele serve anche sempre a noi cristiani per ricordarci che cosa è stato fatto al popolo ebraico. Per ricordarci che anche le Chiese cristiane ebbero parte al tanto dolore che fu causato ai consimili ebrei. Quest’idea non è importante solo perché ordina di ottemperare alla responsabilità morale di ammettere la colpa e il fallimento di non aver creduto con maggior coraggio, di non aver dichiarato la fede con meno timore, di non aver opposto più chiara resistenza quando i nostri fratelli e sorelle ebrei furono attaccati, perseguitati e assassinati. Quest’idea è importante anche perché la storia dell’antigiudaismo cristiano ha una parte rilevante nella grande sofferenza causata al popolo ebraico nel corso della sua storia. Molto presto i cristiani presero a riferire a se stessi le promesse di Dio al suo popolo eletto, togliendole al popolo d’Israele. Con ciò compirono un notevole passo avanti nell’ostilità verso l’ebraismo. Molto presto, i cristiani cominciarono a diffamare gli ebrei, definendoli “deicidi” benché, naturalmente, fossero stati i romani, e non gli ebrei, a crocifiggere Gesù. Molto presto, i cristiani cominciarono ad allontanare da sé i

consimili ebrei e ad allontanarsi da loro. Da ciò nacque l’antisemitismo cristiano, che portò ad addossare la colpa agli ebrei di ogni possibile cosa: epidemie, peste e altre sventure; gli ebrei furono ogetto di pratiche e accuse assurde. Anche su questo bisogna riflettere oggi, Domenica d’Israele. Il ricordo di questa sciagurata storia ci guarda dal linguaggio insensibile e dai giudizi che non operano distinguo. Ma ci guarda anche dal lasciar rianimare vecchi pregiudizi, come quelli di una presunta superiorità del cristianesimo rispetto all’ebraismo o di una presuntà inferiorità dell’Antico Testamento rispetto al Nuovo Testamento. Quanto presto tali pregiudizi devastanti possano essere rianimati lo abbiamo sperimentato in molti modi nell’attentato terroristico, sconvolgente e brutale, attuato da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023. Fu sconcertante vedere quanto presto facessero i sentimenti antisemiti a tornare in molti Paesi europei, negli USA e in altri Stati e quanto spesso, nelle dimostrazioni e manifestazioni in centro si esprimesse una solidarietà indifferenziata e a malapena tollerabile con il popolo palestinese. Con questa predica non si vuole assolutamente giustificare la politica dello Stato d’Israele e la sua azione militare nella Striscia di Gaza. Si tratta, invece, di essere, noi cristiani, gente dalle orecchie aperte e sensibile ai casi di antiebraismo o antisemitismo e di essere attenti a quanto velocemente siano agiti attacchi alla dignità degli ebrei e atti di ostilità contro di loro. Noi cristiani abbiamo ogni motivo per farlo; fa parte dei nostri obblighi e responsabilità irrinunciabili verso la nostra stessa fede. Ma c’è un motivo ulteriore per cui è importante che noi cristiani ci occupiamo delle radici ebraiche della nostra fede. I contrasti tra Gesù e i consimili ebrei suoi contemporanei sono dibattiti interni all’ebraismo su come vadano interpretati gli scritti e le tradizioni ebraici. Queste discussioni presuppongono sempre che tutti gli interessati si sforzino di interpretare la fede in Dio, che ha scelto Israele e lo ha guidato e custodito nel corso della sua storia, in modo tale che possa corrispondervi con la sua vita. Su come ciò debba avvenire, tanto allora quanto oggi c’erano e ci sono diverse concezioni. Comprendiamo nel modo giusto i testi del Nuovo Testamento solo quando li leggiamo in tale contesto. Ma ad essere ebrei non erano solo Gesù e la gente del suo ambiente. Anche Paolo era ebreo. Lo rimarca di continuo nelle sue lettere, molto chiaramente. Paolo, inizialmente, aveva addirittura perseguitato i seguaci di Gesù, perché era dell’idea che professarsi per Gesù, ritenendolo il Cristo, non fosse compatibile con la fede ebraica. Poi ebbe un’esperienza che incise in profondità, che gli lasciò il convincimento che la fede in Gesù Cristo fosse il fondamento per comprendere e vivere gli scritti e le tradizioni ebraici. Per Paolo, ciò includeva che il Dio d’Israele è il Dio di tutti gli esseri umani, a prescindere dalla loro provenienza: che siano ebrei o non ebrei, che siano uomini o donne, liberi o schiavi. Dio vuole salvare tutti gli esseri umani per mezzo del Vangelo di Gesù Cristo. Chi crede in Gesù Cristo, perciò, deve credere anche nel Dio d’Israele. Questo, da allora in poi, non è cambiato. Noi professiamo la fede nello stesso Dio cui rivolgono le loro preghiere anche i nostri fratelli e sorelle ebrei. Questo, da allora in poi, unisce la fede ebraica e quella cristiana e costituisce il fondamento comune di entrambe. La professione di fede in Gesù come Cristo, invece, marca la differenza. I cristiani vedono in Gesù il Messia, con cui si sono adempiute le speranze di salvezza di Dio. Gli ebrei non lo fanno. In ciò risiede la differenza decisiva. Come cristiani, proclamiamo che Dio si è rivelato in Gesù Cristo e che la fede in lui conduce alla salvezza. Era così allora e oggi non è diverso. Coloro che vedono in lui l’inviato di Dio, anche e proprio di fronte alla sua morte crudele in croce, costituirono presto comunità proprie, all’inizio all’interno dell’ebraismo e dopo poco anche al di fuori. Alla fede nell’unico Dio, Dio d’Israele, subentrò la fede in Gesù Cristo. Alla sua luce, da quel momento in poi si aprì una comprensione nuova anche della fede in Dio e degli scritti d’Israele, che noi cristiani chiamiamo “Antico Testamento”. Divennero testimoni della fede non solo nel Dio d’Israele, ma anche in Gesù Cristo. Ma ebrei e cristiani possono davvero richiamarsi a un fondamento comune, se leggono in modo evidentemente differente gli stessi scritti, con e senza la professione di fede in Gesù Cisto? La Domenica d’Israele, cara Comunità, è la domenica dell’anno ecclesiastico in cui dobbiamo riflettere su questa domanda importante. E, naturalmente, a questo riguardo siamo consapevoli di muoverci su un terreno molto sensibile. Le fonti della fede cristiana richiedono che affrontiamo questo compito e che troviamo una risposta chiara, sul piano della teologia, e corrispondente alla responsabilità etica. I testi rivolti a Israele valgono davvero nello stesso modo per le comunioni dei credenti in Gesù Cristo? Questi testi possono essere letti semplicemente come rivolti a noi cristiani? È evidente che non sia così semplice, perché molti comandamenti, come l’osservanza del sabato, la circoncisione o le prescrizioni alimentari non sono considerati, nelle comunità cristiane, comandamenti obbligatori di Dio. Paolo, ebreo convertito a Gesù Cristo, era fermamente convinto che la circoncisione e l’osservanza del sabato non potessero più essere vincolanti per coloro che sono “in Cristo”, perché al suo posto è comparsa la fede in Gesù Cristo. Ma come determinare il rapporto tra i cristiani da una parte e Israele, il popolo eletto da Dio, dall’altra parte? È proprio tale questione ciò su cui Paolo medita intensamente nella Lettera ai Romani. Gli ha dato filo da torcere, non gli ha dato pace perché, per lui, era la questione centrale. Come può essere che Dio, in Gesù Cristo, abbia offerto la salvezza a tutti gli esseri umani e che, al tempo stesso, Israele, il suo popolo eletto, non voglia riconoscerlo e voglia fare la propria strada? Il testo per la predicazione della domenica odierna è l’apice della lotta di Paolo per trovare risposta a questo problema. Paolo, per riuscirci, muove da due premesse che, per lui, sono ugualmente indiscutibili. Da una parte, Israele è e resta il popolo eletto di Dio. Riguardo a ciò, non cambia nulla neanche la fede in Gesù Cristo. D’altra parte, la fede nel Vangelo di Gesù Cristo è la via alla salvezza per tutti gli esseri umani, ebrei e non ebrei. Ma che cosa ne è di coloro che appartengono al popolo ebraico, ma che non credono in Gesù Cristo? Questo problema fu, per Paolo, il problema più grande e arduo della sua riflessione teologica. E non fu solo un problema teorico, che potesse risolvere con la riflessione teologica o in altro modo. Per Paolo, e oggi le cose non stanno altrimenti, con ciò era a disposizione la fedeltà stessa di Dio. Come comprendere le promesse di Dio al suo popolo, così che Israele sia e resti il popolo di Dio, ma, al tempo stesso, i credenti in Cristo siano destinatari alla pari di queste promesse? Paolo lotta con tale questione. Io stesso sono israelita, seme di Abraamo, della tribù di Beniamino: così sottolinea in questa lettera. Dio non ha rigettato il suo popolo. Al popolo restano promesse tutte le prerogative e le promesse, anche a coloro, appartenenti al popolo ebraico che, come Paolo stesso, non credono in Gesù Cristo. Paolo cerca di trovare una spiegazione, ricorrendo a un’immagine, quella dell’olivo di cui sono stati troncati dei rami e su cui ne sono innestati altri, che non provengono da quell’olivo. Ma, ad un certo punto, anche i rami che appartengono all’olivo saranno di nuovo innestati. In quest’immagine, descritta poco prima del passo che costituisce il testo della predicazione odierna, Paolo non è interessato ai particolari botanici; non si cura che siano plausibili e che si ritrovino in un manuale di olivicoltura. A Paolo, invece, preme di trovare una spiegazione, con quest’immagine, del perché Dio cammini su vie diverse con parte di quel popolo eletto che non crede in Gesù Cristo, e con chi, come Paolo stesso, ha trovato proprio questa fede. Per Paolo, il nocciolo della questione è risolvere un problema che consiste nella spaccatura d’Israele in queste due parti. Una parte, dice Paolo, è stata temporaneamente indurita da Dio. Questa parte pertanto non ha, allo stato attuale, alcun accesso all’idea della salvezza mediante il Vangelo. Ad un certo punto, Dio porrà fine a questo indurimento. Allora, dice Paolo nel nostro testo, “tutto Israele sarà salvato”. Dio stesso verrà come “liberatore di Sion”, toglierà la colpa da Israele e rinnoverà il patto con il popolo ebraico. Perché Dio faccia un cammino così complicato col suo popolo eletto è domanda cui Paolo non sa rispondere. Lo definisce un mistero di Dio, espressione della sua ricchezza insondabile e delle sue decisioni imperscrutabili. Nel cuore della Domenica d’Israele, cara Comuntà, c’è uno dei temi centrali della fede cristiana. La Chiesa e la teologia cristiane si sono spesso complicate la vita, cercando risposta alla questione del rapporto tra fede cristiana ed ebraica, tra Chiesa e Israele. Fa parte dei compiti importanti e permanenti quello di occuparsi intensamente di questo tema. La lotta di Paolo per trovare risposta alla questione del destino d’Israele è testimonianza impressionante che noi cristiani dobbiamo esssere, verso la fede ebraica, responsabili sul piano teologico e rispettosi e sensibili riguardo a fatto che, in ultima analisi, spetta a Dio decidere, segretamente, per quali strade proprie condurre verso la salvezza il suo popolo eletto e i credenti in Gesù Cristo. Su tale fondamento deve aver luogo il dialogo ebraico-cristiano, nel rispetto reciproco delle rispettive diverse concezioni della fede. Ma qual è la verità, allora? A questo dà una bellissima risposta un piccolo testo di Martin Buber, ebreo, filosofo della religione: “Attendiamo il Messia. I cristiani credono che egli sia già venuto, che sia andato via e che ritornerà. Io credo che, finora, non sia venuto, ma che verrà un giorno. Perciò vi faccio una proposta: attendiamolo insieme. Quando verrà, gli domanderemo, semplicemente: sei già stato qui? E allora, spero di stargli così tanto vicino da potergli sussurrare all’orecchio: ‘non rispondere’.”

Amen.
02.08.2026IX Domenica dopo TrinitatisGeremia 1, 4-10 Prof. Dr. SchröterConoscete quella sensazione, cara Comunità, di essere troppo deboli, troppo piccoli, troppo poco preparati
per un compito che dovete affrontare o che magari vi siete scelto? La sensazione che, davanti a voi, si
erga una montagna grande, inconquistabile, di cose che dovete fare nei giorni seguenti? Una notizia triste,
che recate; un’operazione cui vi sottoponete; una nuova condizione di vita cui adattarvi? Qualcosa che vi
tocca, comunque; che, magari, può cambiare la vostra vita in modo permanente e riguardo alla quale non
sapete ancora come andare avanti, dopo. Siffatte situazioni, in cui si sentiamo particolarmente davanti a
una sfida, sono veri banchi di prova. Possono renderci insicuri, farci paura. Ma tali sfide possono anche
trasmettere l’esperienza che siamo in grado di fare cose che, prima, non avremmo immaginato di riuscire a
fare. È una regola di vita molto citata quella che dice di non evitare le situazioni che ci rendono insicuri o
che ci appaiono pericolose, affrontandole invece. Acquisire sicurezza e fiducia non si può ottenere senza
padroneggiare situazioni della vita che, anche solo a pensarle all’inizio, ci hanno spaventati e che
avremmo preferito risparmiarci.
È di una situazione analoga che narra anche il nostro testo per la predicazione di oggi. L’abbiamo già
ascoltato come lettura dall’Antico Testamento; il passo si trova all’inizio del libro di Geremia. Geremia
riceve da Dio un incarico. Che lo coglie del tutto impreparato e per il quale non si sente assolutamente
all’altezza. Fosse stato per lui, non l’avrebbe scelto, non si sarebbe offerto volontario né avrebbe spinto per
ottenerlo. Ma ciò non ha importanza. Secondo l’incarico ricevuto da Dio, dovrà comparire davanti al
popolo e comunicargli i messaggi che Dio vuole dare a Israele e che sono tutt’altro che gradevoli. Dovrà
portare una critica aspra al comportamento tenuto da Israele. Dovrà dirgli che si è allontanato dalla via di
Dio, volendo confidare soltanto in se stesso. Dovrà dire al popolo, in modo chiaro e tondo, che deve
convertirsi all’ubbidienza verso Dio, smettere di essere testardo e ritornare a ciò che è buono e salutare.
Chi vorrebbe mai essere il latore di tali notizie? A chi piacerebbe esercitare una critica così aspra verso il
proprio popolo, la propria comunità, verso coloro che ci sono vicini?
E così non desta meraviglia che Geremia sia tutt’altro che entusiasta dell’incarico ricevuto. Avrebbe
preferito diventare qualcosa di diverso da un profeta, per giunta del tipo che non è considerato in patria. Si
rifiuta; si sente troppo giovane, non all’altezza del carico che gli viene posto sulle spalle. Ma Dio vede le
cose in modo affatto diverso. Dio insiste a inviare Geremia al popolo d’Israele per comunicagli la Parola
di Dio. Dio sa che Geremia sarà in grado di farlo, mentre Geremia stesso non se ne crede assolutamente
capace. Dio vede in Geremia più di quanto egli stesso non veda in sé, con la sua esitazione e paura. Dio
promette a Geremia il suo aiuto. Lo aiuterà, lo proteggerà, non lo lascerà solo quando le resistenze esterne
e i dubbi interni sembreranno prendere il sopravvento. Geremia non ha scelta. Dio lo chiama ad essere
profeta, gli conferisce un incarico cui Geremia non si può sottrarre. Fin da subito, ha un nuovo compito
esistenziale; deve affrontare la sfida che gli viene posta davanti. Deve affrontare Israele viso a viso,
parlare alla sua coscienza, pronunciare verità sgradevoli. Geremia avrebbe preferito evitarlo, ma le fughe
non servono, quando la vita ci pone in situazioni che dobbiamo affrontare.
Dio non riconosce alcun valore alle scuse accampate da Geremia, con cui cerca di sottrarsi al compito
previsto per lui. Ma gli assicura che sarà in grado di affrontare la situazione per la quale Dio lo ha scelto.
Dio ha in mente per Geremia grandi cose; è così fin dall’inizio. Deve credere in se stesso, farsi coraggio,
essere fiducioso. Dovrà confidare che Dio non lo lascerà solo, che lo aiuterà e che gli darà la forza per

fare quel che deve. Quando Geremia si accinge ad affrontare il compito affidatogli, le cose vanno in
maniera affatto diversa da quella attesa. Geremia diventa un profeta grande e importante del popolo. Il suo
cammino esistenziale non è facile, ma si sente vicolato al suo compito e cresciuto per esserne all’altezza.
Esso gli apre orizzonti nuovi, anche se guida la sua vita in un modo che egli non avrebbe mai immaginato.
La chiamata di Geremia a diventare profeta fa parte dei racconti straordinari della Bibbia, riguardanti
persone che vengono prese al servizio di Dio. È una storia straordinaria, ma non è del tutto unica. La
Bibbia narra spesso del fatto che Dio compare all’improvviso, in modo inaspettato nella vita degli esseri
umani, affidandogli la responsabilità di fare qualcosa per le persone, per la nostra società, per il mondo.
L’apostolo Paolo è un altro di tali esempi. Come Geremia, anch’egli fu scelto per annunciare la Parola di
Dio. Anche per Paolo, ciò avvenne in modo del tutto inatteso e capovolse il suo percorso esistenziale.
Questa svolta nella vita di Paolo, da persecutore dei seguaci di Gesù ad annunciatore del Vangelo di Gesù
Cristo, fu talmente spettacolare e impressionante che non solo venne raccontata molte volte, ma fu anche
illustrata con immagini molte volte. Il dipinto di Caravaggio nella cappella Cerasi, a Santa Maria del
Popolo, è un esempio dell’interpretazione di tale evento, sotto forma di quadro notevole.
Né Geremia né Paolo videro mai se stessi come profeti o testimoni della fede. Lo divennero, piuttosto,
controvoglia. Ma poi si dedicarono a questo compito con anima e corpo, senza limitazioni e a rischio di
essere dileggiati e perseguitati.
Né Geremia né Paolo si concentrarono su se stessi. Non volevano entrare in scena, apparendo grandi, agli
occhi degli altri, con le loro azioni e impressionando con ciò che compivano. Proprio al contrario.
Geremia avrebbe preferito evitare di chiamare il popolo alla conversione, mettendolo in guardia circa le
conseguenze del suo allontanamento da Dio. Il popolo si era allontanato dal suo Dio, ponendo la propria
volontà al di sopra della fedeltà a Dio; aveva dimenticato l’amore di Dio e i suoi atti salvifici. Geremia
vide arrivare la sventura; come erano cambiate le condizioni; come il popolo calpestasse il diritto e la
giustizia, dando priorità a potere e prestigio rispetto a diritto e misericordia. Non si poteva andare avanti
così. E Geremia avrà ragione. Di fatto, le cose divennero negative per Israele. Il paese fu conquistato;
molti furono deportati in esilio, anche Geremia.
In nessun libro della Bibbia incontriamo la figura di un profeta così nitidamente, così chiaramente come
nel caso di Geremia. Ciò rende tale libro e la persona di Geremia tanto unici. E ciò fa sì che questo
profeta, al tempo stesso, con i suoi modi diretti parli al nostro tempo. Ascoltiamo i moniti inviati dalla
nostra epoca, i segnali che provengono dalle circostanze, in cui abbiamo portato il mondo? I pericoli non
sono diventati più piccoli, in confronto all’epoca in cui Geremia portò in Israele il messaggio di Dio. Oggi,
noi avvertiamo le conseguenze della spinta espansionistica europea e degli atteggiamenti coloniali in
modo che non è mai stato così chiaro. La distribuzione delle risorse; i tentativi disperati delle persone di
arrivare in Europa partendo da territori dove ci sono guerra e fame, parlano una lingua chiara. Anche le
conseguenze del cambiamento climatico sono tali da non poter più far finta di non vederle, qui in Europa
e ancor di più in altri Paesi della terra. Alexander von Humboldt, già all’inizio del XIX secolo, aveva
messo in guardia dalle conseguenze di un disboscamento spietato delle foreste pluviali del Sudamerica,
cominciato lì dagli europei. Ci appare singolarmente moderno e proprio profetico il fatto che Humboldt
avesse capito il funzionamento degli ecosistemi, l’importanza degli alberi come depositi di acqua e
produttori di ossigeno, e che la Natura non vada compresa solo in modo puramente meccanico e
funzionale, ma come organismo vivente, da proteggere.
Avvertiamo le conseguenze delle nostre azioni anche nelle strutture fragili della convivenza, qui in Europa
ma anche altrove. Le tante persone che, attualmente, fuggono, cercando tranquillità e pace per la loro vita,
non ci pongono di fronte solo a sfide fianziarie ed organizzative, ma anche di fronte alle questioni che
riguardano un ordine mondiale giusto, la parte avuta dalla politica coloniale ed espansionistica europea
nelle condizioni dell’Africa e del Vicino Oriente, la formazione di strutture commerciali ed economiche e
la responsabilità morale delle differenze crasse tra ricchi e poveri, non solo tra Paesi, ma anche nel cuore
delle nostre città, nel nostro ambiente, qui a Roma, a Berlino e altrove.
Come Geremia mise in guardia il popolo ai suoi tempi, anche oggi ci sono voci che mettono in guardia,
che non sono interessate a mettere in scena se stesse, ma cui prema l’agire responsabile. Ce ne sono, di tali
voci, in politica, in economia, nella Chiesa. Siamo ben consigliati a prestarvi attenzione, ad essere
sensibili riguardo ciò che dev’essere protetto e custodito; ad essere attenti alle osservazioni e alle
indicazioni che, troppo spesso, vengono spinte sullo sfondo dalla gestione affannosa e autoreferenziale dei
media.
Come cristiani, siamo chiamati a non accontentarci di condizioni inique. Abbiamo una responsabilità,
come l’aveva Israele ai suoi tempi, quando Geremia gli mise davanti agli occhi ciò di cui doveva essere
grato a Dio. Lo aveva liberato dall’Egitto, protetto nel deserto, condotto nella terra in cui era diventato un

grande popolo. Dio ci ha protetto nelle grandi sventure; ci ha condotto fin qui e noi possiamo essere grati
per tutto ciò che abbiamo ricevuto da lui: il poter vivere in condizioni di sicurezza e il non dover
preoccuparci su come cavarcela ogni giorno; le persone intorno a noi ci sostengono e ci donano
protezione e amore; la terra in cui viviamo e alla cui vita possiamo contribuire; la nostra comunità
cristiana, che ci sostiene e in cui possiamo sentirci a casa.
Tutto il bene che Dio ha rivolto a noi, non dobbiamo e non vogliamo dimenticarlo. Ci infonde forza e
fiducia di superare anche i tempi difficili, confidando che Dio regga il nostro mondo e che la nostra vita
sia protetta presso di lui, anche e proprio nelle sfide e nei tempi difficili.
La storia di Geremia è la storia di una persona che riceve un incario da Dio in modo speciale. Non ogni
uomo e donna tra noi riceve un incarico così grande come quello di Geremia. Ma si possono nominare
degli esempi che ci sono molto più vicini del tempo di Geremia. Dietrich Bonhoeffer, teologo impegnato e
coerente del XX secolo, spinto dalla responsabilità verso la propria coscienza cristiana, decise di entrare
nella Resistenza al regime nazionalsocialista. Ciò cambiò la sua vita in modo non meno permanente di
quanto accadde a Geremia e a Paolo. Per Bonhoeffer, significò interrompere il cammino appena intrapreso
nella teologia e nel pastorato. Fu gettato in prigione e, infine, fu giustiziato. Le lettere che scrisse in
carcere sono testimonianze oltremodo profonde e impressionanti del fatto che la sua fede cristiana gli
dette la forza di resistere nel tempo, oltremodo difficile, della sua gioventù. Anche nel nostro immediato
presente ci sono persone coraggiose e integre, che non si lasciano corrompere né intimorire, ma che
restano ferme nelle loro convinzioni, con coraggio e coerenza.
Quel che possiamo imparare da queste persone, cara Comunità, è la fiducia che Dio ci infonderà la forza
di padroneggiare i compiti davanti a cui ci pone la vita. Questi compiti sono di generi affatto differenti e
non è assolutamente necessario paragonare noi stessi a personaggi impressionanti come Geremia, Paolo o
Bonhoeffer. Ma per ogni uomo e donna tra noi Dio ha pronto un compito. Questo compito può apparire
difficile, addirittura tanto arduo da spaventarci e da farci apparire deboli. La storia del profeta Geremia ci
mostra un’altra immagine. Ci mostra che Dio accompagna il cammino della nostra vita; che ci darà la
forza per il compito che dobbiamo affrontare. E così il nostro testo per la predicazione è, nel suo nucleo,
un grande incoraggiamento per noi tutti. È l’incoraggiamento a fare per questo mondo, pieni di speranza e
fiducia, quel che abbiamo capito essere giusto e salutare. È l’incoraggiamento del sapere che la nostra vita
è nelle mani di Dio e che egli la condurrà a buona fine. È l’incoraggiamento del sapere che non siamo soli
con le nostre preoccupazioni e paure, ma che Dio è con noi, ci custodisce e ci accompagna sicuramente.
Amen.
26.07.2026VIII Domenica dopo TrinitatisGiovanni 9, 1-7Pastore SpitzenbergerCare Sorelle e cari Fratelli, è un racconto di miracolo. Bene. Probabilmente, fin dall’infanzia. Ma questo
racconto di miracolo ha un contenuto speciale. In esso c’è più di quel che sembra esserci, guardando per la
prima volta questi sette versetti. Perciò, oggi, desidero offrirvi due modi di vedere questo testo, due
prospettive. Anzitutto, sentiamo ciò che è forse passato per la testa all’uomo risanato. Poi, cerchiamo, per
quanto possibile, di guardare questa scena dal di fuori. Se facessimo raccontare la sua versione all’uomo
risanato, come suonerebbe?
E poi è venuto questo Gesù, di cui prima non avevo sentito parlare. Gli altri intorno a me erano molto
eccitati, era cosa che si avvertiva bene. Quanto a me, ad essere sincero, non mi ero aspettato gran che.
Essendo cieco fin dalla nascita, non avevo altra possibilità che mendicare. All’improvviso, il gruppo si
fermò accanto a me. E poi quelli hanno posto quella domanda, parlando di me, come se non fossi seduto
lì: ‘chi ha peccato, per il fatto che è cieco?’. Sì, è così che la pensa la gente: qualcuno deve essere
colpevole. C’è bisogno di un motivo, perciò mi sono predisposto ad ascoltare, come al solito, una qualche
risposta molto lunga. Ma oggi le cose sono andate diversamente. Gesù ha detto questa cosa incredibile:
che né io né i miei genitori ne abbiamo colpa. Che Dio vuole manifestare in me le sue opere. E dopo, tutto
è andato in modo veloce. Non riesco a descriverlo bene. Ho percepito solo una mano e qualcosa di caldo
sui miei occhi e poi mi ha mandato a lavarmi nella vasca di Siloe. E mi si sono aperti gli occhi. Riuscite a
crederci?
Sì, gli si aprirono gli occhi. Ritorna dall’acqua che ci vede. E tutto è nuovo. Guardiamo bene questo
racconto miracoloso, contenuto nel Vangelo di Giovanni, capitolo 9. All’inizio, Gesù non si addentra nella
questione umana su chi abbia peccato, dato che l’uomo sul ciglio della strada è cieco. È un’idea che
predomina, ancora oggi, presso taluni cristiani: ci dev’essere un colpevole, uno che ha peccato, altrimenti
quell’essere umano non sarebbe in una condizione così misera. Ma come dovrebbe funzionare quest’ida,
nel caso di un cieco nato? Qui, come spesso accade, il nesso azione-retribuzione fallisce. «Né lui ha
peccato, né i suoi genitori». Non solo: volge lo sguardo della folla, e anche il nostro, di noi che
ascoltiamo questa storia. Lo volge dal passato, sguardo indietro, al futuro. Guardate avanti: non si tratta di
ciò che è stato, ma di ciò che sarà: «è così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui».
A questo punto, mi sento a disagio: qui si minimizza, si fa sparire la sofferenza, la cecità fin dalla nascita?
Tutto questo è incluso nel piano di Dio e ha già un senso? Quest’idea può consolare? Quante volte si
saranno posti queste domande, il cieco e i suoi familiari, disperandosene? Qui dobbiamo continuare a
scavare. L’evangelista Giovanni, in tutto il suo Vangelo, ci presenta Gesù come Signore sovrano. Gesù sa
sempre più cose dei suoi discepoli, delle persone che sono in cammino con lui e anche di noi lettori. Gesù
è consapevole del suo incarico, della sua missione in favore di questo mondo. E così include anche la
guarigione del cielo nel piano salvifico di Dio per il mondo. Nella grande opera della riconciliazione di
Dio con le sue creature.
«È così affinché le opere di Dio siano manifestate in lui [il cieco]. Bisogna che io compia le opere di colui
che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare»: sì, viene la notte, e Gesù
lo sa, in cui sarà tradito, dileggiato, catturato, torturato e, infine, ucciso. E tutti coloro che saranno con lui
resteranno paralizzati dal dolore e dal lutto. Perciò bisogna agire adesso.
Gesù è consapevole della sua missione nel mondo. Fa le opere di Dio; agisce da creatore, come Dio Padre
all’inizio dei tempi. «Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo», E come luce del mondo, come

luce del primo giorno della creazione, egli fa le opere di Dio in questo cieco. Diviene per lui luce,
aprendogli gli occhi. Agendo da creatore. E ciò ci viene descritto in modo plastico, quasi drastico: “Detto
questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva, gli spalmò il fango sugli occhi”.
Gesù opera la nuova creazione. Egli è l’inizio della nuova creazione. E agisce da creatore. Guardiamo
all’inizio della Bibbia; leggiamo il secondo capitolo del libro della Genesi, di come Dio creasse l’essere
umano traendolo dalla polvere. Con arte, come un artigiano.
“Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo
divenne un’anima vivente” (Gen 2,7). Gesù agisce da creatore verso il cieco; fa le opere di colui che lo ha
inviato.
E non manda l’uomo a casa, ma alla vasca di Siloe. Perché? Qui, l’evangelista Giovanni è geniale e gioca
con le parole. Siloe, in ebraico, ha un suono simile a inviato. L’inviato di Dio, Gesù Cristo, è la causa della
guarigione. Egli è l’inviato di Dio nel mondo e, a sua volta, invia i suoi discepoli. Così, anche colui che
era stato cieco diventa un inviato, che annuncerà a molti la lieta novella, la Parola liberatrice di Gesù,
capace di aprire gli occhi. Così come per noi questa mattina. E qui entriamo in scena noi. Gesù rimette in
sesto anche no. Sistema quel che ha rovinato la sua buona creazione. La nostra cecità. La nstra colpa. Il
nostro fallimento. Insieme con l’evangelista Giovanni, riconosciamo che noi tutti, spesso, siamo altrettanto
ciechi alle opere di Dio; che abbiamo bisogno di Gesù come luce della vita. Tutti noi dobbiamo essere
toccati da lui per riventare capaci di vedere nella fede. Ogni essere umano che pervenga alla fede viene
tratto fuori dalla sua cecità, diventando così un vedente. In Cristo, diventa parte della nuova creazione.
Poiché, per mezzo della fede, posso vedere la mia vita in modo nuovo. Poiché, con gli occhi della fede,
posso scoprire Dio nella mia vita e andare verso di lui. Poiché la mia vita, così, riceve un fondamento e
una meta. Presso Dio stesso.
Nella domenica di oggi ascoltiamo quests storia; oggi che il Vangelo ci chiama ad essere sale della terra e
luce del mondo. Quindi, ad agire in questo mondo a partire dalla nostra fede. Per le persone che vivono
con noi. Come inviò l’ex-cieco, diventato ambasciatore del suo messaggio, così Gesù invia anche noi.
E forse posso diventare luce anche al mio posto. Con una telefonata. Con una parola buona. Con una
piccola offerta. Nel prossimo incontro, raccontando che cosa mi dà forza nella vita. Dove sono sorretto.
Allora, occhi si aprono; ci sono ancora seguaci di Gesù, nella nostra epoca. Così sono ben presto sulle
orme dell’Inviato.
Perché dove Dio è all’opera, lì la storia non finisce. Dove Dio è all’opera, lì la vita cambia. E pertanto,
ascoltiamo, ancora una volta, l’uomo guarito, dandogli l’ultima parola. L’uomo che viene inviato a lavarsi
nella vasca di Silo e che torna vedendoci. E la cui storia esistenziale prende una svolta affatto nuova:
Ho percepito solo una mano e qualcosa di caldo sui miei occhi e poi mi ha mandato a lavarmi nella vasca
di Siloe. Qui finisce la storia che avete ascoltato oggi. Ma, in effetti, è proprio qui che comincia: i vicini
non credono che sia io, tanto ritorno cambiato. E che Gesù abbia operato in me. Mi portano dalle
autorità religiose, ma anche loro cercano solo motivi per condannare Gesù. Perché mi ha guarito di
sabato. Perché anche lui è un essere umano peccatore. Sembra che siano diventati ciechi.
Ma, onestamente, non m’importava. Gesù mi ha reso capace di vedere. E io ho visto sempre di più,
sempre più profondamente. Mi ha inviato. Non potevo più star quieto. La mia intera vita è cambiata. Mi
ha riportato dentro la società. Mi ha toccato corpo e anima. Mi ha aperto gli occhi per il mondo, mi ha
creato di nuovo. Più tardi, incontrai di nuovo Gesù ed egli mi domandò: “credi nel Figlio dell’Uomo?”. E
io risposi: “chi è, Signore, affinché creda in lui?”. Allora Gesù mi disse: “lo hai veduto; è colui che parla
con te.” E io mi prostrai e riuscii solo a balbettare: “credo, Signore”. Riuscite a crederci?
Amen.
19.07.2026VII Domenica dopo TrinitatisEbrei 13, 1-3Pastore SpitzenbergerUna delle differenze più grandi tra Germania e Italia è, secondo me, care Sorelle e cari Fratelli, la
convivialità. Mangiare è più di un fine limitato a se stesso. Per i nostri ospiti tedeschi, fu già una bella
impresa quella di mangiare per cinque ore, alle nostre nozze in Piemonte. Stare seduti, alzarsi in piedi,
riunirsi sempre di nuovo. Proprio nei giorni speciali, che si tratti di compleanni o di altre feste, e anche la
domenica, in molti luoghi si riuniscono molte persone. Si mangia e si beve, ma, ancor più, ci si prende il
tempo gli uni per gli altri. Alcuni addirittura invitano persone di cui sanno che, altrimenti, passerebbero la
giornata da sole. Tutte queste cose fanno parte della convivialità ancor più del saziarsi velocemente. E si
nota subito, se alla persona accanto a me passa l’appetito e se non si sente bene.
La convivialità è qualcosa di profondamente cristiano fin dalle origini. Negli Atti degli Apostoli, leggiamo
di comunità giovani che, dopo la resurrezione di Gesù, si incontrano quasi ogni giorno, rompono il pane,
cioè celebrano la Santa Cena, e, al termine, mangiano insieme. Hanno comunione di mensa. Leggiamo
innumerevoli volte di Gesù che si riunisce con i discepoli, mangia e beve, suscitando così scandalo. Non
solo per il fatto che mangia e per quel che mangia, ma anche a causa di quelli con cui siede a tavola. «Un
mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori» (Lc 7, 34): così dicono di lui. Ascoltiamo
raccontare come con il poco furono saziati molti. Talvolta, bastano davvero cinque pani e due pesci per
saziare 5000 persone. E il popolo d’Israele, nel deserto, si domanda: «Man-hu», «Che cos’è questo?».
«Questo è il pane che il Signore vi dà da mangiare» (Es 16, 15). «Panem de caelo praestitisti eis. / Omne
delectamentum in se habentem. Dal cielo offristi loro un pane già pronto senza fatica» (Sap 16, 20): così
dice la Sapienza di Salomone, con un’invocazione che è entrata nella liturgia.
Pane per il corpo e l’anima. Ciò che noi celebriamo sull’altare ha effetti sulla nostra vita. La fame di pane
di vita, di Gesù Cristo, che riceviamo nella Santa Cena, è fame di vita. Di essere salvi. Di giustizia. Di
comunione e solidarietà. Dio placherà entrambe: la fame del corpo e la fame dell’anima. E basterà ad
ognuno. «Ognuno ne raccolga quanto gli basta per il suo nutrimento», è l’istruzione di Mosè (Es 16, 16).
Di tanto hai bisogno. È in questa direzione che la Lettera agli Ebrei guida il nostro sguardo. Tre brevi
versi di essa ci sono prescritti per oggi. Vuole incoraggiare i cristiani, che sono diventati stanchi, a non
dismettere la fiducia in Dio (Ebr 10, 35). Quella indirizzata alla comunità di Roma, perseguitata, più che
una lettera è una predica, un discorso motivazionale. In mezzo al pericolo. In mezzo al dolore. E sentiamo
dire:
1 L’amore fraterno rimanga tra di voi. 2 Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni, praticandola, senza
saperlo hanno ospitato angeli.
3 Ricordatevi dei carcerati, come se foste in carcere con loro; e di quelli che sono maltrattati, come se
anche voi lo foste! (Hebr 13,1-3)
Quando la giovane comunità s’incontra, quando ha comunione di mensa con Dio e tra i membri, allora
devono esserci quelli che non se la passano bene. Prigionieri, maltrattati, stranieri. La comunità sa per
esperienza propria che cosa significhi essere perseguitati, estromessi, maltrattati, derisi, perché anche voi
vivete nel corpo. Amore di fratelli, di sorelle. Non solo dentro il proprio nucleo, dentro la propria famiglia,
dentro la cerchia degli amici, ma in riferimento a tutta la comunità.
Non è che il dovere supremo sia amare prima la propria famiglia, poi il vicino, poi la comunità locale, poi
i concittadini, e solo poi il resto del mondo. Se Cristo stesso è Signore e fratello, allora noi siamo parte
della sua nuova famiglia. È a lui che guardiamo, che è Sgnore della nostra vita e, al tempo stesso, fratello
che, camminando al nostro fianco, cammina con noi attraverso la vita. Guardare a lui significa, pertanto,
guardare anche a destra e a sinistra. Non dimenticate l’ospitalità.
Questo speciale apprezzamento della filoxenia, dell’ospitalità, lo troviamo nel mondo antico. Ma, appunto,
va oltre la famiglia. Quelli cui si pensa sono i viandanti, magari altri cristiani, che sono in cammino.
Accoglierli, perché senza saperlo alcuni hanno ospitato angeli. Messaggeri di Dio, che magari hanno
portato prospettive nuove. Nella fede o nella vita. Magari sarà capitato anche a voi di non avere alcuna
voglia di andare ad un certo appuntamento, ad un certo incontro e poi, una volta lì, si apre una prospettiva nuova. Non avrei mai pensato che… Non l’avevo ancora vista così… Mi è già successo, ogni tanto, durante
l’incontro in giardino o con i molti viaggiatori e gruppi che vengono da noi. Incontrando persone che
parlano in modo completamente nuovo di Dio e di questa città. E che talvolta, anche qui, nella nostra
comunità, trovano una casa temporanea. Venire per riunirsi, pr condividere pane e vino, comunione di
mensa. L’ospite reca con sé, talvolta, Dio e la rete della comunità si estende oltre il proprio spazio di
prossimità, la propria famiglia, per raggiungere le sfere celesti. E queste altezze celesti ci rimandano poi
di nuovo sulla terra. Come cantano gli angeli? “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli umani
di buona volontà”: così è nella preghiera, nella provvidenza, nelle visite c’è posto nella vita per prigionieri
e maltrattati, c’è un posto riservato alle persone che hanno bisogno della nostra attenzione amorevole in
mezzo alla vita.
Quest’idea è meravigliosa: perfino nel pieno della situazione più difficile, c’è ancora posto per il mio
prossimo. E dalla carenza, dal poco, Dio può trarre qualcosa di grande. Il nutrimento dato ai 5000 e la
manna nel deserto lo affermano. Sì, Dio entra nella situazione di carenza. Ma non solo in quella del mio
prossimo, in quella degli altri. Nella Santa Cena, Dio mi fa gustare la sua promessa: che entrerà nei miei
errori; che mi dona nuovo inizio e comunione con lui. Mi si posa sulla lingua. La mia vita accoglie la sua
vita. Radicalmente. A partire dalle radici. “Prendete e mangiate. Queste parole comprendono tutti i misteri
della morte e della resurrezione”, scrive Lutero (WA 9,660).
Chi, nella fede, si affida a queste parole, ha il perdono del peccato e la vita eterna. Poiché Cristo stesso
agisce mediante queste parole. Poiché parla insieme del suo corpo e del semplice pane. Prendete e
mangiate. Qui, la tua vita è protetta e sostenuta. Qui c’è la tua assicurazione contro colpa e morte eterna. È
notevole che qui a Roma la Santa Cena sia celebrata ogni due settimane. Che ciò sia importante per la
comunità e per il suo consiglio. Molte comunità evangeliche, purtroppo, hanno un po’ perso di vista
questo. Questo grande miracolo. Questo mistero eterno. Che Cristo si dona nella Santa Cena. Che si posa
sulla tua lingua. Che vuol essere con te completamente, così che tu possa gustarlo. La comunione di
mensa con lui e tra di noi. E la pace che proviene dall’altare. Nelle persone che fanno la sua volontà.
Mangiare e bere, avere comunione di mensa tengono insieme corpo e anima. Quel che mi è chiaro, ancora
una volta, qui in Italia, vale proprio nel sacramento della Santa Cena. È la promessa di Dio a sostenermi.
Che è lui stesso ad essere, per me, provvista per il viaggio. Che ha per me un posto alla sua tavola. E lo ha
per il mio prossimo.
Amen.
12.07.2026VI Domenica dopo TrinitatisDeuteronomio 7, 6-12Pastore Dr. JonasCara Comunità,

su quale suolo stiamo?

Qual è il fondamento?

Della nostra vita, della nostra felicità, del nostro destino?

Qual è il fondamento della nostra Chiesa e della nostra comunità?

Che cosa ci dà sicurezza? Su quale suolo stiamo?

È la nostra forza, la nostra prestazione, la nostra salute e la nostra previdenza finanziaria?

E, per quanto concerne la nostra comunità:

è la sua tradizione e la sua storia, è la sua forza e il suo impegno per il Bazar e in altre occasioni, è la sua fama nell’ambiente ecumenico romano o addirittura il suo pastore?

Che cos’è che sostiene?



La meravigliosa Parola di Dio, tratta dal Deuteronomio, parla chiaro. In modo amorevole ma, al tempo stesso, disarmantemente chiaro.

La domanda di fondamento e base, di sicurezza e futuro, riguardo al popolo di Dio, trova risposta:



tu sei un popolo sacro per il Signore, tuo Dio. Il Signore, tuo Dio, ti ha scelto come suo tra tutti i popoli.

Col profeta Isaia, potremmo aggiungere:

o Israele: «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio!». (Is 43, 1).



È l’appartenenza a dare sostegno.

Tu sei mio. Dio ti ha scelto come sua proprietà.

Ciò che, al primo impatto, si ascolta volentieri, in noi suscita anche resistenza.



Da una parte, in quanto persone moderne, illuminate, non ci piace essere proprietà di qualcuno, ma ci piace essere individui liberi.

D’altra parte, tendiamo a definirci in base alle nostre prestazioni e meriti, più che in base alla nostra relazione con Dio.

Quante volte, in questa comunità, mi è capitato di sentir dire quanto qualcuno ha fatto e quanto ha lavorato per il Bazar o per il gruppo donne o per altre attività! Tutto questo è meraviglioso e merita il massimo riconoscimento!

Ma ho sentito di rado dire “faccio parte di questa comunità perché qui trovo sostegno e accesso al mio Dio.”

Perfino nella fede, perfino come cristiani, perfino come luterani nell’Italia così cattolica, tendiamo a definirci in base alle nostre azioni. “Io ho…”.

Ma Dio ci interrompe subito, mentre facciamo quest’elenco, dicendo: “Io ti ho chiamato per nome, tu sei mio”.

Non dice: “Ti lascio farmi l’elenco di tutto quel che hai fatto e di quanto sei capace di fornire prestazioni e poi, forse, decido di sceglierti.”

Dice: “tu sei mio.” Ancor prima che noi facciamo qualcosa per lui, già nel battesimo, già da lattanti.



È come con l’amore di una madre, che non ama il figlio neonato per le sue prestazioni, che non ci sono!, ma soltanto per la relazione, per l’appartenenza: “tu sei mio”.



È difficile farselo piacere, perché noi tutti non siamo più bambini piccoli né bambini né vogliamo più esserlo. Ma nella fede, nella relazione con Dio questa, purtroppo, è la verità. Perché, altrimenti, la Bibbia ci chiamerebbe, in così tanti passi, “figli di Dio”? Perché, altrimenti, Gesù prenderebbe ad esempio i bambini, dicendo: “chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto“ (Mc 10, 15)?



Noi siamo definiti a partire da Dio, dalla nostra relazione con lui e non dalle nostre prestazioni in questo mondo.

E questa relazione è piuttosto unilaterale. In questa relazione c’è un’asimmetria evidente. Dio ti ha scelto come sua proprietà tra tutti i popoli.

Gesù, più tardi, lo dirà in modo ancora più netto: “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15, 16).

Dio ha stabilito questa relazione. È lui il primo. È lui che fa le regole. È lui che ha tutto in mano. Una giovane collega ha criticato tale asimmetria. Questa relazione con Dio non le piace. Vorrebbe un rapporto tra partner, libero e alla pari. Dio e l’essere umano come partner paritari, che si avvicinano o che possono andare ognuno per la propria strada…

Ma Dio è il creatore e noi siamo sue creature!

Egli è il Signore e noi siamo creta nelle sue mani (Ger 18, 6)!



Dio e l’essere umano non sono mai sullo stesso piano; non procedono mai dalle medesime premesse. Egli è colui che non subisce condizioni e noi siamo condizionati da ogni genere di premesse; siamo limitati, definiti.

Ed è già un miracolo che questo Dio infinitamente sublime ed eterno si interessi a noi e che si chini verso noi in basso, offrendoci una relazione.



Il Signore ti ha scelto come sua proprietà.

Questa è la relazione. Questa è una relazione salvifica. Questa è la comunione che ci sostiene e ci regge.

Ma, appunto, è una relazione asimmetrica. È lui che è il Signore!

Ed è lui che fa le regole: “Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do, mettendoli in pratica”.



È una moda singolare del cristianesimo del tempo presente, che (con bellurie democratiche) si elimini ogni gerarchia nella relazione con Dio, facendo di Dio un semplice partner al proprio fianco.



Dio è il Signore! E noi siamo sue creature.

È come nel rapporto tra madre e lattante. Anche questa relazione è asimmetrica; ma, appunto, lo è anche l’amore incondizionato.



Amore, relazione e umiltà nella relazione con Dio vanno pensati insieme: questa è la forza del V libro di Mosè, il Deuteronomio.



Dio ama, sceglie, lega a sé, salva e sollecita affinché questo legame sia giusto e venga vissuto coerentemente. Ciò è espresso in modo meraviglioso. Il Nuovo Testamento non cambierà questa dinamica, ma la approfondirà ulteriormente.



Ci siamo resi conto che la Sacra Scrittura non raffigura il nostro rapporto con Dio come contratto né come calcolo né come formula fisica, ma come amore. Ci sono molte religioni in cui la categoria dell’amore non compare.

Nel caso del nostro Dio, non solo esso compare, ma è la guida. È appassionato; appassionato al punto da non escludere il dolore, ma da immolarsi fino alla morte in croce per portarci a casa in un abbraccio insanguinato.

Non dico che tutto ciò sia per noi senza alcuna pretesa. Ma, onestamente, l’amore autentico è sempre anche una pretesa.



E noi dobbiamo accettare quest’amore che sceglie, che è appassionato e premuroso, a prescindere da tutte le prestazioni, i paragoni e i bilanci dei successi conseguiti.



Come è scritto, nel Deuteronomio?

“Il SIGNORE si è affezionato a voi e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, anzi siete meno numerosi di ogni altro popolo, ma perché il SIGNORE vi ama”.



Israele, allora, è grande o piccolo?

Nell’Antico Testamento, le risposte possono essere molto diverse.

Naturalmente, Israele fu sempre piccolo, in confronto ai suoi grandi vicini.

Ma comunque divenne grande in Egitto, troppo grande per il faraone. Naturalmente, fur sempre anche forte, tanto da far arretrare altri popoli.

Naturalmente, Dio aveva promesso ad Abraamo:

«Guarda il cielo e conta le stelle, se le puoi contare». E soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza» (Gn 15, 5).

Vediamo che la grandezza e la potenza e la forza d’Israele non costituiscono mai la premessa per l’amore di Dio, ma ne sono sempre la conseguenza!



Grande o piccolo, importante o irrilevante:

tutto sta nell’autodefinizione.



La nostra comunità è piccola o grande, importante o irrilevante?

Tutto sta nell’autodefinizione.

Naturalmente, in base ai numeri siamo piccoli, in via di scomparsa. Naturalmente, il nostro influsso è molto limitato e la nostra storia è giovane. Naturalmente, siamo solo parte della CELI.

Ma siamo anche sempre importanti. Talvolta, anche in modo sproporzionatamente grande: quando i media tedeschi si interessano più a noi che a comunità molto più grandi in Germania; quando il papa ci ha fatto visita; quando veniamo presi sul serio e stimati in ambito ecumenico. [Ringrazio qui i nostri amici presenti, Padre Agostino e Matthew Lafferty per la loro fraterna fedeltà!].

Siamo stati importanti, quando qui, pur con tutti i limiti, abbiamo offerto alle persone sostegno e connessione. [Ringrazio qui tutti coloro che, in questa comunità, vi hanno contribuito; in particolare, il Consiglio e il suo Presidente].

Grande o piccolo: tutto sta nell’autodefinizione.



Sei grande o piccolo, importante o irrilevante, significativo o facilmente trascurabile?

Puoi domandartelo, Israele. Puoi domandartelo, Christuskirche. Puoi domandartelo, tu, che tu sia italiano o tedesco, ricco o povero, vecchio o giovane.



Grande o piccolo: tutto sta nell’autodefinizione.

No! Non nell’autodefinizione, ma nella definizione data da Dio..

È lui che dice a Israele quanto vale.

È lui che ti dona i momenti in cui ti senti davvero prezioso e accettato.

È lui che, alla fine, giudica la nostra vita.



Passare dall’autodefinizione alla definizione da parte di Dio è, in effetti, la sintesi di tutto il Vangelo.

Non far determinare dagli altri la mia vita, il mio valore, la mia grandezza o il mio umore, ma farli determinare dal Dio eterno, vivente, vero: questo è il passo nella luce.

La tua vera grandezza non la riconosci guardando al conto corrente, ma all’agire del tuo creatore.

La tua vera bellezza non la vedi guardandoti allo specchio, ma nell’aspetto impeccabile di Geù, che il creatore ti attribuirà.

Il tuo vero valore non lo riconosci guardando alle tue prestazioni, ma guardando negli occhi di Gesù Cristo, che guarda a te anche quando tu sei completamente in basso.

Dall’autodefinizione alla definizione da parte di Dio.

Questo è il passo che la dottrina luterana ha sempre posto al centro.

Questo è il passo a compiere il quale si spera che si venga sempre invitati da questo pulpito.

Questo è il passo che non porterà mai nel vuoto, ma in un futuro eterno. Tu sei mio!

Amen.
05.07.2026V Domenica dopo TrinitatisLuca 5, 1-11Pastore Dr. JonasCara Comunità!

I pescatori prendono pesci. O no?

Noi tutti, almeno per quanto riguarda il nostro lavoro principale, non siamo pescatori e, oggi, ascoltiamo questo racconto del Vangelo sulla pesca sul Lago di Genezareth.

Simon Pietro è pescatore. Non ha preso alcun pesce. Almeno, non all’inizio. Per tutta la notte, ha pescato, lavorato e non ha preso nulla.

E quando, al cenno di un uomo che, alla fine dell’episodio, chiamerà Signore, andrà di nuovo al centro del lago, prendendo molti più pesci di quelli che le reti possano trattenere, allora il pescatore darà le spalle ai pesci e alla barca e seguirà colui che gli avrà donato questa pesca.

È finita, con il lavoro esercitato fino a quel momento.

I pescatori prendono pesci.

Ma adesso vale questo: i discepoli pescano esseri umani.

Simon Pietro, pescatore di pesci, diventerà un pescatore di esseri umani.

E diventerà l’apostolo su cui il Signore edificherà la sua chiesa.



La pesca, all’inizio della storia, è un lavoro e, alla fine, è solo una metafora di questo racconto ricco di simboli.

Il lago, la riva, le rocce, la barca, i pesci…

Questo racconto è davvero dotato di un doppio fondo.

E, nel suo avere non doppio fondo, è senza fondo.



Naturalmente, la Natura stessa, nelle sue forme, ha molti significati e Goethe ci ha avvertiti:



Osservando la Natura,

dovete sempre considerare l’uno come il tutto. (Epirrhema)



Ma non possiamo restare fermi alle tante belle singolarità; dobbiamo, invece, vedere quale sia il contesto di questo racconto biblico ricco d’immagini.

Così come anche nella fede, per altro, siamo invitati a intendere la nostra vita non solo come successione di molte singolarità (belle e interessanti), ma a vedervi, dietro e soprattutto e dopo tutto, uno scopo e un filo rosso.

Per riuscirci basta soltanto guardare bene! E lo facciamo in ogni culto.



Già all’inizio della storia, essa si fa senza fondo. Come sempre, quando la Parola di Dio incontra gli esseri umani.



La folla stringe intorno a Gesù per ascoltare la Parola di Dio. Possiamo farcene un’idea: quelli che stanno davanti lo sentono bene; quelli che stanno dietro, non lo sentono per niente bene.

E il figlio del carpentiere di Nazareth decide di andare sull’acqua.

Non per volgere le spalle al popolo!, ma, al contrario, Gesù lascia la terra, su cui si ha terreno solido sotto i piedi, e si fa portare un poco distante, sul lago, affinché tutti possano sentirlo.

Tutti quelli che si trovano sulla riva, con terreno solido sotto i piedi, per ascoltare la Parola di Dio.



Sì, cara Comunità, siamo così, quando ascoltiamo la Parola di Dio.

Stiamo e restiamo volentieri sulla riva sicura. Non vogliamo perdere la terra sotto i piedi, quando qualcuno deve dirci qualcosa di incisivo, di decisivo per la vita.

Comunque, si ascolta. È già qualcosa. Dalla riva, si può ascoltare tranquilli, facendosi un’opinione. Si può decidere tra sé con calma: voglio continuare ad ascoltare? Mi interessano queste storie e parabole del regno dei cieli? Voglio ascoltare ancora questo predicatore di Nazareth? Posso dire di averne abbastanza delle sue parole?

Oppure, si può pervenire alla conclusione opposta. Si alzano le sopracciglia e ci si domanda: che roba è questa?, e si va via.



Ma il Predicatore della Parola di Dio, almeno nel nostro racconto, si distingue in maniera significativa da tutti questi ascoltatori che stanno sulla riva, con terra solida sotto i piedi. Non ha terra solida sotto i piedi. Il suo appoggio è una barca di pescatori. Che poggia sull’acqua. Senza assi né strutture di ferro. È una scena meravigliosa, non priva di simbolismo.

Il Figlio di Dio, Gesù, che è la Via, la Verità e la Vita, si mette su un pavimento che dondola; lascia la riva sicura per portare il suo messaggio di salvezza.

E chi, fino ad oggi, voglia essere predicatore, chi sia chiamato ad essere servitore della Parola divina, si allontana, doverosamente, in qualche modo, dalla riva sicura. La sua esistenza diventa senza fondo. Come, in effetti, ogni esistenza cristiana che abbia compreso qualcosa.

Ma deve trovare il suo fondamento. Che però dev’essere un altro, rispetto alla riva, presunta sicura, su cui stanno in piedi le persone.

Dev’essere un’ancora che regga in eterno.



Simon Pietro, senza rendersene conto, è già sulla via che porta a trovare questo fondamento.

È già in cammino verso la meta, quando il Signore lo manda al centro del lago: lì, dove l’acqua è più profonda.

Il predicatore della Parola di Dio si mischia nella vita dei pescatori.

Il suo consiglio inesperto, “Va’ dov’è più fondo!”, stupisce l’esperto. Comunque, ha lavorato tutta le notte senza prendere nulla.



Lavorare l’intera notte senza prendere nulla: ne sappiamo qualcosa. A me, come lavoratore da scrivania, succede più spesso che a pescatori propriamente detti. Quanto più si è concentrati sul successo, tanto più è probabile l’insuccesso. Alla scrivania, accade di fare la stessa esperienza dei pescatori: lavorare tutta la notte, senza aver capito, compreso, inteso niente ma proprio niente.

Per tutta la notte, restare svegli a pensare e non cavarne niente.

Niente che sia la soluzione; niente che si possa mettere su carta; niente che si possa presentare ai colleghi il giorno dopo.

È così alla scrivania del pastore, così come in molti altri luoghi, dove si fa quest’esperienza opprimente: lo zelo con cui si è agito non ha portato alcun successo! C’è da disperarsi.

Il figlio del carpentiere, che predica, lo fa muovere ancora, benché di pesca ne capisca davvero poco.

“Sulla tua parola”, dice Simon Pietro. L’artigiano berlinese direbbe, in tono leggermente imbronciato “Wenn se meenen, Mester…”, che corrisponde al romano “se lo dite voi, sor Mae’…”. E si rimette all’opera: esce con i suoi compagni, getta le reti e si meraviglia. Perché questa pesca è più che riuscita. Le reti rischiano di rompersi. La ricchezza del creato diventa visibile.

La parola del figlio di carpentiere, che predica, su cui Pietro, dopo una notte di lavoro vano, è uscito di nuovo (“se lo dite voi, sor Mae’…), questa parola è stata qualcosa di più di una dritta.



“Qui sono le forze robuste, la potenza inesauribile;

questo mostrano le creature, fatte dalla tua mano:

il cielo e la terra con tutta la loro schiera,

dei pesci il numero incalcolabile nel gran mare selvaggio.” (EG 302,3)



Qui dev’essere all’opera la forza creatrice.

E il predicatore di Nazareth è, in qualche modo, legato a questa potenza.

Dio era presente, allora, sul lago di Genezareth. Il Dio eternamente ricco, tra pesci e pescatori.

La pesca sovrabbondante che finisce nella rete di Pietro non scatena alcun giubilo in vista dei profitti, ma solo sgomento.

“Spavento aveva colto lui e tutti quelli che erano con lui”.

Invece di giubilo, spavento: spavento per l’inesauribile potenza creatrice di Dio!

I pescatori, che altrimenti avevano a che fare solo con altre creature (in modo darwiniano), creatura con creatura, adesso si imbattono nel Creatore.

“Qui sono le forze robuste, la potenza inesauribile;

questo mostrano le creature, fatte dalla tua mano”.

Lo sfondo divino del racconto si è spostato sul suo proscenio terreno. Sì, cara Comunità, può accadere.



Pietro, allora, s’inginocchia. Si getta ai piedi dell’uomo che, evidentemente, è legato al Creatore.

Comincia, anzi, no: non comincia a ringraziare, ma a incolpare se stesso.

«Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».

Invece di cercare la vicinanza creatrice di questo Gesù, Pietro mette distanza; la distanza che si addice a un peccatore di fronte al suo Creatore.

«Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».

La confessione di peccato di Pietro è, al tempo stesso, confessione della divinità di Gesù.

Ma è la cosa più sciocca che un peccatore possa fare, di fronte alle forze robuste e alla potenza inesauribile di Dio. Pio, ma sciocco!

Non “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”.

Ma “Signore, vieni da me, vieni vicinissimo, perché sono un peccatore!”. Questa sarebbe una confessione di peccato buona e vera perché utile. Al peccatore giova solo la presenza di colui che può vincere e perdonare anche il peccato.



Gesù non va via senza aver tolto la paura al peccatore né senza aver perso con sé Simon Pietro peccatore.

Di più: Simone era un pescatore. E i pescatori prendono i pesci.

Il peccatore Simon Pietro, da quel momento in poi, pescherà esseri umani. Finirà come apostolo.



Noi non siamo tutti apostoli né lo diventeremo. Ma diventare pescatori di esseri umani vuol dire avvicinare le persone e Dio e questo è anche il nostro obiettivo.

Che, facendolo, si abbiano “pesche” abbondanti come quella di allora al lago di Genezareth, Dio non l’ha promesso nemmeno a Pietro.

La categoria del successo e dei numeri è ben misera cosa, quando si tratta della gioia di incontrare Dio. Qui è un’altra categoria a risultare più appropriata: quella del miracolo.



La metafora della pesca di esseri umani è comunque ricca di contenuto.

Può condurre a fraintendimenti devastanti. Luca, qui, l’ha formulata apposta in modo più cauto di quanto abbiano fatto gli evangelisti Marco e Matteo.

Perché che persone finiscano nella rete o che restino attaccate all’amo come pesci non è volontà di Gesù! Questo lo sostengono solo gli ideologi. Che ci saranno sempre, anche tra i teologi. Purtroppo!



I veri pescatori di esseri umani sono quelli che lacerano le brutte reti che ci tengono prigionieri o in cui siamo rimasti impigliati. I pescatori di esseri umani alla sequela di Gesù sono gli agenti della libertà: della libertà creatrice di Dio.



A questa libertà siamo incoraggiati, in effetti, in ogni culto. E chi si fa incoraggiare ripetutamente, si distinguerà forse anche, in bene, da Simon Pietro, vale a dire nel fatto di non abbassarsi, ma di ridere di cuore perché, in nome di Dio, può ridere del proprio peccato.

In effetti, Simon Pietro avrebbe dovuto ridere sonoramente.

Per primo, della propria stoltezza: la sua consapevolezza del peccato voleva allontanare il Signore, proprio colui che è l’unico che possa liberare dal peccato!

Una battuta ironica malriuscita; una battuta su cui, dopo, si può solo ridere; dopo che Pietro da pescatore è diventato apostolo.



I pescatori prendono i pesci. Questa era la normalità, nella vita.

Da ora in poi, sono esseri umani. Pietro diventa pescatore di esseri umani, ma senza amo né rete, bensì solo con la parola.

Pescare con la parola: che ironia!

Ma stavolta, è un’ironia ben riuscita. Un’ironia che è venuta in mente al buon Dio stesso.

Su questo punto si può ridere liberati.

La Parola di Dio, la Parola di Gesù, detta dalla barca dondolante,

contro tutte le resistenze della ragione e della durezza di comprendonio umana,

porta a lacerare le reti.

E questo fanno fino ad oggi.

Amen.
28.06.2026Pietro e Paolo"Deutsche Messe" Franz SchubertPastore Dr. JonasCara Comunità riunita per la festa!

Com’è bello che oggi ci sia anche una musica festosa! La “Deutsche Messe”, la “Messa Tedesca” di Franz Schubert, cantata dal coro per la terza volta, in occasione della Festa degli Apostoli Pietro e Paolo. È un’opera speciale. Speciale per la sua sobrietà (taluni dicono che sia noiosa) e speciale per il testo, in tedesco. In un’epoca in cui la messa era ancora celebrata in latino, fu una rivoluzione: canti della messa nella lingua del popolo! Si era pericolosamente vicini agli inni sacri evangelici.

Perché questa sobrietà e perché il testo in tedesco?

Per raggiungere le persone! Per raggiungere il cuore!

Mentre i testi in latino del rito cattolico pongono al centro, con virtuosismo, la lode di Dio, i testi della Messa Tedesca mettono al centro invece l’essere umano, con le sue preoccupazioni e problemi terreni.

“Dove mi volgerò, oppresso da dolore e sofferenza?”

“Ah, se non avessi te, che m’importerebbero terra e cielo?”

“Gloria a Dio nell’alto dei cieli! Lo balbettiamo anche noi, partoriti dalla Terra.

Stupisco, questo solo posso, e stupendo mi rallegro:

Padre dei mondi! E io unisco la mia voce”.



In questi testi non si parla, in modo astratto, della grande, inconcepibile gloria di Dio; in queste parole non si tratta di me, del mio sentimento religioso.

Questa messa di Schubert vuole raggiungere il cuore!

La musica raggiunge il cuore. Altrimenti non è buona oppure è fatta male.

La musica deve “raggiungere il cuore”: così ha scritto Beethoven sotto la sua maggiore composizione sacra, la “Missa solemnis”.

Eh già, al cuore le cose ci arrivano per mezzo della musica. Specie in chiesa.

C’è il batticuore in occasione di ogni matrimonio, all’ingresso della sposa, quando risuona l’organo e tutti si alzano in piedi.

Ci corrono brividi lungo la schiena, quando, la sera della Vigilia di Natale, nella chiesa in penombra, cantiamo a gran voce “O tu splendida”. E sarebbe un peccato che questo rituale non ci fosse.

La musica raggiunge il cuore.

E ogni persona, anche un campione d’insensibilità, ha bisogno di qualcosa per il cuore, che lo ammetta o no.

E gli inni nazionali durante i mondiali di calcio, cantati stonando o gridando, sono proprio cantati col cuore.

La musica va al cuore. Lo sappiamo per esperienza.

La musica ci muove, ci commuove, ci dà la pelle d’oca.



Ora, però, di Dio viene detto che ci dà un cuore nuovo. Questo è molto di più.

“Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo“ (Ez 36, 26).

“O Dio, crea in me un cuore puro

e rinnova dentro di me uno spirito ben saldo“ (Sl 51, 12).

Questo è più che avere la pelle d’oca allo stadio o in chiesa!

Questo è più di un sentimento elevato, che si può sempre provare, ascoltando bella musica o una lode ben fatta.

Dio non ci promette solo di toccare il cuore, ma ci promette un cambiamento.

E noi capiamo esattamente la differenza:

il toccare è atto breve, fugace e svanisce di nuovo.

Il cambiamento del cuore resta. E fa di noi persone nuove, fortificate, amorevoli.



E questa è una differenza che molte persone di fede cristiana non conoscono.

Si aspettano da Dio, forse, un essere toccati, un’emozione religiosa, un sentimento pio.

Ma, secondo il Vangelo, si tratta di qualcosa di più:

Dio non solo ci tocca, ma vuole cambiarci.

Non vuole toccare solo di sfuggita il cuore, ma vuole darci un cuore nuovo.



Come ciò appaia, lo vediamo in Pietro e Paolo.

Non solo furono toccati da Gesù, ma divennero persone completamente nuove; persone cui pensiamo, nella Chiesa, fino ad oggi.

Paolo fu rovesciato radicalmente da Dio, quando la luce di Gesù lo fece cadere da cavallo davanti alle porte di Damasco.

L’uomo, da quel momento in poi, fu un altro uomo.

E questo ci spiega che cosa significhi che Dio dona un cuore nuovo.

Questo, nel caso del grande Paolo, è impressionante.

Già solo guardando, noi tutti diremmo: sì, è chiaro, Dio dona un cuore nuovo.

Ma nel mio caso?

Non è che tutti noi sperimentiamo una svolta esistenziale così intensa e nemmeno una crisi così profonda come quella di Paolo.

Perciò sono felice che la Chiesa non ricordi soltanto Paolo, ma che lo faccia sempre insieme con Pietro.

E nel suo caso, le cose stanno in modo del tutto differente.

Pietro non solo aveva un’altra personalità, ma ad essere del tutto differente fu anche il cammino che Gesù fece con Pietro.

Fu molto più lungo, molto meno spettacolare. Fu un processo lungo. Che incluse anche fallimenti e rovesci ripetuti.

La prima, cauta sequela di Gesù all’inizio; la comprensione sempre più profonda di chi fosse Gesù, quando Pietro, nel corso degli anni, tornò ad ascoltare sempre di nuovo le sue parole; il fallimento nella sofferenza e, ciò nonostante, l’accettazione, da parte di Gesù, dopo la resurrezione.

E noi non esiteremmo un secondo a dire che Dio, con tale processo, ha donato anche a Pietro un cuore nuovo.



Ci sono, a questo riguardo, appunto, il modello Pietro e il modello Paolo.

Il processo lungo e il miracolo spettacolare.

Il nostro problema, adesso, è che, come cristiani, di solito vogliamo il modello Paolo: oggi, qui e subito!

Essere scaraventati giù da cavallo da Gesù, in modo che non ci sia spazio per il dubbio.

Esperienze di fede siffatte possono accadere.

Ma può anche darsi che Dio abbia previsto per noi il modello Pietro:

un cammino lungo. Un ascolto di Gesù per un tempo lungo. Esperienze più piccole, ma numerose, con Gesù.

Peccato e perdono.

Ma, nel corso del tempo, appunto, un cuore nuovo.

Un cuore forte, una fede salda che ci sostiene durante le crisi e un Signore che, alla fine, nonostante il fallimento, ci accoglie tra le braccia.

Dio cambia il nostro cuore. Lo fa, certissimamente, con ognuno che si lasci coinvolgere.

Ma il cammino su cui ciò accade dobbiamo lasciarlo a Dio.

Che ciò significhi solo un secondo di luce alle porte di Damasco o una peregrinazione di anni per monti e valli di Galilea, a deciderlo per noi è Dio.



E l’altro problema sono le nostre attese elevate.

Se ascoltiamo parlare di un cuore nuovo, allora pensiamo subito a sentimenti elevati e felicità sconfinata; allora, ci aspettiamo assenza di preoccupazioni e una coscienza impeccabilmente pura.

E se ciò non si avvera, allora pensiamo:

“Beh, allora nel mio caso non può esserci un cuore nuovo.”

Perché equipariamo il cuore nuovo al cambio totale di umore, a una pura questione di sentimenti.

Ma un cuore nuovo è qualcosa di più. È un fondamento nuovo per i nostri sentimenti. Non sono semplicemente solo sentimenti nuovi.

È il loro nuovo fondamento!

E potete credermi: Pietro e Paolo, con tutta la loro santità apostolica, conobbero anche sentimenti negativi.



Dio cambia il nostro cuore.

C’è un’idea della Bibbia che è diventata importante, per me ed è come Dio opera questo processo.

Il profeta Isaia dice di Gesù che fascerà i cuori spezzati (61, 1).

Il Salvatore fascerà i cuori spezzati.

Dio, in prima linea, fa nuovo il nostro cuore guarendone le ferite.

Il nostro cuore diventa nuovo proprio perché Gesù guarisce le vecchie ferite, fasciando il nostro cuore infranto.

Egli tiene insieme il cuore, che altrimenti si frantumerebbe in migliaia di pezzi sparsi, e fa di noi la personalità intera, unica che vuole che siamo.



Dio ci dona un cuore nuovo. Magari più mediante i suoi bendaggi che mediante un trapianto spettacolare.

Qui, qualcosa diventa nuovo e non è solo toccato in modo emotivo.

Ciò non solo va al cuore, ma cambia il cuore.

Ma la nostra musica, che siamo cantori o ascoltatori, tocca il cuore più fortemente che può.

Non come fine a se stessa.

Ma come indizio a quel cambiamento del cuore che solo Dio può donare.

E del Gesù che non ci lascia come siamo, ma che ci prende con sé sul cammino verso una vita migliore, qui in modo imperfetto, ma alla fine, presso di lui, in modo perfetto.

Di ciò sono testimoni Pietro e Paolo, fino a questo giorno.

Amen.
21.06.2026III Domenica dopo TrinitatisSonnengesang Francesco d'AssisiPastore Dr. JonasCara Comunità!
Come ogni anno, anche in questo in giugno, siamo nel giardino delle piante della Bibbia; questa volta
ricorre l'8° centenario della morte di Francesco d'Assisi.
Vediamo in Francesco entusiasmo per la Natura e sensibilità per il creato, molto prima di ogni movimento
ecologista del presente. In Francesco, a spingere a volgersi in particolare al creato non potevano essere la
preoccupazione per i cambiamenti climatici, per l'esaurirsi progressivo delle rsore e per l'inquinamento
ambientale.
I motivi dovettero essere altri.
Non fu nemmeno per un romanticismo ingenuo nel modo di considerare il creato. Francesco non fu un
esteta ingenuo, capace di vedere solo il bello della Natura, tralasciandone in pericoli.
Conobbe guerra, malattia e miseria. La Natura, per lui, non era un mondo idilliaco.
Se non furono le preoccupazioni per l'ambiente a collegare Francesco al creato, né fu l'entusiasmo cieco
per la bellezza, che cosa fu, allora?
Francesco aveva motivi più profondi, motivi permanenti, motivi profondamente ancorati nella fede per il
suo legame con la Natura.
In tal modo, è un correttivo prezioso per taluni nostri contemporanei, anche cristiani, che s'interessano alla
Natura mossi solo da entusiasmo superficiale per il bello e per il creato o che hanno gettato uno sguardo
alla Natura solo in ragione dei problemi: solo da quando le temperature sono roventi e le risorse stanno
diminuendo.
Il legame con la Natura di Francesco ha motivi più profondi, motivi permanenti, che oggi vi mostrerò. E,
con la sua impostazione, è molto vicino a Martin Lutero e a Paul Gerhardt.
1 Le altre creature sono fratelli e sorelle
Quando consideriamo il Cantico delle creature di Francesco, notiamo presto che Sole e Luna, vento e
fuoco sono da li chimati fratelli e sorella.
Un'idea strana. Come esseri umani, possiamo chiamare fratelli e sorelle altri esseri umani che non sono
imparentati con noi fisicamente.
Come cristiani, tra noi ci chiamiamo fratelli e sorelle. Anche Friedrich Schiller, nella sua “Ode alla gioia”,
considera l'intera umanità come fatta di fratelli:
La tua magia unisca di nuovo
ciò che l'uso severo divise;
tutti gli esseri umani diventano fratelli,
ovunque si posi l'ala tua leggera.
Vi abbraccio, milioni!
Questo bacio è per tutto il mondo!
È l'entusiastica gioia a renderci fratelli e sorelle? È la parentela biologica?
Oppure è la medesima origine, è l'unico Padre in cielo, l'unico Creatore, che ha creato tutti noi?
Se è così, cara Comunità, allora Francesco ha ragione a chiamare fratelli e sorelle anche il Sole, il vento e
le stelle. Sono per noi come sorelle o fratelli carnali, che Dio ci ha posto accanto: noi dobbiamo vivere
con loro, che ci piaccia o no. Anche qui non si tratta d'altro che d'una sola famiglia.
Sole, Luna e stelle, piante e animali non sono nostri fratelli e sorelle perché sono tanto belli oppure perché
li troviamo carini; ma lo sono perché furono creati insieme con noi. Francesco, qui, non è uno che fa
vaneggiamenti esoterici, mischiando cose senz'anima ma è uno che riflette sul creato in modo radicale e
fino alle ultime conseguenze.
Qui, inoltre, è vicinissimo a Martin Lutero. Lutero, in un passo importante, scrive:

“Io credo che Dio mi ha creato insieme con tutte le creature”.
L'essere umano non vive da solo. L'essere umano non può fare il proprio cammino da egoista. Non può
nemmeno vivere solo con gli altri esseri umani, ma è parte di un creato complessivo. Io posso vivere solo
in mezzo alle altre creature. Così Dio ha voluto.
Dio non ha creato il mondo solo per me:
il mio prossimo è suo figlio, come me. (EG 412)
Io non vivo da solo, ma insieme con tutte le creature.
Io non sono costruito e pensato da Dio solo per me stesso, ma sempre nel contesto relazionale con le altre
creature.
Ciò, talvolta, è bello e piacevole. Ciò, altre volte, è anche difficile e costituisce una sfida. Ma non può
essere diverso.
E se abbiamo capito questo, ciò ci conduce al secondo punto.
2 I fenomeni naturali sono ambivalenti
Il carattere lieto del Cantico delle creature e la lode di Dio non implicano, per Francesco, che egli veda
tutto rosa e luminoso.
Tutte le con-creature, tutti i fenomeni naturali sono ambivalenti. Possono essere per noi buoni e cattivi.
Il Sole ci illumina e ci riscalda. Ma può anche bruciare e seccare spietatamente.
L'Acqua placa la sete, fa crescere le piante e rinfresca. Ma può anche allagare, distruggere e far affogare.
Il Fuoco riscalda e cuore; ma può anche bruciare e distruggere molte cose.
Gli animali sono intelligenti e meravigliosi da guardare; ma possono attaccarsi a vicenda e mangiarsi tra
loro senza misericordia.
Le piante ci nutrono, producono ossigeno e procurano ombra. Ma possono anche sopraffarsi e soffocarsi a
vicenda.
Anche se Francesco loda gli elementi della Natura, non è ingenuo né preda di sogni. Nomina anche il
peccato.
Che, per lui, e per la Bibbia, non è soltanto un atto sbagliato, ma è lo strappo completo che corre per tutto
il creato.
Il peccato, la posizione erronea, non è problema solo umano. Interessa tutto ciò che vive. Paolo lo dice
chiaramente:
il creato è soggetto alla transitorietà, che lo voglia o no, perché l'essere umano, con la caduta nel peccato,
ha guastato l'ordine di Dio. Non viviamo in paradiso. Il leone mangia l'agnello. E il bambino non può
giocare accanto alla tana del serpente.
A regnare non è l'armonia perfetta. A regnare è un contesto relazionale guasto, fin da Adamo e Eva.
E il comportamento consumistico, caratterizzato da sfruttamento e, spesso, da mancanza di
consapevolezza, da parte delle persone di oggi, è solo l'ultima pietra del muro della superbia umana e
della lontanza da Dio.
Paolo, nella Lettera ai Romani (c. 8), scrive che il peccato umano è la causa di tutta la sofferenza e i
gemiti del creato e, così facendo, offre all'attuale dibattito sull'ambiente il messaggio unico, potentissimo,
del Nuovo Testamento.
Francesco non dimentica il peccato, nel Cantico delle creature. Non cade in un entusiasmo privo di
riflessione, ma vede sempre il grande contesto complessivo.
Sole, Luna e stelle, Acqua, Vento e Fuoco non sono solo belli, ma sono ambivalenti.
I consimili umani, gli animali e le piante non sono sempre e solo carini e gentili verso di noi, ma, talvolta,
sono anche faticosi, pesanti o molto pericolosi.
Francesco non vede un'armonia ingenua, quando parla di sorelle e fratelli; guarda, invece, in modo molto
realistico.
Fratelli e sorelle carnali non sono sempre carini e gentili. Talvolta, ci hanno fatto arrabbiare di brutto. Ma
restano sempre i nostri fratelli e sorelle, perché abbiamo gli stessi genitori; perché stiamo nella stessa
barca!

Lo stesso vale per Sole e Luna, fiori ed erbe.
Il creato è soggetto alla transitorietà.
Ma l'intero creato può anche sperare nella redenzione.
Secondo Paolo, il creato avrà parte alla libertà gloriosa dei figli di Dio.
Quasi 2000 anni prima della crisi climatica, Paolo afferma che il creato geme e soffre. Ma lo paragona a
una donna in travaglio. La sofferenza avrà fine e ci sarà vita nuova.
3.Anche la morte fa parte del creato
Se consideriamo il bel Cantico delle creature di Francesco, allora ci salta all'occhio che la Morte è definita
sorella e che Dio è lodato per causa sua.
Quest'idea, probabilmente, ci è estranea. Con tutto l'entusiamo per il creato, preferiamo mettere da parte la
morte. E se pensiamo ad essa, non lo facciamo con gratitudine e in modo positivo, ma con sofferenza e
dolore.
Come può, Francesco, arrivare ad accettare la morte come sorella?
Anche qui la risposta è la sua profondità concettuale.
Chi osservi attentamente la Natura, vede il divenire e il passare, vede il fiorire e il morire, vede la nascita
e la morte.
Niente, più di uno sguardo alla Natura, ci rende più consci della transitorietà e della mortalità. Lo sa già
l'Antico Testamento:
“ogni carne è come l'erba e tutta la sua grazia è come il fiore del campo. L'erba si secca, il fiore
appassisce“ (Is 40).
Francesco compone questo Cantico delle creature poco prima di morire. Non è l'esplosione di sentimenti
della gioventù in fiore, ma è la professione di fede di un uomo mortalmente malato.
Ma come può dare il benvenuto alla morte, considerandola sorella inviata da Dio?
Può farlo solo nella fede. Perché il suo Dio non è solo il Creatore, ma è anche il Redentore. O, per dirla
altrimenti: egli non è solo il Padre, ma anche il Figlio. Noi non crediamo soltanto nel Creatore di questo
mondo, ma anche in Gesù Salvatore e nello Spirito Santo Completatore.
Detto in modo ancora diverso: Dio non ha in mano solo la transitorietà, ma anche il futuro.
Molte persone credono, sì, in un qualche Dio come fondamento del mondo, ma lasciano volentieri da
parte l'idea che questo Dio sia anche il fondamento della loro vita e della loro vita dopo la morte.
Ma se Dio è onnipotente ed eterno, allora deve avere in mano tutto.
Francesco non si ferma a considerare il mondo presente: guarda anche all'aldilà, perché per lui ne fa parte.
E con ciò è molto affine a Paul Gerhardt, che certamente non conobbe.
“Va' nell'estate lieto, cuor” non si limita all'osservazione di giardini, fiori e api. Paul Gerhardt guarda
anche all'aldilà:
Ah, penso, qui è così bello
e tu ci fai vivere così amabilmente,
su questa povera Terra:
Che cosa sarà la vita, dopo questo mondo,
lì, nella ricca tenda del cielo,
e nella reggia d'oro,
e nella reggia d'oro. (EG 503, 9)
L'energia creatrice di Dio non cessa con ciò che noi troviamo già esistente su questo pianeta. L'energia
creatrice di Dio ha voluto e vuole noi. Perciò la morte è solo il passaggio alla vita presso Dio.
Questa morte, che ci porta da qui a lì, Francesco può accoglierla come sorella.
Di questa morte, 500 anni dopo, Paul Gerhardt scrisse, poeticamente:
Ma la morte non può ucciderci;
strappa però il nostro spirito
da migliaia di sciagure,
chiude il portone degli amari dolori
e fa strada
per andare alle gioie del cielo. (EG 370, 8)

La morte non è la fine amara, ma è la sorella che mette fine ai nostri dolori corporali e che ci traghetta
sull'altra sponda. Questa è un'idea ardita, rivoluzionaria, che richiede il coraggio della fede, ma è anche
un'idea profondamente consolante. Francesco e Gerhardt l'hanno pensata. E anche noi possiamo farlo.
Care Sorelle e cari Fratelli,
non abbiamo solo goduto del nostro bel giardino delle piante della Bibbia, oggi.
Non abbiamo solo meditato sui bei testi di Francesco, Lutero e Paul Gerhardt.
Abbiamo anche visto che questi tre testimoni della fede sono molto vicini tra loro.
Abbiamo visto che sono d'accordo, quando si tratta del Creatore e del senso eterno che è dieto a tutto ciò
che esiste.
Ma, soprattutto, spero che abbiamo percepito che il nostro Dio è uno solo:
ha creato noi e tutto ciò che esiste e vuole che noi e tutto il resto abbiamo un futuro.
Non solo una soprav-vivenza, ma una vita con lui, in comunione, dotata di senso, con futuro eterno.
Qui, davvero si può solo dire:
Tue so' le laude, la gloria et onne benedictione!
Amen.
14.06.2026II Domenica dopo TrinitatisMatteo 11, 25-30Predicatrice BelliCara Comunità,

il testo per la predicazione di oggi include uno dei versi che sono scritti nel tamburo
della nostra abside: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò
riposo”. Un versetto “ricostituente”, che suona bene in questo periodo afoso.
Versetto che, lasciando da parte le battute, ci può far venire in mente il momento in
cui ci siamo sentiti a casa, o di nuovo a casa dopo aver attraversato il nostro
personale deserto, nella fede cristiana e abbiamo sentito il nostro rapporto con Cristo
come fondante la nostra vita.
Il versetto però non è isolato; leggo ora il resto del passo da cui è tratto, che si trova
nel capitolo 11 del Vangelo di Matteo:

25 In quel tempo Gesù prese a dire: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e
della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai
rivelate ai piccoli. 26 Sì, Padre, perché così ti è piaciuto. 27 Ogni cosa mi è stata
data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e nessuno
conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo.

28 Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. 29
Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile
di cuore; e voi troverete riposo per le anime vostre; 30 poiché il mio giogo è dolce e
il mio carico è leggero».

Questi versetti costituiscono il paragrafo conclusivo del capitolo 11, che si apre con
Giovanni Battista che manda i discepoli a domandare a Gesù se egli sia “colui che
doveva venire”. Gesù risponde in modo indiretto: «i ciechi recuperano la vista e gli
zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il
vangelo è annunciato ai poveri. Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!»
(vv. 5-6). L'intero capitolo riguarda dunque l'annuncio del regno di Dio: come si
riconosce l'arrivo del regno di Dio? Che cosa dice la Bibbia, insieme di libri che
insegnano a interpretare e comprendere la volontà di Dio? E chi ha il compito di
stabilire come stiano le cose?
Al tempo di Gesù, il compito di leggere le scritture e interpretarle era degli scribi.
Oggi, nelle Chiese, è compito dei teologi. Ma anche dei fedeli, dalla Riforma in poi.

Anche ai nostri giorni andiamo in cerca di segni, di razionalizzazioni. Non tanto per
capire se arrivi il regno di Dio, purtroppo, quanto per capire se stia arrivando la fine
dei tempi. In tutto questo spesso c'è più desiderio di sentire di avere il controllo della
situazione che volontà di comprendere la volontà di Dio.
In questo passo, Gesù ci dice che il regno di Dio si annuncia con la guarigione, e
quindi con l'attenzione amorevole, per coloro che vengono considerati “difettosi”, da
tenere ai margini della società: ciechi, zoppi, lebbrosi. I morti resuscitano e, cosa
ancora più importante e citata per ultima, il vangelo è annunciato ai poveri.

I poveri sono gli ultimi. Sono quelli che non hanno potere e che certo non si sono
potuti permettere le scuole in cui si insegnano le scritture.
Ma è anzitutto proprio ai poveri e agli emarginati che si rivolge Gesù.
La comprensione di che cosa sia il regno di Dio non è limitata ai sapienti, agli
intelligenti. È per tutti. Il regno di Dio non è un regno gerarchico, in cui alcuni sono
più in alto di altri e moltissimi si ritrovano in basso. Il regno di Dio non è
piramidale; per quanto riguarda le posizioni umane, è una grande, immensa piana in
cui tutti gli esseri umani stanno in piedi allo stesso livello di dignità davanti a Dio.

Il regno di Dio comincia dai cuori che conoscono i limiti dell'esistenza umana.
Comincia in chi ha un'esistenza in cui, in ogni momento della vita, deve fare i conti
con ciò che non può fare.
Comincia in chi ha un cuore (oggi diremmo una mente) che s'interroga sul senso
della vita e che cerca di comprendere Dio e la sua volontà senza mai sentirsi arrivato
nei propri ragionamenti.
Comincia in chi è stanco e oppresso e anela al riposo. «Venite a me, voi tutti che siete
affaticati e oppressi, e io vi darò riposo.»

29 Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e
umile di cuore; e voi troverete riposo per le anime vostre; 30 poiché il mio giogo è
dolce e il mio carico è leggero».

25 In quel tempo Gesù prese a dire: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e
della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai

rivelate ai piccoli. 26 Sì, Padre, perché così ti è piaciuto. 27 Ogni cosa mi è stata
data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e nessuno
conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo.
14.06.2026II Domenica dopo TrinitatisMatteo 11, 25-30Pastore Dr. LenskiCara Comunità,
il testo per la predicazione di oggi è breve, ma ricco di contenuto. Sono sei versetti, che trattano di
conoscenza, potere e forza per noi.
Leggo, dal capitolo 11 del Vangelo di Matteo:
25 In quel tempo Gesù prese a dire: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai
nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, Padre, perché così ti è
piaciuto. 27 Ogni cosa mi è stata data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio, se non il
Padre; e nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo.
28 Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. 29 Prendete su di voi il mio
giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo per le anime
vostre; 30 poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero».

Cara Comunità,
Gesù comincia con uno squillo di tromba: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra,
perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli.»
Andiamo per un momento in Galilea. Dietro di noi c'è il Lago di Genezareth; Gesù è seduto su un rilievo
e intorno a lui ci sono molte persone: i pescatori, che, nelle lunghe ore notturne, hanno gettato le reti. I
lavoratori dei campi, le cui mani portano i segni della coltivazione dei campi. Le donne che sanno quante
ore occorrono per preparare da mangiare per una famiglia numerosa.
Forse, qui qualche uomo o qualche donna comincerà ad annuire. Questo Gesù dice che non sono né le
poche persone istruite né l'élite sociale ad avere il monopolio dell'interpretazione corretta della volontà di
Dio. I teologi, cioè i sapienti dei nostri tempi, chiamano ciò “assioma del cambio di posizione”. Vuol dire
che, nel regno di Dio, i ruoli saranno distribuiti diversamente.
Gesù ha forse qualcosa contro una vasta istruzione e una ricerca approfondita dei collegamenti presenti
nella Sacra Scrittura? No di certo. Gesù stesso, secondo quanto riferisce Luca, a 12 anni si era talmente
immerso in discussioni con gli scribi da dimenticare tutto il resto. Durante la vita, parla con i
rappresentanti della teologia del tempo riguardo all'interpretazione corretta dei comandamenti di Dio.
Ma nelle sue parole aleggia la sua esperienza personale. Le persone che, in lui, ascoltano la Parola di Dio,
persone che hanno un'apertura interiore alla sua Parola e a una conversione radicale della propria vita, non
sono farisei, sadducei o scribi. Sono le persone che sono state formate e improntate dalla vita, dalla dura
quotidianità. Sono i “poveri in spirito”, come li chiama la predica del monte. Seguono Gesù, lo ascoltano
per ore e sono perfino pronti a lasciare per lui lavoro e famiglia.
Non è un caso che le prime comunità cristiane, anche qui a Roma, fossero particolarmente attraenti per
queste persone ai margini della società: donne, schiavi, stranieri.
Non che a formare la comunità fossero solo loro. C'erano anche istruiti, ricchi, padroni di schavi. Con
tutte le sfide che una tale varietà comporta per la comunità: domenica scorsa ne abbiamo sentito parlare
nel passo tratto dagli Atti degli Apostoli.

Nei Vangeli, Gesù torna di continuo a mettere in chiaro questo: la questione del retroterra formativo o
della consistenza della scarsella finisce in secondo piano. Ad essere decisiva è l'impostazione del cuore:
sono disposto a farmi cambiare da ciò che percepisco e vivo? Mi fido a intraprendere ancora una volta una
via nuova? Sono disposto a vagliare anche ciò che ho imparato?
«Io ti rendo lode, o Padre [...], perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai
rivelate ai piccoli.»
Martin Lutero, nell'ultima predica del 1546 ad Eisleben, trattò proprio questo passo. Lutero disse:
“Ora il fatto è che a parlare qui è il Signore Cristo, nemico dei saccenti, che non può soffrire nella sua
Chiesa cristiana: si chiamano papa, imperatore, re, prìncipi, dottori che padroneggiano la sua Parola
divina e regnano, con la loro propria accortezza, nelle questioni alte e grandi della fede e della nostra
felicità. Di tali esempi abbiano noi stessi fatto molta esperienza in breve tempo: tali menti accorte se la
intendevano tra loro per promuovere un accordo o una riforma con cui ottenere l'unità della Chiesa
cristiana [...].”
Due cose, cara Comunità, sono chiare, in questo breve passo per la predicazione. Primo: anche Martin
Lutero amava le parole chiare. Come Gesù, anche Lutero non fa del suo cuore una spelonca di ladri. Al
contrario: il passo, appena letto, della sua predica è uno di quelli diplomatici. Lutero, nella stessa predica,
ha parole di tutt'altro genere per il papa; sono definizioni che, oggi, nel dialogo ecumenico non vengono
più usate, per fortuna.
Secondo: anche Lutero, con la sua argomentazione, mira alle proprie esperienze: la gran parte dell'élite
teologica e sociale del suo tempo non era pronta a seguire i suoi ragionamenti e a fare della Bibbia il
criterio centrale dell'annuncio della Parola. Sì, anche Lutero ebbe infine sostenitori istruiti e potenti, come
il principe elettore Federico di Sassonia, ed ebbe in Filippo Melantone un aiutante avveduto. Ma, in base
alla sua biografia, il riformatore era convinto che noi tutti, per mezzo dello Spirito Santo al momento del
nostro battesimo, dobbiamo comprendere e interpretare la Parola di Dio.
Questo concetto è per noi come un filo rosso che si dipana per la storia della Chiesa. Ancora oggi,
cantiamo gli inni di Lutero, che furono intonati dalla gente, allora, nelle strade e nelle piazze. Sentiamo il
grido dei cristiani in Sudamerica che, nel XX secolo, si opposero alla teologia dei potenti e dei militari e
che, dal 1968, svilupparono a Medellin, in Colombia, la “teologia della liberazione”. Liberazione
dall'oppressione politica e teologica. Ascoltiamo, nel Sudafrica dell'apartheid, l'appello delle persone alla
libertà, cui unirono la loro voce molti cristiani, in opposizione alla teologia ufficiale della Chiesa
riformata nederlandese, vicina allo Stato, che difendeva sul piano teologico il sistema dell'apartheid.
In tutte queste epoche, come pure all'epoca di Gesù, riguardo alla questione di quale fosse la vera Parola
di Dio ci furono interpretazioni in concorrenza tra loro. In nessun caso dobbiamo farcela troppo semplice
e fare dell'opinione delle masse, della pura quantità di seguaci di una dottrina i criteri della correttezza
interna. Come protestanti luterani in una diaspora caratterizzata da ambiente cattolico, qui in Italia,
sappiamo quanto sia faticoso nuotare contro corrente. Proprio per questo valdesi, luterani e molti altri
hanno sempre di nuovo potuto confidare che lo Spirito di Dio tocchi non solo il loro cuore, ma anche il
loro intelletto.
Con le sue parole radicali, Gesù guarda a tutti noi. Non come a ospiti e forestieri, ma, in base a quanto
sentito nel passo tratto dall'epistola agli Efesini, come a concittadini dei santi e membri della famiglia di
Dio: Dio ci considera in grado di fare qualcosa. Ci ritiene capaci di fare qualcosa. E ci promette qualcosa.
In nessun altro passo delle pericopi la pretesa e la promessa di Dio sono così fortemente legate come
accade in questo passo. Perché il nostro testo di predicazione finisce con questa promessa forte:
28 Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo.
Questo verso è noto, è stato ricamato innumerevoli volte, si trova in molte chiese e lo troviamo sempre di
nuovo. Ma, sullo sfondo di quanto appena detto, guadagna una sfumatura nuova: così come noi tutti
abbiamo una competenza basilare per interpretare la Parola di Dio, così pure noi tutti siamo invitati ad

andare da Gesù Cristo, da questa Parola viva, per farci fortificare. Come da una fonte d'acqua nel deserto.
Il contesto linguistico greco di questo verso ricorda i portatori dell'Oriente antico. Una carovana che, nel
corso di un viaggio molto faticoso, finalmente sosta. Come questi portatori, noi tutti siamo invitati a
sederci per prendere fiato profondamente.
Quali carichi abbiamo deposto per un momento? Penso alle preoccupazioni di cui sono venuto a
conoscenza solo nella nostra comunità nel corso dell'ultima settimana: l'afa della metropoli romana; le
difficoltà riguardanti la salute; la preoccupazione per i genitori che invecchiano; paura per la pace del
mondo; preoccupazione per le decisioni giuste da prendere al lavoro; tensioni in famiglia; solitudine a
scuola. Se cominciassimo a fare la lista delle preoccupazioni, anche qui, nella Chrsituskirche, questa
mattina, di certo non avremmo difficoltà a compilarla.
Quando Gesù, in riva al Lago di Genezareth, parla alle persone sedute intorno a lui, allora, per un
momento, possiamo aggiungerci a loro e, guardando all'acqua fresca, lasciarci rivolgere la parola così:
28 «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. 29 Prendete su di voi il mio
giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo per le anime
vostre».
Sì, anche la sosta ha la sua ragion d'essere. Che si tratti di un buon concerto di un coro, di una telefonata
con una buona amica o di un momento di tranquillità al fresco di una delle chiese di Roma. Il carico,
forse, non sparirà. Ma noteremo che qui c'è qualcuno che contribuisce a portarlo. E già per questo, il peso
sembra più leggero.
Cara Comunità, che testo! Sei versi pieni di contenuto. Sei versi in cui si tratta di conoscenza, potere e
forza per noi tutti. Versi che ci infondono coraggio e forza. Ma che ci concedono anche una sosta. Sosta
che è come un ristoro fresco in giorni afosi. Quest'estate e in tutti i momenti in cui ne abbiamo bisogno.
Amen.
07.06.2026I Domenica dopo TrinitatisAtti 4,32-37Pastore SpitzenbergerCare Sorelle e cari Fratelli,
di che cosa è fatta una buona comunità? Da che cosa dipende? Qual è il segreto di una comunità viva?
Qual è il criterio per valutare come vanno le cose in una comunità? Ed è cosa che si possa fare? È
possibile e, se sì, ricorrendo a quali criteri? È il numero dei partecipanti al culto o quello dei membri? No,
non siamo una squadra di calcio e, inoltre, proprio qui in Italia si vede che una comunità può funzionare
anche con numeri piccoli: è allora, quanti gruppi vengono offerti o quanto è alto il livello della qualità
della musica? Oppure è il livello teologico del cammino di una comunità?
Oggi, negli Atti degli Apostoli leggiamo un passo su una delle prime comunità. Ascoltando questo
racconto, vi metto in guardia dal diventare invidiosi; cosa facile, dato che molte cose sembrano essere
perfette, secondo quanto riporta il redattore degli Atti. Ma ascoltate ora questo passo, tratto dal IV capitolo
degli Atti:
32 La moltitudine di quelli che avevano creduto era d'un sol cuore e di un'anima sola; non vi era chi
dicesse sua alcuna delle cose che possedeva, ma tutto era in comune tra di loro. 33 Gli apostoli, con
grande potenza, rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù; e grande grazia era sopra
tutti loro. 34 Infatti non c'era nessun bisognoso tra di loro; perché tutti quelli che possedevano poderi o
case li vendevano, portavano l'importo delle cose vendute 35 e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi
veniva distribuito a ciascuno, secondo il bisogno.
36 Ora Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba (che tradotto vuol dire: «figlio di
consolazione»), Levita, cipriota di nascita, 37 avendo un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato,
deponendolo ai piedi degli apostoli.
“Erano d'un sol cuore e di un'anima sola”: così era la comunità. Nessuno aveva più degli altri; avevano
tutto in comune. “Comunismo d'amore religioso” ha definito questo passo Ernst Tröltsch: un ideale greco
dell'epoca di redazione degli Atti, che ci viene illustrato dall'autore.
Un ideale di povertà affascinante: le persone che danno tutto, che sono così limpide, sono sempre
affascinanti. Nel corso del tempo. Penso, a tale proposito, quest'anno, all'8° centenario della morte di S.
Francesco d'Assisi. Che, fino ad oggi, è una delle figure più luminose e affascinanti, una persona che ha
attuato questo ideale in modo credibile per molti. Chi è stato una volta ad Assisi, e sono molti, avrà
avvertito il fascino sprigionato da lui e dallo stile di vita semplice dei frati, all'inizio del movimento
francescano, fascino che perdura fino ad oggi. Il cristianesimo non può sussistere senza un'etica sociale
moderna, senza la questione di come noi viviamo nei fatti ciò che attestiamo nella fede. Il fatto che il
Vescovo di Roma abbia scelto di chiamarsi Leone è, per molti osservatori, nome e programma. Il Leone
precedente, Leone XIII, fu il primo papa ad emanare un'enciclica sociale.
Ma torniamo al testo. Gli Atti raccontano la storia di Dio con la sua comunità, dagli inizi della prima
comunità in poi e noi potremmo continuare a scrivere tale storia, perché anche noi siamo comunità di Dio
che attraversa il tempo. Tutti i battezzati ne fanno parte, in così tante Chiese e confessioni, e anche noi
siamo in cammino con Dio. L'autore degli Atti confida che Dio sia sempre all'opera, è sempre accanto a
noi, quando ci riuniamo come conunità nel suo nome e quando siamo in cammino insieme, come
comunità.
Nella prima parte degli Atti, ascoltiamo narrare che gli apostoli, a Gerusalemme, rendono testimonianza di
Gesù; lo Spirito Santo viene riversato su di loro e li rende capaci di parlare. Gli fa rendere testimonianza,
trasforma la vita e qui, in questi versi, viene richiamato un aspetto ulteriore: la comunione dei beni. I
credenti sono talmente orientati a Gesù, nell'attesa del suo prossimo ritorno, da andare oltre la proprietà
privata. Molte cose sono di uso comune, tanto che a nessuno manca nulla “perché tutti quelli che
possedevano poderi o case li vendevano, portavano l'importo delle cose vendute e lo deponevano ai piedi
degli apostoli”. Gli apostoli potevano, con tali mezzi, provvedere a tutti quelli che possedevano di meno.
E ci viene riferito come esempio quello di Giuseppe, il levita cipriota. Vende il suo campo e porta il
ricavato agli apostoli. Un mondo perfetto, dunque? Questo testo è una piccola utopia, che vuole mostrarci
che a crescere sono le comunità che non dimenticano l'elemento centrale.

Gli Atti descrivono come le giovanissime comunità siano orientate a Gesù e al suo vicinissimo ritorno,
tanto che non ha più importanza chi possegga che cosa o quanto denaro ci sia in cassa. Questo suscita la
mia invidia, pensando alle discussioni sulle finanze al Sinodo della CELI o anche nelle Chiese tedesche.
Ed è vero anche che comunità sane hanno bisogno di buoni mezzi per svolgere il loro lavoro e che certo
anche la nostra comunità non potrebbe sussistere se non ci fossero così tante persone a dare il loro
contributo di attività volontaria e sul piano finanziario. Come potrebbero, altrimenti, aver luogo, qui culti
a lode di Dio, con musica da occasioni solenni, ma anche con tutto il lavoro a favore dei poveri del
quartiere, rivolto a persone cui le cose non vanno bene.
La cura di queste persone è, in ogni epoca, compito centrale della Chiesa e della comunità. Non lasciare
che giacciano davanti alla porta di casa, come il povero Lazzaro del Vangelo, ma aiutarli con i fatti a
camminare e usare la ricchezza della comunità, per quanto esista, per mitigare la povertà e creare spazi in
cui la fede possa essere vissuta.
Ma possiamo farlo solo se non dimentichiamo l'elemento centrale. E l'elemento centrale è qui, al centro di
questo breve testo. Ricordiamo che all'inizio del testo c'è che la comunità era di persone che “erano d'un
sol cuore e di un'anima sola”. Alla fine del testo, c'è l'esempio di Giuseppe, che depone quanto possiede,
il proprio denaro ai piedi degli apostoli. Nel mezzo, c'è il versetto 33: “Gli apostoli, con grande potenza,
rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù; e grande grazia era sopra tutti loro.”
Questo è l'elemento centrale: la testimonianza della resurrezione di Gesù. Non è amministrare denaro e
vendere terreni, ma è rendere testimonianza. Dio si volge a loro nella sua grazia e, poiché essi si orientano
a lui, la comunità porta frutto ed egli trasforma la comunità all'interno e all'esterno. Questo testo non è una
cronaca storica, ma può esserci di esempio riguardo a come intendere la comunità e la Chiesa; di monito
affinché le priorità vengano poste nell'ordine giusto. Per quanto la musica corale delle grandi feste sia
bella e utile e per quanto sia importante l'impegno in favore delle persone emarginate dalla società, ad
essere centrale è la motivazione che li fa attuare; è quel che c'è al centro e che costituisce il filo
conduttore.
E inoltre non deve sempre avvenire quel che l'estensore del passo ha descritto con tanto entusiasmo. Le
comunità non devono essere “d'un sol cuore e di un'anima sola”. Al contrario: se in primo piano c'è
sempre e solo armonia, le cose possono farsi davvero pericolose, per le comunità e per i singoli membri.
No, il filo conduttore è un altro: chi si orienta alla vita, morte e resurrezione di Gesù, potrà costruire
comunità, sia che abbia a disposizione grandi mezzi finanziari sia che abbia a disposizione mezzi minimi,
perché non giriamo intorno a noi stessi, ma poniamo al centro il Dio vivente.
Cara Comunità di Roma, di che cosa è fatta una buona comunità? Da cosa dipende? Qual è il segreto delle
comunità vive? Proprio adesso, quando stiamo andando verso il periodo di sede vacante, è più importante
che mai mettere Gesù Cristo al centro, affinché lo magnifichiamo, anche con mezzi finanziari limitati,
anche senza pastore titolare. Credo che la pensi così anche il collega che sta per partire. Che siamo
comunità guardando a Gesù Cristo. Perché allora siamo un faro che si nutre dell'amore di Dio e
magnifichiamo la resurrezione di Gesù. E siamo così, con le nostre possibilità limitate, qui, in questa città,
uomini e donne, testimoni coraggiosi del Risorto.
Amen.
31.05.2026TrinitatisNumeri 6, 22–27Prof. Dr. SchröterIn questa predica, cara Comunità, spingiamo lo sguardo alla fine. Non alla fine del mondo, né alla fine
della nostra vita, ma alla fine del culto. E non solo di quello di oggi, ma di ogni culto che celebriamo.
Ogni culto finisce con la benedizione. Prima di andare ognuno per conto proprio, ci poniamo ancora una
volta sotto la Parola di Dio; ci facciamo promettere che ci benedica e ci custodisca. Benedetti, andiamo
poi nella nuova settimana. Il desiderio che Dio sia con noi, che possa proteggerci e custodirci, conclude
quindi la celebrazione di tutti i nostri culti e, naturalmente, anche oggi non è diverso. Ma qualcosa, oggi, è
diverso. Oggi, la benedizioni non è collocata solo alla fine del culto, ma è anche il contenuto del testo
della predicazione. Nel libro dei Numeri, al VI capitolo, leggiamo quanto segue:
22 Il SIGNORE disse ancora a Mosè: 23 «Parla ad Aaronne e ai suoi figli e di' loro: "Voi benedirete così
i figli d'Israele; direte loro: 24 'Il SIGNORE ti benedica e ti protegga! 25 Il SIGNORE faccia risplendere
il suo volto su di te e ti sia propizio! 26 Il SIGNORE rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace!'". 27
Così metteranno il mio nome sui figli d'Israele e io li benedirò».
Naturalmente, conosciamo queste parole di benedizione, cara Comunità. Le conosciamo talmente bene
che, forse, non ascoltiamo più con attenzione ciò che ci viene promesso, di nuovo in ogni culto. Noi tutti
sappiamo che cosa succederà, quando il pastore alza le mani in segno di benedizione. Pronuncerà le
parole ben note, che abbiamo ascoltato tanto spesso. Ma, o magari proprio perché le conosciamo così
bene, è bene che le ascoltiamo di nuovo, con attenzione, e che riflettiamo su quale sia davvero il loro
contenuto. Perché la benedizione di Dio non è qualcosa di collaterale o d'insignificante. Invece, è
fondamentale, in senso stretto, per la nostra vita; è qualcosa con cui dobbiamo fare i conti e cui possiamo
affidarci. La benedizione non è semplicemente un desiderio benintenzionato, come quello che la
domenica sia bella o che la nuova settimana sia piacevole. La benedizione di Dio è invece fonte di forza
per ciò che ci si prospetta. Pone la nostra vita su una base solida; ci dona la certezza che Dio ci sosterrà
anche nel corso della settimana che viene. Motivo sufficiente, dunque, per ascoltare queste parole con
attenzione, in particolare per l'augurio e la promessa con cui concludiamo i nostri culti. Qual è dunque il
contenuto effettivo di questa benedizione di Dio, che ci facciamo promettere sempre di nuovo?
Guardiamo anzitutto con attenzione la parola stessa. Cosa che, in questo caso, è particolarmente utile,
perché con il termine tedesco “Segen”, “benedizione”, non riusciamo ancora a comprendere ciò che
intende la Bibbia. In tedesco, “segnen”, latino “signum”, significa “fare un segno”. Con ciò s'intende, di
solito, il segno della croce mentre si recita la benedizione. Se parliamo di “benedizione”, di “fare un segno
[di croce]”, lo facciamo solo in ambito ecclesiastico, liturgico. Nei culti, nelle celebrazioni di nozze o di
funerali; talvolta, anche in occasione della benedizione di cose profane. Ogni tanto si sente dire, a
proposito di qualche defunto, che “ha benedetto l'elemento terreno” per dire che “è passato a miglior
vita”; in effetti, non si vuol dire altro che è morto, benché in origine s'intedesse qualcosa di molto più
profondo e cioè che qualcuno augurava benessere a tutti coloro che lasciava in terra, prima di andare nella
vita eterna.
Ci avviciniamo al contenuto biblico se guardiamo alle parole italiane “benedire” e “benedizione”, simili
alle loro sorelle francesi e spagnole. Il significato è: “dire qualcosa di buono, di positivo, di bello”. E
questo già corrisponde al contenuto del significato profondo della benedizione biblica. Ma se facciamo un
altro passo avanti e guardiamo alle parole ebraiche che traduciamo con “benedizione” o “benedire”, allora
il contenuto della benedizione diventa ancora più chiaro. In ebraico, “benedizione” e “benedire” sono,
rispettivamente, b
e
racha e barach, con cui s'intendono vita riuscita, protezione e custodia, benessere,
salute e fiducia. Ciò abbraccia tutti gli ambiti della nostra esistenza: il benessere psichico e fisico, la
sicurezza e la protezione e anche il benessere materiale. Tutto ciò è inteso nelle tre frasi del nostro testo
odierno per la predicazione, che costituiscono la formula di questa benedizione.
“ll Signore ti benedica e ti protegga”. All'inizio, c'è la promessa di vita in pienezza e di protezione.
Possiamo confidare di non essere soli. Che cammineremo sotto la protezione di Dio per tutte le vie della

nostra vita. In questo possiamo confidare, di nuovo, ogni settimana.
“Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te”. Lo splendore del volto di Dio ci indica la via, ci scalda
e ci avvolge, affinché ci sentiamo protetti in lui.
“Il Signore alzi il suo volto su di te e ti dia la pace”. Dio è con noi, con la sua presenza di grazia. La sua
pace, la sua shalom, è intorno a noi, ci fa andare lieti e sereni incontro alle sfide della vita.
Così possiamo comprendere le tre richieste di benedizione che costituiscono il centro del nostro testo e
che ci facciamo dire alla fine di ogni culto; richieste di benedizione con cui prendiamo forza per la
settimana che abbiamo davanti. Vita in pienezza, protezione, caldo, protezione: tutto questo ci
accompagnerà nel cammino.
Ma sappiamo che, nella nostra vita, non tutto è sempre presente nel modo migliore. Non è che ci siano
solo sicurezza, protezione e sensazione di benessere. Talvolta, ci sono malattie che ci creano problemi e
siamo tormentati da dolori, limitazioni, debolezze. Che non sia abbiano preoccupazioni materiali dipende
dalle circostanze in cui ci troviamo al momento e che non sempre possiamo domnare: rapporti familiari,
posto di lavoro, eventi inaspettati della vita e possono recare con sé cambiamenti incisivi.
Nel nostro ambiente personale e anche nei rapposti sociali, politici, economici non ci sono solo cose che
ci mettono d'umore fiducioso e allegro. Proprio negli anni scorsi e anche nel nostro immediato presente ci
sono stati e ci sono molteplici motivi di preoccupazione per la pace, per la salvaguardia della Natura, per
la tenuta della nostra società. Dov'è la benedizione di Dio?, potremmo domandarci. E proprio per questo è
importante che, ancora una volta, guardiamo più attentamente quale sia il contenuto della benedizione di
Dio per questo mondo e per noi in modo personalissimo.
La benedizione di cui parla la Bibbia non nega assolutamente le parti difficili, opache e, talvolta, deludenti
della nostra vita. La Bibbia parla di persone nelle più diverse condizioni esistenziali. Sofferenza e morte
non sono estranee ai redattori dei testi biblici, come pure non lo sono sventura, inermità, fame e
disperazione. La Bibbia narra di guerre in cui fu coinvolto il popolo d'Israele; di carestie; di rovesci della
sorte nelle storie individuali e di grandi paure. La benedizione di Dio non significa che tutto questo ci sarà
risparmiato. Proprio al contrario. La Bibbia dice: la vita, con i suoi alti e bassi, con i suoi successi e
sfortune, con ciò che è riuscito e ciò in cui abbiamo fallito, è sotto la benedizione di Dio. Dio benedice la
nostra vita, con tutto ciò che ne fa parte, anche con le sue contrarietà e afflizioni e nonostante tutto ciò in
cui abbiamo mancato.
La benedizione biblica è tutt'altro che una vuota promessa di salvezza. Non dice semplicemente: andrà
tutto bene. La benedizione di Dio, invece, pone la nostra vita sotto un segno particolare. Possiamo
confidare di essere protetti presso Dio, origine e meta della nostra esistenza. La benedizione di Dio
significa che egli non abbandona il mondo a se stesso. Possiamo confidare che tutto il nostro agire sia
circondato dalla promessa di Dio che la sua potenza sia si molto superiore a quella dei potenti di questo
mondo.
Proprio perciò tale benedizione è parte delle disposizioni che Dio impartisce al suo popolo quando stringe
con lui il patto. Questo patto fonda una relazione di fedeltà, affidabilità e fiducia. Il popolo non è solo;
può confidare che Dio sarà con lui, anche e proprio quando si smarrisce. Le vie che il popolo d'Israele, il
popolo ebraico farà nel corso della sua storia, fino ad arrivare al presente, furono e sono caratterizzate da
molte interruzioni e nuovi inizi, da espulsione e dispersione, da persecuzioni e grande dolore sopportati
dal popolo. Ma Dio non ha mai abbandonato il suo popolo. La sua benedizione è sempre sul suo popolo,
anche e proprio nelle maggiori sventure.
L'origine della benedizione di Dio ci riporta indietro fino agli esordi della storia di Dio col suo popolo.
Dio benedisse Abraamo, promettendogli che da lui sarebbe venuto un grande popolo. Dio benedisse
Giacobbe, rinnovando la promessa. La fedeltà di Dio diventa così riconoscibile nella sua benedizione. E
vi ha tenuto fede, fino ad oggi. Questo dice anche il nostro testo per la predicazione odierna, che ci
introduce in una situazione particolarissima del popolo d'Israele e della benedizione che gli viene
promessa.
Dio, come abbiamo sentito, dice a Mosè che benedirà il popolo d'Israele e come lo farà. Mosè dovrà
trasmetterlo al fratello Aronne e ai suoi figli: è per tale motivo che questa benedizione è detta
“benedizione di Aronne”. Aronne è considerato il fondatore del sacerdozio in Israele. La benedizione
procede da lui e viene promessa al popolo d'Israele. La benedizione di Dio può così essere trasmessa
anche dalle persone. Perciò noi oggi possiamo promettercela.

Dio dà l'incarico di benedire quando il popolo si trova in mezzo al deserto. L'incontro con Dio su Sinai,
monte sul quale il popolo di Dio riceve i comandamenti, avviene in una situazione di nuovo inizio
radicale. Israele è partito dall'Egitto, ma non è ancora arrivato nella Terra Promessa. È una situazione di
passaggio particolare, caratterizzata da incertezza e piena di timori su quel che accadrà. Il periodo nel
deserto fu anche un periodo di tentazioni. Il popolo si sentiva abbandonato da Dio e anche da Mosè,
perché restava così tanto sul monte. Avrebbero preferito affidarsi a qualcos'altro, qualcosa di visibile,
tangibile invece di attendere a lungo il ritorno di Mosè dal monte su cui era salito per incontrare Dio. E
così si fecero un'immagine, il proverbiale “vitello d'oro”, per offrire preghiere a questo, invece che al Dio
lontano, invisibile.
Questa situazione rivela molto di ciò che sta a cuore a Dio e alla sua benedizione e che è ciò che Aronne
dovrà promettere al popolo su mandato di Dio: egli sarà con loro anche e proprio nei periodi lunghi e
difficili. Quando la vita passa per lunghi tratti di territori ardui da attraversare. Quando si sono allontanati
da Dio, hanno deviato e seguito altri dei. La benedizione è la promessa di Dio che dice: io non vi lascio
soli; io sono con voi, qualunque cosa accada. E c'è anche un monito: non fatevi irritare dal fatto che la vita
ha in serbo anche tratti in cui si patisce la sete e afflizioni. Confidate in Dio, che vi guiderà in modo sicuro
e che sarà al vostro fianco nell'incertezza e nella sventura; confidate in Dio che guida il vostro piede in
modo sicuro affinché la vostra vita sia piena e integra.
Anche il Nuovo Testamento parla di benedizione. Quando Gesù risorto è con i discepoli per l'ultima volta,
li benedice su un monte: è una scena che ricorda l'incontro di Mosè con Dio sul Sinai. Gesù promette ai
discepoli che, dopo che sarà stato elevato da Dio, invierà lo Spirito Santo affinché li assista. Promette di
essere con loro, di proteggerli e custodirli fino alla fine del mondo.
Quando noi, oggi, festa della Trinità, riflettiamo sulla benedizione di Dio, allora ciò conferisce
un'importanza specialissima a questa domenica al cui centro c'è la Trinità di Dio. Anche per noi sarà
valida questa benedizione, la benedizione di Dio, che ha eletto Israele, stringendo con lui il suo patto. La
storia di Dio col suo popolo è perciò lo spazio vasto in cui noi ci collochiamo quando anche a noi è
promessa la benedizione. Possa Dio custodirci ed avere grazia nei nostri riguardi, tutti i giorni della nostra
vita.
Amen.
03.04.2026Venerdì SantoII Corinzi 5, 17-21Pastore Dr. JonasCara Comunità!
Che cosa vedete, quando guardate davanti a voi, nella nostra chiesa? In quale direzione guardate, quando
meditate o pregate qui?
Guardate al Gesù vivente, circondato d'oro, nel mosaico lassù in alto o al Gesù crocifisso in basso,
sull'altare?
Nella nostra chiesa potete scegliere, in certo qual modo.
Ma, naturalmente, quello che mi interessa non è la direzione del vostro sguardo, qui in chiesa; è, invece,
quale immagine di Gesù abbiate davanti a voi quando pensate a lui, quando ve lo immaginate, quando vi
rivolgete a lui.
Quale immagine interiore di Gesù abbiamo nel cuore?
C'è posto solo per il simpatico narratore di storie e guaritore della Galilea oppure c'è posto anche per colui
che muore in Croce, passivo e sfinito?
“Splendido Cristo” oppure “Agnello di Dio”?
E qui non si tratta di un'alternativa genuina o di questioni di gusto o della nostra singola situazione; ma si
tratta se davvero il Gesù sofferente, misero, morente, anzi, morto abbia posto nella nostra idea di fede e,
se sì, qual è.
Ci sono e ci sono sempre state correnti, nella Chiesa, che vogliono mettere in disparte queste immagini
sgradevoli e sconvolgenti del Crocifisso; o che, almeno, vogliono evitare di metterle al centro.
Il Venerdì Santo come, in certo modo, piccolo contrattempo nella Storia, come episodio secondario
sgradevole della narrazione di Gesù, come tappa sgradita dell'anno ecclesiastico.
La devozione del Venerdì Santo, la mistica della Croce, gli inni della Passione, l'idea di espiazione: tutto
questo non è solo triste e deprimente, ma è patologico, dice l'accusa, e quindi è nocivo alla salute psichica
delle persone.
E quindi, via le mani dal Venerdì Santo e via la Croce come immagine centrale della nostra fede e invece
guardare fuori, alla Natura o a immagini più liete di Gesù?
Che cosa vede, quando guardate davanti a voi, nella nostra chiesa?
Proprio questa domanda, in una serata di poco tempo fa, ha portato a una discussione animata.
Si parlava, molto concretamente, di una chiesa di Roma, della più importante chiesa di Roma, di S. Pietro.
Lì, proprio davanti a tutto, come sapete, c'è il cosiddetto altare della cattedra di Pietro, di Bernini.
Per quanto quest'altare sia, sotto il profilo artistico, indiscutibilmente grandioso, è discutibile sotto il
profilo teologico: manca, infatti, il riferimento visivo a Cristo. Soprattutto, manca la Croce.
Ora, Papa Francesco, alcuni anni fa, fece collocare, sul piano dell'altare, una grande croce, che risaltava
bene sul marmo nero.
E proprio questa croce accese una discussione animata in una serata, organizzata da giornalisti, cui ero
stato invitato anch'io. Si disse come prima cosa che questa croce fosse un'innovazione molto positiva del
papa, perché poneva finalmente il cenro della fede cristiana al centro dell'asse prospettico della basilica.
Non la vedeva così una giornalista cattolica: l'immagine di un uomo morente non poteva essere al centro
della nostra fede. Quest'immagine non si adattava a un Dio della vita. E così cominciò una grande
discussione su tutte le croci, oltre S. Pietro. Era morboso e nocivo, sosteneva, avere davanti agli occhi un
uomo morto. Altri giornalisti e teologi presenti obiettarono; e presto fummo dentro una discussione tesa

sulla morte di Gesù, benché si trattasse di una cena a lume di candela nel periodo precedente il Natale:
Venerdì Santo in Avvento.
L'atmosfera rischiò di rovinarsi. E la morte di Gesù fu occasione di scontro, molto lontano da ciò che
abbiamo letto oggi in Paolo, che parla di riconciliazione. Questa parola importante compare tre volte nel
nostro passo:
“Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo”;
“[Dio] ha messo in noi la parola della riconciliazione”;
“Vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio”.
Sono belle frasi; frasi contro cui pressoché nessuno ha qualcosa in contrario.
Ci piace sentir parlare di riconciliazione. Abbiamo bisogno di riconciliazione: in questo mondo, tra di noi,
con noi stessi e, magari, anche con Dio. Qui non si accenderebbe nessun contrasto, nemmeno da parte di
atei. Da questo non nascerebbe alcuna discussione a tavola.
Dovremmo forse preferire parlare di riconciliazione per mezzo del buon Dio, invece che per mezzo di
Gesù in croce, che, tra i tormenti mortali, porta il peccato dell'umanità?
Cristianesimo senza Croce?
Di fatto, nel nostro passo, tratto dalla II Lettera ai Corinzi, manca la parola “croce”. Né leggiamo di
sangue, chiodi o corona di spine.
Abbiamo forse qui il punto di partenza di un cristianesimo senza Croce e senza idea di espiazione?
Cara Comunità, se consideriamo Paolo nel contesto, allora capiamo presto che, per lui, nulla funziona
senza Croce ed espiazione. “Ma noi predichiamo Cristo crocifisso”, dice in modo chiaro, all'inizio della I
Lettera ai Corinzi. E vede anche in modo chiaro l'effetto, foriero di conflitti, di quest'annuncio. La Croce
deve apparire “scandalo” e “pazzia” (I Cor 1, 23-24).
“Dio lo [Gesù] ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue” (Rm 3, 25),
scrive Paolo nel punto centrale.
Egli ha reso peccato, per noi, colui che non conosceva peccato.
Noi, quindi, non possiamo contrapporre riconciliazione ed espiazione!
Tutto, invece, dipende dal fatto che comprendiamo nel modo giusto, delineandone correttamente i
contorni, la parola “riconciliazione” nella II Lettera ai Corinzi e nel giorno del Venerdì Santo.
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La prima cosa che dobbiamo chiarire è chi qui si riconcilia con chi.
Pensando alla riconciliazione, ci vengono in mente, di solito, due partner con pari diritti.
Due colleghi hanno litigato, ma si riconciliano di nuovo dopo un chiarimento. Due amiche non si parlano
più, ma, dopo un po', decidono di andare oltre e si riconciliano. È così, o in modi analoghi, che
immaginiamo la riconciliazione. Ognuna delle parti cede qualcosa; ognuna delle parti ammette errori;
ognuna delle parti si tira un po' indietro: così avviene la riconciliazione.
Non è così nel nostro caso sulla Croce! Perché qui, già solo tra le due parti coinvolte, c'è una gross
differenza. Da una parte c'è Dio, dall'altra l'essere umano. Da una parte c'è il Creatore, dall'altra la
creatura. Qui non si riconciliano due partner con pari diritti, che stanno sullo stesso piano. Perfino se lo
volessimo, non potremmo semplicemente tendere la mano al Dio eterno, sommo.
E se ci domandiamo chi si veda attribuire colpe, allora qui soltanto una parte ne è interessata: l'essere
umano, che si è allontanato da Dio; che, nel paradiso, ha colto il frutto proibito; che spregia i santi
comandamenti di Dio; che è andato via dalla casa paterna, come il figliol prodigo o come in altre
immagini della Bibbia che illustrano il peccato.
Qui non si fronteggiano due partiti, animati da ostilità. Dio non è mai stato nemico dell'essere umano. È
stato l'essere umano a ribellarsi a Dio e ad allontanarsi da lui.
Il padre non ha mai dichiarato di essere ostile al figliol prodigo. Ferito e triste, lo ha soltanto aspettato.
Care sorelle e cari fratelli, l'equivoco è unilaterale! E anche il ripristino della relazione interrotta è
unilaterale.
Proviene da Dio.
Dio era in Cristo e riconciliò il mondo con se stesso.
Il soggetto della riconciliazione è Dio!
Sulla Croce, ad agire è Dio, non l'essere umano.
Tutto dipende dal fatto di riconoscere chi qui sia il soggetto e chi sia l'oggetto della riconciliazione.

Dio stesso, nell'evento della Croce, di sua sponte ha risolto l'ostilità dell'essere umano peccatore, ha vinto
la sua ribellione e lo ha posto in rapporto giusto e salvifico con se stesso.
Questa riconciliazione cambia noi esseri umani; ma non cambia il Dio eterno!
Paolo non conosce un cambiamento di umore, per mezzo della Croce, di un Dio fino ad allora irato.
L'evento della Croce ha come conseguenza che ora i riconciliati vengono salvati nel giudizio d'ira
venturo.
Questo è il cambiamento! Questa è la trasformazione che il Venerdì Santo reca con sé. Non c'è
cambiamento d'umore di una divinità assetata di vendetta o di sangue!
Il Dio eterno era in Cristo e prende il castigo su di sé; e noi poveri peccatori siamo liberi, riconciliati,
abbiamo pace con Dio.
Sulla Croce, ad agire è Dio, non l'essere umano!
E, vedete, ciò è importantissimo, quando guardiamo al Crocifisso.
Lì vediamo, appunto, non la creatura sofferente, ma Dio stesso.
Lì vediamo, appunto, non un essere umano come te e me, che si sacrifica, ma Dio stesso che viene
incontro, fino all'estremo limite, al suo creato caduto, votato alla morte.
Sulla Croce, non vediamo l'umanità disperatamente sfinita, di cui magari si gode in modo sadico, ma
vediamo il Figlio di Dio che scende in fondo all'abisso della condizione di perdizione e di malvagità per
trasformarla, per fare nuove tutte le cose.
Sulla Croce, non fissiamo lo sguardo su un uomo morto, per rabbrividire o per arrenderci di fronte alla
crudeltà, ma riconosciamo che Dio era in questo Gesù di Nazareth per portarci a casa con lui, per quanto
noi possiamo essere precipitati in basso.
La Croce, pertanto, è segno di salvezza, non monumento alla crudeltà.
2
Chiariamo ora da che cosa dobbiamo essere salvati e perché dobbiamo essere riconciliati da Dio.
Riguardo al peccato, cui pensiamo adesso, immaginiamo singole azioni. Abbiamo sbagliato a fare alcune
cose, non tutto! Falliamo di continuo. Ma tutto questo non corrisponde all'immagine biblica del peccato.
Il peccato è essere; non è azione.
Ciò che, in noi umani, è malato e va storto non sono singole azioni che deragliano, ma è il nostro intero
essere.
Paolo, nel peccato, non vede questo o quello sbaglio, ma vede una potenza che ci domina; potenza che ci
rende schiavi; potenza che dimora in noi e occupa il centro della nostra persona.
L'essere umano, quindi, è peccatore non solo nel suo fare ed agire, ma lo è in modo complessivo, totale
nel suo essere ostile a Dio e lontano da Dio.
Il fatto che a questo essere umano sia stato tolto il peccato; che l'essere umano possa sgravarsi di tale
peccato come di un peso: tutto questo, per Paolo, è inconcepibile.
Poiché il distanziamento dal peccato potrebbe essere, per il peccatore, solo distanziamento da se stesso.
Annullamento della realtà del peccato può soltanto voler dire che l'essere umano completo stesso è stato
annullato per far posto a un essere umano nuovo fin dalle fondamenta!
Separazione del peccatore dal suo peccato: questo dev'essere un evento di morte e resurrezione, di rovina
e nuova creazione!
Ed è proprio questo che avviene nel Venerdì Santo!
E proprio questo ci guida all'inizio del nostro passo biblico di oggi:
“Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura.”
Nel Venerdì Santo, non ci vengono tolti soltanto alcuni errori commessi; sulla Croce, non viene pacificato
un Dio della vendetta irato: il Venerdì Santo, veniamo ricreati in modo nuovo; veniamo posti da Dio in
luce nuova; riceviamo una bussola interiore non influenzata dal peccato.
Paolo può nominare insieme riconciliazione, espiazione e nuova creazione perché, per lui, esse si
integrano, si includono e si illuminano a vicenda.
Questo è il suo sguardo puntato sul Crocifisso! È uno sguardo ardito, ammettiamolo!
Uno sguardo puntato sugli abissi; ma non è uno sguardo cupo, fatalista.
E il nostro sguardo?
Paolo, oggi, ci esorta: “siate riconciliati con Dio!”.
E ogni sguardo puntato sulla Croce, qui a S. Pietro o altrove, ci dirà lo stesso.
La Croce non ti tira in basso, ma ti rialza mettendoti dritto.
La Croce non ti fa malato, ma salvo e sano.

La Croce non è segno di fine, ma, sempre, di nuovo inizio.
Amen.
22.03.2026Domenica IudicaEbrei 13, 12-14Prof. Dr. SchröterTalvolta, cara Comunità, si vuole solo andare via; lasciarsi alle spalle la quotidianità, monotona e
sfiancante; non sentire più notizie di guerre nel mondo; non essere infastiditi da cose snervanti, con cui
dobbiamo avere a che fare; non pensare più a che cosa dobbiamo fare oggi e domani. Talvolta, si vuole
andare da qualche altra parte, via dal trantran quotidiano. Vedere cose nuove e fare esperienze nuove;
sfuggire alla tristezza; pensare altre idee; sognare che la vita potrebbe anche essere del tutto differente:
stimolante, piena di ispirazione, di forza e di passione. Lasciare spazio all'idea che debba esistere questo
posto, descritto come compimento di tutti i nostri desideri: Paradiso, Isola dei Beati, Utopia.
Il testo per la predicazione odierna, domenica Iudica, parla di una partenza. Ma lo fa in modo molto
speciale: non come partenza per un viaggio di vacanza; non come emigrazione su un'isola dei Mari del
Sud; non come fuga dalle pesantezze quotidiane. Nel nostro testo per la predicazione, si tratta di una
partenza cui ci guida Dio. Lì, dove la nostra vita trova vero compimento. È una partenza di tipo
specialissimo. Ci conduce all'esterno, oltre le abitudini in cui ci siamo sistemati, dentro la sequela di Gesù.
Questo testo si trova nella Lettera agli Ebrei, capitolo 13; recita:
12 Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, soffrì fuori della porta della città.
13 Usciamo quindi fuori dall'accampamento e andiamo a lui portando il suo obbrobrio. 14 Perché non
abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura.
Uscire per andare “fuori dall'accampamento”: è questo che dobbiamo fare. Andare lì dove c'è da
sopportare la vergogna. Suona in certo modo enigmatico e anche poco attraente; non proprio qualcosa che
suoni riposante e ritemprante. La partenza di cui qui si parla, invece, mette al centro la realtà crudele della
morte di Gesù. Per tale ragione, questo testo appartiene alla Quaresima.
Ma che cosa intende, l'estensore della Lettera agli Ebrei, dicendo che noi dobbiamo “uscire” “fuori
dall'accampamento”? Anzitutto, dobbiamo comprendere la morte di Gesù, in modo tale che diventi nostro
proprio contenuto di vita; in modo che impronti anche la nostra vita; che sia di guida a ciò che è al centro
del nostro pensare e agire. È questo che vuol rappresentare l'immagine dell'”essere fuori”. Gesù soffrì
“fuori”: questa è anzitutto una notizia storica. Il colle del Golgota, su cui Gesù fu crocifisso, in quell'epoca
si trovava davvero fuori della città. Gesù fu crocifisso lì perché, nell'antichità, le condanne a morte non
venivano eseguite all'interno delle città. Il redattore della Lettera agli Ebrei, naturalmente, lo sapeva.
Ma non si tratta solo di un'informazione storica. Il luogo fuori della città diventa simbolo dell'”essere
fuori”. Si vede chiaramente, se esaminiamo la frase subito prima del nostro testo per la predicazione, dove
si legge: “Infatti i corpi degli animali il cui sangue è portato dal sommo sacerdote nel santuario, quale
offerta per il peccato, sono arsi fuori dell'accampamento.“
Qui viene illustrato un rito sacrificale del popolo d'Israele. Nel grande giorno della riconciliazione, il
sangue degli animali sacrificati viene portato nel Tempio, nel santo dei santi; i cadaveri degli animali,
invece, venivano arsi fuori. Anche qui, quindi, c'è un “fuori”. E c'è anche un'altra relazione tra la morte di
Gesù e il grande giorno della riconciliazione: in entrambi i casi, si tratta di sangue, versato per la
purificazione dai peccati. Così come il sommo sacerdote ha portato il sangue degli animali, così il popolo
fu santificato per mezzo del sangue di Gesù.
È quindi un'interpretazione molto profonda della morte di Gesù. Il significato della sua morte non si
esaurisce nella constatazione storica che fu giustiziato dai romani. Invece, la sua morte ha una ragion
d'essere speciale. Questa morte libera dai loro peccati tutti coloro che credono in Gesù. Così come il
sommo sacerdote ha purifiato il popolo d'Israele per mezzo del rito sacrificale.
Come ci rapportiamo, oggi, a quest'interpretazione? Ci è estranea l'idea che uno dovette morire per
riscattare noi dai nostri peccati? Di fatto, teologi e filosofi hanno spesso trovato ostica quest'idea. Il
concetto dell'assunzione vicaria della colpa non è comprensibile per l'individuo moderno, dice Immanuel
Kant. Altri pensatori si sono espressi in modo analogo. Il redattore della Lettera agli Ebrei vede le cose in
modo affatto diverso: tra Dio e noi esseri umani c'è la colpa di cui ci siamo gravati. Noi umani non

possiamo liberarci da soli da questa situazione. Perciò Dio stesso è dovuto intervenire. Questo era anche
già il senso dei riti sacrificali del popolo d'Israele, di cui leggiamo nell'Antico Testamento e cui si riferisce
anche la Lettera agli Ebrei. Per mezzo di questi riti veniva ripristinata la relazione tra Dio e il popolo, e
ciò avveniva cancellando i peccati mediante il compimento del sacrificio.
Tali riti cruenti, in cui vengono uccisi animali, oggi possono esserci estranei. Abbiamo già ascoltato una
storia disturbante come lettura dall'Antico Testamento: Abraamo doveva offrire a Dio l'unico figlio, che
era stato donato a lui e a Sara in età avanzata. Il punto non è che Dio stesso interviene per impedirlo.
L'ubbidienza di Abraamo verso Dio veniva messa così alla prova. L'Antico Testamento chiarisce bene
questo: i sacrifici umani non devono e non possono esistere. I riti sacrificali cruenti hanno qualcosa di
estraneo; per noi, ancor più che per gli antichi, per i quali il sacrificio di animali era un rito religioso.
Non dovremmo, però, mettere da parte troppo in fretta l'importanza dei riti. Il loro senso risiede nel
ripristinare la relazione disturbata tra Dio e noi umani. Il perdono dei peccati, tema della Lettera agli
Ebrei, è profondamente ancorato nella fede ebraica e in quella cristiana. Si fonda sull'idea che non
viviamo come dovremmo fare, in quanto creature di Dio, create a sua immagine: manchiamo verso i
nostri consimili, verso il creato, verso Dio e i suoi comandamenti. La Lettera agli Ebrei interpreta la morte
di Gesù su questo sfondo. Dio, per mezzo di Gesù Cristo, ci ha tolto la colpa. Di ciò possiamo
continuamente gioire ed essere sicuri; lo facciamo quando riconosciamo davanti a Dio i nostri peccati;
quando siamo certi della promessa del suo perdono; quando, nella Santa Cena, abbiamo parte all'effetto
salvifico del corpo e sangue di Gesù.
Ma per il redattore della Lettera agli Ebrei si tratta di qualcosa di più. Vuole che il sacrificio, compiuto per
noi da Gesù, determini la nostra vita in modo concretissimo: che ci colga, ci faccia muovere, ci conduca
su sentieri nuovi. Perciò porta ad un ulteriore livello il paragone tra il sacrificio compiuto dal sommo
sacerdote e quello della morte di Gesù. Ad essere importante è il luogo: questa morte avvenne “fuori”:
fuori delle mura della città. E anche questo ha un significato particolare.
Come cristiani, ci indica un luogo del mondo non caratterizzato da conformismo e comodità. Andare fuori
e sopportare la vergogna: è questo che dobbiamo fare. “Fuori” ci sono quelli che non siedono alla mensa
dei ricchi e potenti. “Fuori” ci sono quelli che non hanno un tetto sopra la testa, che vivono ai margini
della società, che soffrono e muoiono nelle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Fuori ci sono coloro cui
manca il calore umano; che non appartengono a nessuno; che vivono in disparte, dove nessuno guarda.
Sopportare la vergogna vuol dire, per l'estensore della Lettera agli Ebrei, che ci mettiamo in cammino con
Gesù per andare lì dove ci sono coloro che hanno bisogno di aiuto e attenzione amorevole.
Essere cristiani, vista così, vuol dire nuotare contro corrente; vuol dire mettersi dalla parte di verità
scomode. Il posto dei cristiani è dove le persone hanno bisogno di vicinanza; dove sono necessarie una
parola pervasa di calore umano e una mano soccorritrice. Andare “fuori”, “sopportare la vergogna”
significano: lasciare che la nostra vita sia improntata all'esempio di Gesù, morto in modo vergognoso.
Significa andare lì dove la situazione può anche diventare sgradevole. Significa lasciare la zona di
conforto, in cui ci siamo sistemati. Significa apre gli occhi per vedere le persone che si trovano “fuori,
davanti all'accampamento” e per vedere le persone tristi e quelli che non hanno speranza. Anche e proprio
per loro Gesù ha sopportato la vergogna della sua morte.
Naturalmente, possiamo domandarci se possiamo e dobbiamo aspettarci questo da noi stessi. Stare dalla
parte della verità di Dio contro la corrente del tempo: possiamo resistere? Abbiamo la forza, il coraggio di
resistere? Ne saremo ripagati, alla fine?
La Lettera agli Ebrei fornisce una risposta chiara: la via che conduce fuori, fuori dagli agi del mondo, è la
via della sequela di Gesù, che non si orienta ai criteri di questo mondo. “Non dovrà essere così tra di voi”,
dice Gesù ai discepoli, nel Vangelo di Marco: lo abbiamo sentito dire prima, durante la lettura del
Vangelo. Non come va nel mondo, dove uno opprime l'altro e ognuno vuol essere il più grande. E anche
qui Gesù è di esempio: «il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la
sua vita come prezzo di riscatto per molti». Sono parole prossime a quelle della Lettera agli Ebrei e al
discorso sull'”obbrobrio”, sulla vergogna sopportata da Gesù fuori, davanti alla porta della città.
Questa via della sequela di Gesù ci conduce alla vita veramente compiuta, che non troviamo negli
ordinamenti del mondo. La Lettera agli Ebrei esprime questo concetto così: «non abbiamo quaggiù una
città stabile.» La nostra esistenza nel qui e ora è transitoria, precaria. Qui a Roma, nella Città Eterna, ciò
ha un marcato tono di sfida. Sì, anche la Città Eterna, nell'orizzonte di Dio, è solo un domicilio transitorio.
La città futura, verso la quale siamo in cammino, non è in questo mondo e non è nemmeno di questo
mondo. Lo sguardo si orienta alla realtà di Dio, la quale è più grande e vasta di tutto ciò che noi, qui in
terra, possiamo vivere e conseguire. La “città futura” non è la “città eterna”. Non è Roma; non è nemmeno
la Gerusalemme rinnovata dall'imperatore Costantino. È la celeste città di Dio, dove non ci sarà più alcun

tempio e nemmeno alcuna chiesa. È verso questa città che siamo in cammino; essa è la nostra vera casa.
La via che vi conduce passa “fuori”, già qui e ora.
Talvolta, cara Comunità, si vuole semplicemente andar via. I pensieri di fuga, che talvolta ci assalgono,
guardando allo stato in cui si trova questo mondo, per mezzo del nostro testo di predicazione vengono
trasformati in modo stupefacente e inatteso. Non è una fuga dal mondo, quella che ha colto,
all'improvviso, il redattore della Lettera agli Ebrei. È proprio il contrario. Il testo formula l'idea, molto
profonda, che non troviamo il senso ultimo della nostra esistenza affidandoci a sicurezze mondane.
“Fuori” diventa, così, un luogo simbolico. “Fuori” si apre a orizzonti nuovi; orizzonti che vediamo e
comprendiamo solo se ci lasciamo alle spalle il nostro piccolo Io, col suo scoraggiamento, la sua
pusillanimità, con la sua testardaggine. Quando vediamo che, nonostante tutto ciò che ci opprime e che,
nella nostra vita, è andato diversamente da come avevamo immaginato, la luce della speranza sorge e
splende. Speranza che tutto andrà bene per me, per noi, per il nostro mondo.
Che tale speranza non sia una consolazione a buon mercato è garantito da Dio stesso. Egli non abbandona
questo mondo all'agire dei desposti e al loro delirio di onnipotenza. Né lo abbandona a noi esseri umani
fallibili. Dio, per mezzo di Gesù Cristo, ha posto sotto un nuovo segno tutte le nostre mancanze, tutte le
cose che abbiamo lasciato incompiute, tutte quelle che non ci sono riuscite. Andiamo verso la città futura,
in cui non ci saranno più detentori del potere umani e in cui tutte le lacrime saranno asciugate.
Questa fiducia ci fa essere certi che non è vano sforzarsi in favore dell'appartenenza all'umanità, della
pace e della misericordia. Che una coesistenza gentile e premurosa, misericordia e disposizione alla pace
siano nel cammino verso la città eterna di Dio.
E così è tutt'altro che casuale che, proprio nel capitolo della Lettera agli Ebrei, da cui è tratto il nostro
testo per la predicazione di domenica Iudica, si trovi anche la frase che campeggia al centro dell'abside
della nostra chiesa: “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno”.
Amen.