DatoNome del giornoTesto della predicaPredicatorePredica
30.08.2026XIII Domenica dopo TrinitatisAtti degli Apostoli 6, 1-7Prof. Dr. Jens SchröterIl testo per la predicazione della domenica odierna, cara Comunità, è tratto dal sesto capitolo degli Atti; recita:

1 In quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio da parte degli Ellenisti contro gli Ebrei, perché le loro vedove erano trascurate nell'assistenza quotidiana. 2 I dodici, convocata la moltitudine dei discepoli, dissero: «Non è conveniente che noi lasciamo la Parola di Dio per servire alle mense. 3 Pertanto, fratelli, cercate di trovare fra di voi sette uomini, dei quali si abbia buona testimonianza, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. 4 Quanto a noi, continueremo a dedicarci alla preghiera e al ministero della Parola».
5 Questa proposta piacque a tutta la moltitudine; ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, proselito di Antiochia. 6 Li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
7 La Parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Gerusalemme; e anche un gran numero di sacerdoti ubbidiva alla fede.

Non possiamo occuparci di tutto, cara Comunità, tanto meno contemporaneamente. Perciò la ripartizione del lavoro è assolutamente necessaria. E di ciò sembra trattarsi, nel nostro testo di predicazione. Gli apostoli hanno abbastanza da fare ad annunciare il Vangelo, non possono anche occuparsi delle incombenze spicciole, quotidiane dell'organizzazione della comunità. Anche oggi, un pastore, una pastora non può assolvere a tutti i compiti che bisogna affrontare in una comunità. Magari è meglio che non cerchi di farlo di persona, ma che il lavoro sia redistribuito su più spalle. Un pastore, per esempio, potrebbe sentirsi troppo sotto pressione se dovesse preparare un dolce goloso o una zuppa gustosa per una festa comunitaria. Non servirebbe a nessuno, tanto meno alla comunità. I doni sono ripartiti in modo differente: ogni uomo e donna può e deve portare le proprie capacità, affinché l'insieme abbia successo. E così sembra essere stato anche agli inizi del cristianesimo. Anche qui la ripartizione del lavoro fu la soluzione trovata per questioni e problemi che si presentavano. Questo, ad ogni modo, ci riferisce il testo per la predicazione, riguardo alla comunità di Gerusalemme. Fu la primissima comunità cristiana. Fondata subito dopo gli eventi della Passione e di Pasqua. All'inizio, fu guidata dai dodici apostoli, discepoli di Gesù, venuti con lui a Gerusalemme dalla Galilea. Così riferiscono gli Atti, fornendo uno scorcio interessante sul periodo di nascita del cristianesimo.
All'inizio del testo si trova una piccola annotazione, che si tenderebbe a saltare, ma che è rilevante e notevole per il proseguimento. “Moltiplicandosi il numero dei discepoli”: così è detto nell'incipit. E alla fine, dopo il piccolo episodio sul problema della gestione degli aiuti, si ripete: “la Parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava”. Problemi col calo dei membri di chiesa non se ne conoscevano, evidentemente, allora; al contrario. Il messaggio del Vangelo prendeva piede, entusiasmava le persone e si faceva strada. Molti entrarono nella comunità; così tanti da non poterli più gestire e da dover sviluppare regole per incanalare l'afflusso. Immaginate! Era la situazione simile a quella che c'è in piazza S. Pietro a Natale o a Pasqua per la benedizione del Papa. Anche lì la gente affluisce in massa da ogni Paese, per vivere l'esperienza di persona. Ne abbiamo un'idea anche noi, su scala minore, pensando al nostro Bazar dell'Avvento. Non è piazza S. Pietro, ma per noi, comunità evangelica di Roma, è notevole.
Qualcosa di simile dev'essere accaduto, allora, anche a Gerusalemme, se si seguono gli Atti degli Apostoli. Gente veniva da ogni dove per ascoltare gli apostoli. Erano affascinati dal messaggio del Vangelo e si univano alla comunità. Ora, gli apostoli non sono il Santo Padre e Gerusalemme, all'epoca dei primi cristiani, non era la Roma dei nostri giorni. Ma era un centro religioso, quello dell'ebraismo. Qui, in mezzo a questo centro religioso e politico, sorse la prima comunità cristiana. Qui gli apostoli annunciarono il messaggio di Gesù Cristo. E trovarono così tanto riscontro che la comunità dovette affrontare la questione di come guidare e organizzare tutto questo.
Il messaggio del Vangelo, che è una prima cosa che possiamo trarre dal nostro testo, è un messaggio pieno di energia, attraente. Quest'energia, questa forza di attrazione non l'ha persa nemmeno ai nostri tempi. Il Vangelo continua a diffondere fiducia, a infondere forza per vivere. Ma, come accade per le istituzioni che hanno accumulato molti anni, sulla gioia, sull'ispirazione, sull'aspetto salvifico del Vangelo si deposita la polvere degli uffici, dei documenti e delle prescrizioni. Allora, il messaggio di cui si tratta deve essere riscoperto in modo nuovo, spolverato e fatto ascoltare. Per questo c'è la comunità, per questo c'è la Chiesa, prima di tutto e soprattutto. Dobbiamo chiarircelo di continuo. Il testo per la predicazione della domenica odierna ci offre per questo un'occasione benvenuta.
La comunità di Gerusalemme nacque, dunque, diventando sempre più numerosa. Non perché possedesse edifici splendidi, in cui le masse affluissero o perché avesse ogni genere di manifestazioni attraenti per suscitare attenzione, ma perché viveva e annunciava in modo credibile il messaggio del Vangelo.
Questo messaggio afferma che la vicinanza salvifica di Dio libera gli esseri umani dalla paura e dalla colpa; che possiamo confidare che Dio ci sia venuto vicino in Gesù Cristo; che ci ha accettato così come siamo: esseri umani fallibili, imperfetti; che ci ha donato la forza del suo Spirito affinché ne viviamo; che condurrà la nostra vita e questo mondo a una fine buona. E infine che questo messaggio vale per tutti gli esseri umani, a prescindere da dove vengano, da che cosa rechino e da come appaiano.
Questo messaggio ha convinto, entusiasmato e motivato le persone. Gli ha trasmesso la certezza che sia bene e salutare, per loro, confidare che Dio ha buone intenzioni con noi e che non siamo soli con preoccupazioni e paure della vita. È impressionante come il messaggio di Gesù Cristo abbia dispiegato tanto velocemente una tale forza; come vincesse ogni resistenza e, infine, trasformasse tutto l'impero romano. Per arrivare a quel punto ci volle molto tempo, ma qui, nella comunità inizialmente piccola di Gerusalemme, che cresce in fretta, ci compaiono davanti agli occhi gli inizi di questo cammino oltremodo stupefacente e affascinante.
La crescita rapida della comunità non fu però solo la storia di un successo. Recò con sé anche problemi. È di uno di questi problemi che narra il nostro testo: il problema dell'assistenza. Ciò che è celato dietro di esso possiamo immaginarlo, grosso modo: nella comunità cristiana gerosolimitana si organizzò presto un servizio di assistenza ai poveri, proprio com'era uso dell'ebraismo. Le vedove erano tra questi bisognosi, perché con la morte del marito era venuto meno anche il fondamento della loro sussistenza. I sistemi sociali che noi conosciamo oggi non esistevano, nel mondo antico. L'assistenza alle persone bisognose ricadeva sulle famiglie, su associazioni o su comuntà religiose. Così era anche per la comunità cristiana di Gerusalemme, che con l'assistenza alle vedove aveva creato un'istituzione che conoscevano grazie all'ebraismo, da cui tutti i suoi membri provenivano.
Nell'ebraismo e nel cristianesimo, fin da allora, è cosa ovvia aiutare i membri di comunità bisognosi, curarsi di loro, sostenerli. Ciò si vede nell'istituzione dell'assistenza ai poveri, nell'elemosina che, fin da allora, è radicata nell'ebraismo e nel cristianesimo. Si vede anche nel fatto che ci si occupasse anche dei defunti, se non c'era nessuno a provvedere alla sepoltura. Le catacombe ebraiche e cristiane, qui a Roma, nacquero proprio per questo motivo: come cimiteri sotterranei, consentivano di procurare una sepoltura a tutti i membri delle comunità. Il grande numero di catacombe cristiane, qui a Roma, è anche testimonianza impressionante di come le comunità cristiane si fossero sviluppate e fossero cresciute numerose anche qui, nella capitale di allora e di oggi.
Il fatto che le comunità cristiane, anche oggi, siano impegnate in modi modi nell'ambito sociale è, pertanto, un aspetto dell'etica cristiana che risale fino ai primordi del cristianesimo. Anche nella nostra comunità ci sono progetti di questo genere, soprattutto nel lavoro per i poveri e nel progetto Orsacchiotto. Sono rivolte a persone di questa città che hanno bisogno di aiuto perché non hanno da mangiare a sufficienza o perché hanno pochi vestiti o perché necessitano di altro genere di aiuto. Queste attività sono paragonabili al servizio di assistenza ai bisognosi della prima comunità di Gerusalemme. Sono testimonianze del fatto che la catena di trasmissione della misericordia di Dio alle persone che hanno bisogno di aiuto fa parte del segni distintivi basilari della nostra fede.
Ma la comunità gerosolimitana giunse al limite delle sue possibilità, ci dice il nostro testo. Poiché la comunità diventava sempre più grande, l'assistenza alle vedove non poteva più essere garantita. Che cosa fare, allora? A questo punto, salta agli occhi che il nostro testo nomina la distinzione tra vedove di lingua greca ed ebrei che parlano ebraico. All'inizio, si vede che tutti gli appartenenti alla comunità cristiana di Gerusalemme sono, naturalmente, di origine ebraica. I non ebrei arrivano solo in un secondo momento. A Gerusalemme, non dissimilmente da quanto avviene oggi, in quell'epoca c'erano ebrei di diversa provenienza. Venivano da diversi Paesi e s'insediavao, un po' come avviene oggi, nella città che era sede della fede ebraica e in cui sorgeva il Tempio, il santurario più importante dell'ebraismo. Gli ebrei di lingua greca venivano da diverse regioni del Mediterraneo, dove all'epoca il greco era ampiamente diffuso. Forse avevano una collocazione sociale migliore di quella degli ebrei di lingua ebraica, che erano venuti a Gerusalemme dalla rurale Galilea, con Gesù. Perciò, diversamente dalle vedove dei galilei, che parlavano non greco ma ebraico ossia aramaico, potevano rinunciare al sostegno della comunità. Non era del tutto giusto, perché anch'esse in effetti avevano diritto all'aiuto. Ma la comunità, evidentemente, dovette decidere di mettere questa regola. Quando le risorse di assottigliano, tali decisioni, talvolta, sono inevitabili. È questo che c'è dietro il conflitto riferito dal nostro testo.
Ma come rapportarsi a una tale situazione? La soluzione, riportata dal nostro testo, suona più o meno così: per prima cosa, istituiamo una commissione, poi vedremo. Questa sarebbe la soluzione che troverebbero, probabilmente, i politi tedeschi e forse anche quelli italiani o le autorità ecclesiastiche. Ma non è quel che s'intende qui. Il nostro testo dice, invece, che il conflitto sorto fu risolto in modo molto produttivo. I sette uomini, di cui si elencano i nomi, che per inciso sono tutti nomi greci, e che quindi erano parte dei già citati ebrei grecofoni, svolgono da subito le funzioni di secondo organo della comunità, il primo essendo quello dei dodici apostoli.
Che si occupassero solo delle questioni assistenziali della comunità, è cosa di cui si può a buon diritto dubitare, anche se il nostro testo vuole suscitare quest'impressione. Di due di questi uomini, cioè di Stefano e di Filippo, sentiremo parlare, in modo più preciso, più in là. Compaiono come annunciatori e missionari, che testimoniano il Vangelo di Gesù Cristo a Gerusalemme e altrove. Non sono quindi specializzati nell'assistenza ai poveri a Gerusalemme, ma sono testimoni attivi del Vangelo e annunciatori attivi sul piano missionario. Nel testo, quindi, si avverte una certa tensione. Essa si mostra anche nel fatto che il problema dell'assistenza non fu risolto semplicemente istituendo un gruppo di addetti, perché le risorse non aumentarono per questo solo fatto. Inoltre, non viene riferito come fu risolto il problema sorto. La ripartizione del lavoro di cui parla il testo, quindi, va più in profondità. Nel suo nucleo, è la differenziazione di forme diverse di annuncio del Vangelo. Accanto agli apostoli, compaiono i sette, con la loro forma peculiare di diffusione del Vangelo. Anche questo aspetto, quello della varità delle forme con cui viene annunciato il Vangelo, non è cambiato fino ad oggi. Si può riconoscere nelle nostre Chiese, qui a Roma e altrove.
È dunque uno scorcio di storia degli inizi della comunità di Gerusalemme, quello che ci descrive il nostro testo di oggi. Ci mette davanti agli occhi che cosa, nella comunità cristiana, contava fin dall'inizio e conta ancora oggi. Sostegno di coloro che hanno bisogno del nostro aiuto; prestare attenzione alla comunione e alla solidarietà, alla disponibilità a trovare soluzioni costruttive ai conflitti e, non per ultimo, alla varietà delle forme in cui il Vangelo viene annunciato e vissuto. La comunità di Gerusalemme ha tratto profitto, evidentemente, dalla situazione di conflitto descritta. Ciò è sottolineato alla fine del passo degli Atti: la comunità cresceva, il Vangelo si diffondeva.
Gli altri testi della domenica odierna gettano ulteriori fasci luminosi su questo argomento: il versetto settimanale afferma che un giorno saremo misurati sul modo con cui avremo agito verso i più deboli, su come avremo prestato attenzione ai bisognosi. Il testo tratto dall'Antico Testamento riporta le regole date da Dio al suo popolo per la vita comune, affinché sia santo. Al centro, c'è il comandamento dell'amore. La parabola del Buon Samaritano, tratta dal Vangelo di Luca, presenta infine un caso concreto di amore del prossimo. Il samaritano non si chiede chi sia, l'uomo che giace, derubato e senza forze, sul ciglio della strada. Si cura di lui, gli dà ciò di cui ha bisogno in quella situazione d'emergenza.
Il nostro testo per la predicazione, tratto dagli Atti, ci mostra in tal modo, insieme con altri testi di questa domenica, come noi, comunità cristiana, possiamo vivere in questo mondo. Questi testi ci mostrano che cosa è importante nel rapporto tra noi e nella testimonianza del Vangelo nel mondo e per il mondo. Lasciamo che questi testi, dei primi tempi del cristianesimo e dell'Antico Testamenco, ci si ispirino a testimoniare in modo vivido e a vivere la nostra fede qui e oggi. Che il Signore ci aiuti a farlo.
Amen.

Letture >
I lettura: Levitico 19, 1-3.13-18.33-34

1 Il SIGNORE disse ancora a Mosè: 2 «Parla a tutta la comunità dei figli d'Israele, e di' loro: "Siate santi, perché io, il SIGNORE vostro Dio, sono santo.
3 Rispetti ciascuno sua madre e suo padre, e osservate i miei sabati. Io sono il SIGNORE vostro Dio. 13 Non opprimerai il tuo prossimo, e non gli rapirai ciò che è suo; il salario dell'operaio al tuo servizio non ti resti in mano la notte fino al mattino.
14 Non maledirai il sordo, e non metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio. Io sono il
SIGNORE.
15 Non commetterete iniquità nel giudicare; non avrai riguardo alla persona del povero, né tributeraispeciale onore alla persona del potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia.
16 Non andrai qua e là facendo il diffamatore in mezzo al tuo popolo, né ti presenterai ad attestare ilfalso a danno della vita del tuo prossimo. Io sono il SIGNORE.
17 Non odierai tuo fratello nel tuo cuore; rimprovera pure il tuo prossimo, ma non ti caricare di unpeccato a causa sua. 18 Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. Io sono il SIGNORE.
33 Quando qualche straniero abiterà con voi nel vostro paese, non gli farete torto. 34 Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d'Egitto. Io sono il SIGNORE vostro Dio.


II lettura: Luca 10, 25-37

25 Ed ecco, un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova, dicendo: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?» 26 Gesù gli disse: «Nella legge che cosa sta scritto? Come leggi?» 27 Egli rispose: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso». 28 Gesù gli disse: «Hai risposto esattamente; fa' questo e vivrai». 29 Ma egli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?»
30 Gesù rispose: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e s'imbatté nei briganti, che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada, ma quando lo vide, passò oltre dal lato opposto. 32 Così pure un Levita, quando giunse in quel luogo e lo vide, passò oltre dal lato opposto. 33 Ma un Samaritano, che era in viaggio, giunse presso di lui e, vedendolo, ne ebbe pietà; 34 avvicinatosi, fasciò le sue piaghe versandovi sopra olio e vino, poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno dopo, presi due denari, li diede all'oste e gli disse: "Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, te lo rimborserò al mio ritorno". 36 Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s'imbatté nei ladroni?» 37 Quegli rispose: «Colui che gli usò misericordia». Gesù gli disse: «Va', e fa' anche tu la stessa cosa».
23.08.2026XII Domenica dopo TrinitatisI Corinzi 3, 9–17Prof. Dr. Jens SchröterIl testo della domenica odierna si trova, cara Comunità, nella I lettera ai Corinzi, al capitolo 3. Paolo
scrive:
9 Noi siamo infatti collaboratori di Dio, voi siete il campo di Dio, l'edificio di Dio.
10 Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come esperto architetto, ho posto il fondamento; un altro
vi costruisce sopra. Ma ciascuno badi a come vi costruisce sopra; 11 poiché nessuno può porre altro
fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù. 12 Ora, se uno costruisce su questo fondamento
con oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia, 13 l'opera di ognuno sarà messa in luce; perché il
giorno di Cristo la renderà visibile; poiché quel giorno apparirà come un fuoco; e il fuoco proverà quale
sia l'opera di ciascuno. 14 Se l'opera che uno ha costruita sul fondamento rimane, egli ne riceverà
ricompensa; 15 se l'opera sua sarà arsa, egli ne avrà il danno; ma egli stesso sarà salvo; però come
attraverso il fuoco.
16 Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? 17 Se uno guasta il tempio di
Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.
Cara Comunità, che cosa occorre per costruire una comunità? I cristiani luterani di Roma si posero questa
domanda oltre 100 anni fa; non pensavano a un'area edificabile, a un architetto e a materiale edilizio per
costruire un grande edificio. Tutto questo venne dopo. I cristiani protestanti di Roma pensarono su scala
molto più piccola. Per loro, ad essere importante era, soprattutto, riunirsi per celebrare il loro culto; era
poter celebrare secondo la loro liturgia. Era lodare e glorificare Dio; poter esprimere la loro fede luterana
in mezzo alla fede cattolica romana, nel cuore di Roma, che allora era governata dal papa. Le condizioni
esterne erano molto modeste. Non c'era alcuna chiesa evangelica, né poteva esserci. Dovette nascere,
anzitutto, una comunità evangelica. L'iniziativa fu presa da alcuni cristiani luterani impegnati, tra cui in
particolare il Legato prussiano; grazie a loro, si arrivò alla nascita di una comunità evangelica, di quella
comunità che, adesso, è formata da noi. Comunità i cui inizi furono nei culti tenuti nel salotto del Legato
prussiano, al Teatro di Marcello, prima che fosse costruita una piccola cappella sul Campidoglio. Alla
costruzione della Christuskirche, in cui oggi celebriamo il culto, si arrivò molto più tardi.
Probabilmente, conoscete la storia, ragguardevole sotto molti aspetti, della comunità evangelica luterana
di Roma. Illustra in modo molto convincente il testo per la predicazione odierna. Che cosa occorre per
costuire una comunità? Non occorre anzitutto un edificio di culto; non occorrono anzitutto strutture
organizzative, uffici e ogni genere di commissioni per essere una comunità cristiana. Tutto questo può
diventare importante e sappiamo, grazie alla storia delle Chiese cristiane di ogni confessione che, di
norma, ad un certo punto si arriva a formare tali strutture. Ad un certo punto si costruiscono edifici,:
all'inizio, di solito chiese molto semplici; poi, cattedrali sempre più splendide. Ad un certo punto, ci sono
uffici; all'inizio, solo quelli che riguardano compiti semplici nella comunità; più in là, anche quelli che
servono alla rappresentanza e alla dirigenza. Le strutture si fanno più complesse; gli uffici si moltiplicano;
la Chiesa diventa un'istituzione grande, talvolta imperscrutabile. Nel caso di istituzioni che diventano
sempre più grandi, ciò è pressoché inevitabile e, di per sé, non è un aspetto problematico o da criticare. Se
la Chiesa entra, in modo sempre più forte, negli ambiti della vita sociale, le occorrono allora anche
strutture adeguate. Talvolta, però, ci sono situazioni in cui dobbiamo domandarci quale sia il nucleo della
Chiesa, della comunità cristiana.
Guardando al nostro testo per la predicazione, salta agli occhi che Paolo, in questo passo, parla di
“costruzione” della comunità, del suo “fondamento” e del suo “architetto” in modo molto specifico. La
“costruzione” è immagine della fondazione, dell'edificazione della comunità, non di un edificio di pietra o
di legno. La costruzione dell'edificio di una chiesa non è stata effettuata né a Corinto né altrove né da
Paolo né da altri, nel primo periodo del cristianesimo. Non ci si poteva pensare neanche lontanamente,
perché all'epoca i cristiani erano piccoli gruppi che dovevano trovarsi il loro posto in mezzo a una società
non cristiana. Nessuno, allora, pensava a edifici e a complesse strutture organizzative. Tutto questo venne

dopo. La “costruzione” di cui parla Paolo è, invece, la comunità stessa. La “Chiesa”, qui, è dunque
anzitutto e soprattutto la “comunità”. E infine è per tale motivo che Martin Lutero, nella sua traduzione
del Nuovo Testamento, evitò coerentemente la parola “Chiesa”. Invece, ha sempre usato la parola
“comunità”. Con ciò volle esprimere l'idea che preme a Paolo nel nostro testo di oggi: “Chiesa” è
soprattutto la comunità riunita per celebrare il culto, per proclamare la fede, per pregare e celebrare la
Santa Cena. Edifici, istituzioni e uffici sono invece, alla lettera, “secondari”. Devono essere al servizio del
Vangelo, ma non possono prenderne il posto.
L'immagine della “costruzione” della comunità viene ulteriormente sviluppata, nel nostro testo. Paolo si
definisce “architetto”. In quanto apostolo di Gesù Cristo, ha fatto nascere la comunità per incarico di Dio.
Paolo non fu un dirigente della comunità, né fu un vescovo o un altro tipo di dignitario. Fu, come
apostolo, in cammino e fondò comunità, tra cui anche quella di Corinto. Agì come un architetto che, di
norma, non abita nelle case che progetta, ma che passa di progetto in progetto. Non è un caso, pertanto,
che nel nostro testo si dica che un altro costruisce sul fondamento posto da Paolo. Con ciò s'intendono gli
altri che, a Corinto, hanno “continuato a costruire”, rafforzando e rinsaldando la comunità. Ancor più
importante è che Paolo relativizzi subito l'azione propria e altrui: essi sono gli operai della costruzione di
Dio. Paolo stesso operò, per grazia di Dio, a Corinto e il fondamento che pose non fu altri che Gesù Cristo
stesso. Per farlo non gli occorsero né pietre né cemento; nemmeno Paolo stesso, in quanto fondatore,
costituì il fondamento della comunità. Come ogni altra comunità cristiana, compresa la nostra comunità di
Roma, la comunità di Corinto è fondata su null'altro che sulla fede in Gesù Cristo.
Che così è, dobbiamo esserne consapevoli sempre, come comunità cristiana. La Chiesa cristiana ha
bisogno di tempi di riflessione sul proprio fondamento, su ciò che è irrinunciabile e su ciò cui,
eventualmente, si può rinunciare. Tale questione si pone con particolare urgenza, nella nostra situazione
attuale. Come comunità evangelica luterana a Roma, non ne siamo forse interessati direttamente, ma in
modo indiretto, sì. Nelle Chiese regionali evangeliche tedesche, la questione delle strutture ecclesiastice è,
invece, oggetto di intensa discussione. Discussione diventata necessaria a causa dei numeri decrescenti dei
membri delle Chiese, che hanno come conseguenza minori entrate e che quindi pongono la questione
ineludibile di come adattare le strutture, costruite in molti anni, alle nuove condizioni. Meno denaro e
meno membri di Chiesa rendono ineludibile meditare in modo nuovo su che cosa sia la Chiesa e su come
debba apparire. Quali edifici, quali funzioni, quali attività devono restare? Quali possono essere dismesse?
Naturalmente, un tale processo è tutt'altro che semplice. Devono essere prese decisioni dolorose, che
quelli che dovranno prenderle e attuarle si risparmierebbero volentieri. Ma, talvolta, non si può fare
altrimenti. In modo indiretto, ne siamo interessati anche noi, qui, come comunità, perché tale situazione è
indizio di un cambiamento di ampia portata, che non è assolutamente limitato alle Chiese regionali
evangeliche tedesche. In molti Paesi europei, la situazione delle Chiese, tanto cattoliche quanto
evangeliche, non è diversa. I motivi di ciò sono molteplici e possono essere considerati in modo
differente. Ma è importante che noi, in una situazione siffatta, ci domandiamo: qual è il nucleo della
Chiesa cristiana? Di che cosa vive? Qual è il suo segno distintivo inconfondibile che la differenzia da tutte
le altre istituzioni e organizzazioni? Farlo è necessario anche solo perché la Chiesa, nel corso della sua
storia, è cresciuta, diventando in grado di assumersi compiti che sono caratteristi della sua presenza nella
società e che sono certamente importanti, ma riguardo ai quali ci si può domande se e fino a che punto
facciano parte del nucleo della fede e vita cristiane. In alcune Chiese regionali si discute su quante
comunità ci saranno in futuro, se cioè il numero attuale possa o addirittura debba essere ridotto
accorpando comunità in complessi più grandi.
Tutto questo ha a che fare col nostro testo di predicazione perché l'immagine della costruzione della
comunità, che Paolo ci mette davanti, si occupa proprio di ciò: qual è il fondamento della comunità? Di
che cosa vive, a prescindere da come appaiano le condizioni esterne? Qui a Roma e anche in altre
comunità evangeliche in Italia questa domanda si pone in modo forse un po' diverso, ma non del tutto
diverso. Si pone come questione di come la professione di fede evangelica possa apparire in una città, in
un Paese di prevalente impronta cattolica, ma in cui il ruolo delle Chiese cristiane e della fede cristiana
pure regredisce nella società. Come affrontiamo questa situazione? Come descriviamo il nucleo della
nostra fede? Che cosa riteniamo essere il fondamento su cui è costruita la nostra comuntà, la nostra
Chiesa, la nostra fede?
“Nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù”: così è scritto nella frase
che costituisce il nucleo del nostro testo di predicazione. Gesù Cristo è il fondamento: è un'immagine
importante e consolante di ciò su cui possiamo puntellarci in ogni nostro agire. Tutto ciò che facciamo
nella nostra Chiesa è lavoro che si basa e si riferisce a questo fondamento. Edifichiamo comunità su

questo fondamento; facciamo valere la nostra fede, su questo fondamento; diamo forma alla nostra vita in
base a questo fondamento.
Al tempo stesso, è vero anche questo: tutto ciò che facciamo in nome della nostra fede, in nome della
Chiesa di Gesù Cristo deve rispondere di come corrisponda a tale fondamento. Nel nostro agire,
esprimendo concretamente la fede in Gesù Cristo, consolando gli altri, essendo una benedizione per
questo mondo. È su questo che si misura ciò che in noi ha costrutto e ciò che passerà. Paolo lo descrive
con l'immagine del giudizio ultimo, in cui si vedrà che cosa resterà e che cosa sarà consumato dal fuoco.
L'immagine dice: tutto ciò che facciamo è inserito nel grande constesto del piano di Dio per questo
mondo. Non è indifferente, ciò per cui ci impegniamo, quale meta perseguiamo nella vita, su quale
fondamento edifichiamo la nostra vita.
Che ciò non riesca sempre e che dobbiamo mettere in conto anche dei rovesci era cosa che non era chiara
a nessuno più che a Paolo stesso. Non fu assolutamente un apostolo e fondatore di comunità che ebbe
sempre successo. Anch'egli fallì nel tentativo di fondare una comunità. Non sappiamo neanche se riuscisse
davvero convincere, con le sue lettere, le comunità da lui fondate. Paolo conosceva i problemi
dell'edificazione di una comunità come nessun altro. Quando, nella lettera ai Corinzi, indica Gesù Cristo
come fondamento di ogni comunità cristiana, dobbiamo perciò presumere che sapesse di che cosa
scriveva. E inoltre dobbiamo considerare indicazione irrinunciabile e fondante in senso stretto, per la
nostra situazione di Chiesa di Gesù Cristo, oggi, ciò su cui anche noi possiamo puntellarci, con tutti i
nostri sforzi, per dare voce e far ascoltare la nostra fede nella quotidianità del mondo.
Alla fine del nostro testo di predicazione, Paolo riassume in modo forte ciò di cui vuole convincere, con la
sua lettera, la comunità di Corinto. “Siete il tempio di Dio”, dice, “lo Spirito di Dio abita in voi”. Paolo
scrive questo a persone che abitavano in una città piena di templi e di statue di dei. A Corinto, come in
altre città antiche, essi erano presenza costante: al mercato, nelle strade principali, di continuo vi venivano
offerti sacrifici e invocati gli dei. Qui a Roma ci si può fare un'idea della presenza di divinità greche e
romane nel Foro Romano e negli adiacenti Fori Imperiali, nel cuore di una città antica. In tempi posteriori,
qui a Roma al loro posto comparvero innumerevoli chiese. “Siete il tempio di Dio”: questo distoglie lo
sguardo dagli edifici e lo dirige verso noi stessi, verso i credenti in Gesù Cristo. Siamo noi ad essere
responsabili di che cosa significhi la fede cristiana nel mondo e di che cosa operi per il mondo. Lo Spirito
Santo di Dio abita in noi, non in edifici di templi e nemmeno tra le mura delle chiese.
E così il testo della predicazione di questa domenica ci dice, in ultima analisi, che viviamo della forza di
Dio e della sua grazia e che possiamo operare nel mondo. Il suo Spirito Santo, che riceviamo nel
battesimo, ci rende capaci di operare in questo modo e per questo mondo, pieni di fiducia e speranza. La
nostra comunità, tutte le comunità cristiane, le Chiese cristiane di ogni confessione si fondano su questa
promessa. Essa ci rende certi che Dio sostiene i suoi, anche in tempi in cui si prospettano cambiamenti e
la Chiesa cristiana deve riorganizzarsi in modo nuovo.
Amen.

Letture >

I lettura: Isaia 29, 17-24
17 Ancora un brevissimo tempo e il Libano sarà mutato in un frutteto, e il frutteto sarà considerato come
una foresta.
18 In quel giorno i sordi udranno le parole del libro e, liberati dall'oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei
ciechi vedranno; 19 gli umili avranno abbondanza di gioia nel SIGNORE e i più poveri tra gli uomini
esulteranno nel Santo d'Israele; 20 poiché il violento sarà scomparso, il beffardo non sarà più e saranno
distrutti tutti quelli che vegliano per commettere iniquità, 21 che condannano un uomo per una parola,
che tendono tranelli a chi difende le cause alla porta e violano il diritto del giusto per un nulla.
22 Perciò così dice il SIGNORE alla casa di Giacobbe, il SIGNORE che riscattò Abraamo: «Giacobbe
non avrà più da vergognarsi e la sua faccia non impallidirà più.
23 Poiché, quando i suoi figli vedranno in mezzo a loro l'opera delle mie mani, santificheranno il mio
nome, santificheranno il Santo di Giacobbe e temeranno grandemente il Dio d'Israele; 24 i traviati di
spirito impareranno la saggezza e i mormoratori accetteranno l'istruzione».

II lettura: Marco 7, 31-37

31 Gesù partì di nuovo dalla regione di Tiro e, passando per Sidone, tornò verso il mare di Galilea
attraversando il territorio della Decapoli.
32 Condussero da lui un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani. 33 Egli lo
condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34
poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: «Effatà!», che vuol dire: «Apriti!» 35 E subito gli si
aprirono gli orecchi, gli si sciolse la lingua e parlava bene. 36 Gesù ordinò loro di non parlarne a
nessuno; ma più lo vietava loro e più lo divulgavano; 37 ed erano pieni di stupore e dicevano: «Egli ha
fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire e i muti li fa parlare».
16.08.2026XI Domenica dopo TrinitatisLuca 18, 9-14Prof. Dr. Jens Schröter9 Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri:
10 «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo e l'altro pubblicano. 11 Il fariseo,
stando in piedi, pregava così dentro di sé: "O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini,
ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. 12 Io digiuno due volte la settimana, pago la
decima su tutto quello che possiedo". 13 Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure
alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: "O Dio, abbi pietà di me, peccatore!" 14 Io vi
dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s'innalza sarà
abbassato, ma chi si abbassa sarà innalzato».

Il testo per la predicazione della domenica odierna, cara Comunità, è costituito da una parabola sulla
giustizia e sull'autogiustificazione. Nel testo, tratto dal Vangelo di Luca, che abbiamo ascoltato prima
come lettura dal Vangelo, Gesù capovolge le idee correnti su come noi diventiamo giusti davanti a Dio. Il
fariseo è convinto di fare tutto nel modo giiusto, nella sua vita. Il pubblicano, invece, sa di stare davanti a
Dio come peccatore. La scena trova il suo apice nel fatto che il fariseo si eleva da sé sopra il pubblicano.
Si considera migliore di lui; ringrazia Dio di non essere come lui. È uno che si dichiara giusto da solo,
come fanno i farisei. E così, la parabola sembra confermare quel che sappiamo, comunque: i farisei sono
gente autoreferenziale, hanno una considerazione di sé alta e basa degli altri. La vera giustizia non si trova
certo tra loro.
Ma prima di far presto ad accontentarci di questa certezza, dobbiamo fare una pausa e domandarci: chi
erano, davvero, i farisei? Perché, qui e in molti altri testi del Nuovo Testamento, fanno una figura così
negativa? I farisei erano un gruppo ebraico del tempo di Gesù che si occuapava in particolare
dell'interpretazione della Legge ebraica. Niente di male in questo. Lo faceva anche Gesù. Per loro, si
trattava di condurre la vita secondo la volontà di Dio. Ma non erano sempre d'accordo su come ciò
dovesse apparire. E così si ebbero diatribe su chi fosse nel giusto e chi no. I farisei, quindi, non vanno
condannati in modo affrettato come autgiustificanti e ipocriti, perché non lo erano davvero. E non viene
detto neanche nella parabola. Il punto, invece, è che il fariseo, che si attiene in modo ligio ai
comandamenti, non esce però dal Tempio giustificato, diversamente dal pubblicano. Non dovremmo
dunque affrettarci a considerare confermato dalla parabola il cliché negativo dei farisei come
autogiustificanti e ipocriti. In essa, si tratta di invece da dove venga la giustizia con cui possiamo
sussistere davanti a Dio e da dove non venga. Possiamo contare su noi stessi, confidando sulle conquiste e
prestazioni che abbiamo prodotto nella nostra vita oppure dobbiamo ammettere di essere umani fallibili,
imperfetti? E così presto ci ritroviamo nella situazione del fariseo, perché, infine, tutti noi cerchiamo di
osservare i comandamenti e di condurre una vita secondo la volontà di Dio.
La questione riguardo da dove venga la nostra giustizia, su che cosa possiamo fondare la nostra vita, è di
rilevanza centrale per tutti gli esseri umani che conducono la loro vita nella responsabilità davanti a Dio.
La Bibbia narra a più riprese del fatto che gli esseri umani non posso sussistere con le proprie forze
davanti a Dio. Davanti a Dio possiamo comparire solo sperando che sia egli stesso a dichiararci giusti, a
perdonare i nostri peccati, a non rigettarci nonostante le nostre insufficienze. Muovendo da questo
concetto, Martin Lutero, nel Cinquecento, formulò la sua scoperta che caratterizzò la Riforma. Motivo
sufficiente, dunque, nella domenica di oggi, per meditare su che cosa significhi che la nostra giustizia
viene da Dio e non da noi stessi.
Se guardiamo i testi biblici che abbiamo ascoltato come letture, appare chiaro e inequivocabile che cosa
s'intenda. Vi sono criticati coloro che, dichiarandosi giusti da sé, agiscono contro Dio e i suoi
comandamenti. David viene portato da Nathan ad ammettere la propria colpevolezza. Pensa di poter
condannare l'uomo della parabola che Nathan gli racconta. E, senza rendersene conto, la condanna gli si
ritorce contro: Tu sei quell'uomo, lo accusa Nathan! Tu ti sei arricchito a spese di un altro. Tu hai inviato
Uria al fronte, affinché morisse e potessi prenderti sua moglie. Tu non sei migliore dell'uomo della
parabola, che uccide l'unica pecora del povero, benché ne abbia più che a sufficienza.

La parabola del fariseo e del pubblicano va in questa direzione. Il fariseo si dichiara giusto da sé.
Ringrazia Dio di non essere come quel pubblicano lì. Il fariseo è devoto; il pubblicano, invece, è
consapevole di essere peccatore. E come suona la conclusione di Gesù? Il pubblicano esce giustificato,
mentre il fariseo autogiustificante, no. Così può accadere, se ci si dichiara giusti da se stessi.
Gli autogiustificanti, naturalmente, sono sempre gli altri. Facciamo presto a intendere così tali testi.
Naturalmente, noi non siamo come Davide o come il fariseo. Noi stiamo dall'altra parte, quella giusta. Ma
è davvero così? Oppure un tale giudizio è già l'inizio dell'autogiustificazione? Dio concede grazia agli
umili, dice il versetto settimanale. Gli umili sono coloro che confidano in Dio e non si considerano giusti.
Sono coloro che non guardano gli altri dall'alto in basso, ponendo se stessi al di sopra. Per contro, ci
ritroviamo presto nel ruolo di Davide nell'episodio veterotestamentario o in quello del fariseo nel racconto
del Vangelo di Luca.
Esaminiamo più attentamente la parabola narrata da Luca. La fiducia nel seguire i comandamenti, vi viene
detto, non conduce il fariseo a risultare giusto. Egli sta davanti a Dio a mani vuote, proprio come il
pubblicano, benché pensi di essere dalla parte giusta. Ciò che gli manca, dice la parabola, è la
comprensione della propria insufficienza. Questa è una bella provocazione. L'idea che veniamo resi giusti
solo per grazia di Dio e non con le nostre forze non è semplicemente un'idea di buon senso, anche se
talvolta si sente dire così. Essa interroga a fondo sull'autocomprensione corrente e anche su quella della
Chiesa cristiana. Martin Lutero, ai suoi tempi, la collocò energicamente al centro. Occuparsi della Sacra
Scrittura lo porta a comprendere la giustificazione per sola fede come cuore della fede e vita cristiane.
Quest'idea fu, per Lutero, la chiave sia per aprire la comprensione della Bibbia sia per fare il punto del suo
contenuto in modo pregnante. Per Lutero, nella Bibbia ci sono frasi che hanno funzione di guida e che
esprimono questo concetto in modo chiarissimo. “Passi centrali” si chiamano queste frasi, nella tradizione
luterana. Nelle Bibbie di Lutero, esse spesso sono evidenziate per rendere visibile il centro del messaggio
biblico.
La Bibbia, per Lutero, non è un libro in cui un testo abbia la stessa importanza di un altro. Non è neanche
un libro per fondamentalisti, che si abbarbicano alla lettera, pensando che, se si prende la Bibbia alla
lettera, la si è compresa nel modo giusto. Essa non è in alcun modo un campo di gioco per ideologi che
nella Bibbia ritrovano ciò che hanno sempre saputo e che piegano i testi a proprio vantaggio, in modo che,
alla fine, dicano quel che essi vogliono dire.
No; per Martin Lutero, la Bibbia ha un centro chiaramente definibile; ha un criterio di misura per misurare
i singoli scritti. Lutero chiamava tutto questo “spingere Cristo” o anche “insegnare Cristo”. E non si
peritava di emarginare libri della Bibbia, in cui, secondo il suo parere, ciò non accadeva. Per Lutero, la
sottolineatura coerente ed energica della giusta per fede era d'importanza specialissima. Sottolineando la
giustificazione per fede, senza le opere della legge, Lutero ha collocato al centro, in modo deciso e
appassionato, ciò che la Chiesa deve dire alle persone e per cui si deve impegnare. I testi biblici della
domenica odierna esprimono ciò con la massima chiarezza.
L'essere umano diventa giusto riconoscendo la propria imperfezione. Nella nostra parabola, a farlo è il
pubblicano. È lui, dal quale ci si aspetterebbe che conti su se stesso e poco su Dio, a riconoscere, proprio
nella preghiera rivolta a Dio, di essere un peccatore. Il fariseo e il pubblicano della nostra parabola
rappresentano, pertanto, modelli di comportamenti opposti. Oggi, possiamo magari mettere da una parte
un cristiano coscienzioso, che frequenta spesso il culto e, dall'altra parte, un manager di successo, che
orienta la vita a corsi azionari e dividendi e che viene di rado al culto. Dovremmo domandarci dove
tendiamo a considerare i nostri meriti e successi personali come quelli su cui contiamo. Proprio questo
viene messo in discussione, nella parabola del Vangelo di Luca. Ci disturba per il fatto che, spesso, siamo
molto veloci a intendere, come basi della vita, le nostre azioni benintenzionate e spesso anche
effettivamente buone. Anche il fariseo della parabola non fa niente di sbagliato; anzi, in fondo fa tutto nel
modo giusto. Fa quel che ci si attende da una persona che conduce la sua vita nel timore di Dio. Digiuna
regolarmente, dà la decima, osserva i comandamenti. Non è assolutamente solo devozione esteriore o
addirittura ipocrita. Il fariseo, invece, vive con timor di Dio e senso di responsabilità. Non desta
meraviglia che consideri il pubblicano, che scorge nel Tempio, il modello opposto al proprio. Perché il
pubblicano non fa niente di tutto ciò. Tanto più sorprendente appare l'affermazione di Gesù con cui
termina la parabola: il pubblicano, che ammette i propri peccati, va via giustificato; il fariseo, che ha fatto
di tutto per condurre una vita giusta al cospetto di Dio, invece, no. Colui che ammette che la propria
giustizia può venire solo da Dio ha compreso qualcosa di decisivo, che manca al fariseo della nostra
storia. Naturalmente, la parabola non intende sostenere che il fariseo debba smettere di condurre una vita

timorata o che noi dovremmo smettere di tradurre in pratica vissuta la nostra fede. Tutto ciò che facciamo
nella nostra comunità per aiutare gli altri, per orientare la nostra vita a ciò che insegna la Bibbia, tutto ciò,
nella parabola, non è in alcun modo considerato il contrario della giustizia. La parabola, invece, ci
insegna che non dobbiamo contare soltanto su questo, ma che dobbiamo pregare Dio di avere la sua
misericordia per tutto ciò in cui siamo stati manchevoli, in cui siamo rimasti in debito verso gli altri. La
parabola ci insegna che dobbiamo riconoscere di essere umani imperfetti, anche e proprio nel nostro
sforzo di condurre una vita giusta e timorata; ci insegna a diventare consapevoli della nostra limitatezza.
Falliamo di continuo; facciamo cose che, in seguito, ci arrecano dolore; non viviamo come dovremmo
vivere davvero. Noi tutti lo sappiamo ma non possiamo liberarci completamente da questa situazione.
Che la nostra giustizia venga da Dio, non dal nostro agire, non significa, quindi, che il nostro agire non sia
importante. Si intende altro: noi viviamo per la grazia di Dio che ci dichiara liberi dai nostri peccati.
Siamo accettati da Dio, con tutti i nostri errori e debolezze. Ciò vale in egual modo per il pubblicano e per
il fariseo, per il ricco e per il povero, per la persona di successo e per quella che non può mostrare di aver
fatto una grande carriera. Questo è il messaggio liberatorio del Vangelo: tutto il bene che operiamo in
nome della nostra fede, l'impegno e lo sforzo in favore della causa di Dio, tutto questo non è la premessa
per essere accettati da Dio, ma ne è la conseguenza. Possiamo vivere della libertà che Dio non ci fissa ai
nostri errori e debolezze. Che ci rende capaci di operare nel suo nome, pieni di gioia e di energia, nella
nostra comunità, nella nostra città, nella nostra famiglia.
Il Vangelo è il messaggio della dignità di ogni essere umano; messaggio che si fonda sull'essere creatura
di Dio, salvata dalla sua grazia. Il rispetto e la protezione della dignità umana sono ancorati nella Carta dei
Diritti Fondamentali dell'Unione Europea è perciò, non per ultimo, conseguenza dell'immagine cristiana
dell'essere umano.
Ad una vita riuscita, ad una convivenza sana tra persone con storie di vita diverse e di cultura divera,
perciò, conduce quel che il versetto biblico di oggi definisce “umiltà”. L'essere accettati da Dio così come
siamo, sgravati dalla paura che la nostra vita riesca male perché non otteniamo abbastana, perché non
cogliamo tutte le occasioni che si offrono. Come cristiani, ci sentiamo chiamati alla libertà dei figli di Dio.
Ci sentiamo fondati sull'unico fondamento che è posto: Gesù Cristo. Siamo certi che nulla possa separarci
dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù.
Amen.

Letture >

I lettura: II Samuele 12, 1-10.13-15a
1 Il SIGNORE mandò Natan da Davide e Natan andò da lui e gli disse: «C'erano due uomini nella stessa
città, uno ricco e l'altro povero. 2 Il ricco aveva pecore e buoi in grandissimo numero; 3 ma il povero
non aveva nulla, se non una piccola agnellina che egli aveva comprata e allevata; gli era cresciuta in
casa insieme ai figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Essa era
per lui come una figlia. 4 Un giorno arrivò un viaggiatore a casa dell'uomo ricco. Questi, risparmiando
le sue pecore e i suoi buoi, non ne prese per preparare un pasto al viaggiatore che era capitato da lui;
prese invece l'agnellina dell'uomo povero e la cucinò per colui che gli era venuto in casa».
5 Davide si adirò moltissimo contro quell'uomo e disse a Natan: «Com'è vero che il SIGNORE vive, colui
che ha fatto questo merita la morte; 6 e pagherà quattro volte il valore dell'agnellina, per aver fatto una
cosa simile e non aver avuto pietà».
7 Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell'uomo! Così dice il SIGNORE, il Dio d'Israele: "Io ti ho unto
re d'Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, 8 ti ho dato la casa del tuo signore e ho messo nelle tue
braccia le donne del tuo signore; ti ho dato la casa d'Israele e di Giuda e, se questo era troppo poco, vi
avrei aggiunto anche dell'altro. 9 Perché dunque hai disprezzato la parola del SIGNORE, facendo ciò
che è male ai suoi occhi? Tu hai fatto uccidere Uria, l'Ittita, hai preso per te sua moglie e hai ucciso lui
con la spada dei figli di Ammon. 10 Ora dunque la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché
tu mi hai disprezzato e hai preso per te la moglie di Uria, l'Ittita".

13 Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il SIGNORE». Natan rispose a Davide: «Il
SIGNORE ha perdonato il tuo peccato; tu non morirai. 14 Tuttavia, siccome facendo così tu hai dato ai
nemici del SIGNORE ampia occasione di bestemmiare, il figlio che ti è nato dovrà morire». Natan tornò a
casa sua.
15a Il SIGNORE colpì il bambino che la moglie di Uria aveva partorito a Davide.

II lettura: v. testo della predicazione
09.08.2026X Domenica dopo TrinitatisRomani 11, 25-32 Prof. Dr. Schröter25 Infatti, fratelli, non voglio che ignoriate questo mistero, affinché non siate presuntuosi: un
indurimento si è prodotto in una parte d'Israele, finché non sia entrata la totalità degli stranieri; 26 e
tutto Israele sarà salvato, così come è scritto: «Il liberatore verrà da Sion. 27 Egli allontanerà da
Giacobbe l'empietà; e questo sarà il mio patto con loro, quando toglierò via i loro peccati».
28 Per quanto concerne il vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne
l'elezione, sono amati a causa dei loro padri, 29 perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili. 30
Come in passato voi siete stati disubbidienti a Dio, e ora avete ottenuto misericordia per la loro
disubbidienza, 31 così anch'essi sono stati ora disubbidienti, affinché, per la misericordia a voi usata,
ottengano anch'essi misericordia. 32 Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far
misericordia a tutti.

Ogni tanto, cara Comuntà, è necessario meditare sulle questioni centrali della nostra fede cristiana. Quali
sono i fondamenti del nostro convincimento cristiano e della nostra vita cristiana; che cosa è
irrinunciabile; di che cosa è fatto il nucleo della nostra fede, che le conferisce struttura e contenuto, che
rende riconoscibile questa fede e, quindi, la rende distinguibile dalle altre religioni e dalle altre
convinzioni non religiose? È importante chiarirselo, ogni tanto, perché la fede cristiana non consiste
semplicemente di dichiarazioni politiche e di impegno sociale, per quanto sia importante dar voce
pubblicamente alla professione di fede cristiana.
E quindi, di che cosa è fatto il nucleo della nostra fede? Di certo, a ognuno di noi, uomo o donna, vengono
in mente subito alcune cose: la professione di fede, il Padre nostro, il battesimo, la S. Cena, i testi della
Bibbia. Tutto questo ne fa parte. Ma, talvolta, dobbiamo interrogarci con maggior precisione su quali
siano i fondamenti della fede; su quali siano i suoi aspetti specifici; su come sia nata. La X Domenica
dopo Trinitatis, che porta anche il nome di “Domenica d'Israele”, offre l'occasione di riflettere su un tale
segno distintivo, essenziale e irrinunciabile, della nostra fede. Il testo per la predicazione di questa
domenica ce lo presenta in tutta la sua carica esplosiva e la sua complessa varietà.
Il testo è tratto dalla Lettera dell'apostolo Paolo ai Romani. Lo abbiamo ascoltato in precedenza come
lettura dell'epistola. È uno dei testi più importanti e più accurati sul rapporto tra fede cristiana e fede
ebraica. Tale rapporto è importante anche solo per il fatto che la fede cristiana è sorta dentro l'ebraismo.
Gesù era ebreo, come pure erano ebrei Pietro e tutti gli altri discepoli, uomini e donne, di Gesù e le
persone del suo ambiente, anche quelle con cui entrò in conflitto, come i farisei, con cui Gesù fu spesso in
contrasto sull'interpretazione della Torah, la Legge ebraica. E sì, tali contrasti furono, in seguito,
interpretati dai cristiani come conflitti tra cristiani ed ebrei. Sono così stati considerati come storia
dell'esegesi antiebraica, in cui gli ebrei furono disprezzati, attaccati e più tardi anche perseguitati e uccisi.
Tutto ciò fa parte della storia, funesta e terribile, dell'antiebraismo cristiano; storia che ebbe il suo punto
più basso, sconvolgente e triste, nell'inimmaginabile atrocità dell'assassinio di milioni di ebrei per opera
dei nazionalsocialisti. La Domenica d'Israele serve anche sempre a noi cristiani per ricordarci che cosa è
stato fatto al popolo ebraico. Per ricordarci che anche le Chiese cristiane ebbero parte al tanto dolore che
fu causato ai consimili ebrei.
Quest'idea non è importante solo perché ordina di ottemperare alla responsabilità morale di ammettere la
colpa e il fallimento di non aver creduto con maggior coraggio, di non aver dichiarato la fede con meno
timore, di non aver opposto più chiara resistenza quando i nostri fratelli e sorelle ebrei furono attaccati,
perseguitati e assassinati. Quest'idea è importante anche perché la storia dell'antigiudaismo cristiano ha
una parte rilevante nella grande sofferenza causata al popolo ebraico nel corso della sua storia. Molto
presto i cristiani presero a riferire a se stessi le promesse di Dio al suo popolo eletto, togliendole al popolo
d'Israele. Con ciò compirono un notevole passo avanti nell'ostilità verso l'ebraismo. Molto presto, i
cristiani cominciarono a diffamare gli ebrei, definendoli “deicidi” benché, naturalmente, fossero stati i
romani, e non gli ebrei, a crocifiggere Gesù. Molto presto, i cristiani cominciarono ad allontanare da sé i

consimili ebrei e ad allontanarsi da loro. Da ciò nacque l'antisemitismo cristiano, che portò ad addossare
la colpa agli ebrei di ogni possibile cosa: epidemie, peste e altre sventure; gli ebrei furono ogetto di
pratiche e accuse assurde. Anche su questo bisogna riflettere oggi, Domenica d'Israele.
Il ricordo di questa sciagurata storia ci guarda dal linguaggio insensibile e dai giudizi che non operano
distinguo. Ma ci guarda anche dal lasciar rianimare vecchi pregiudizi, come quelli di una presunta
superiorità del cristianesimo rispetto all'ebraismo o di una presuntà inferiorità dell'Antico Testamento
rispetto al Nuovo Testamento. Quanto presto tali pregiudizi devastanti possano essere rianimati lo
abbiamo sperimentato in molti modi nell'attentato terroristico, sconvolgente e brutale, attuato da Hamas
contro Israele il 7 ottobre 2023. Fu sconcertante vedere quanto presto facessero i sentimenti antisemiti a
tornare in molti Paesi europei, negli USA e in altri Stati e quanto spesso, nelle dimostrazioni e
manifestazioni in centro si esprimesse una solidarietà indifferenziata e a malapena tollerabile con il
popolo palestinese. Con questa predica non si vuole assolutamente giustificare la politica dello Stato
d'Israele e la sua azione militare nella Striscia di Gaza. Si tratta, invece, di essere, noi cristiani, gente dalle
orecchie aperte e sensibile ai casi di antiebraismo o antisemitismo e di essere attenti a quanto velocemente
siano agiti attacchi alla dignità degli ebrei e atti di ostilità contro di loro. Noi cristiani abbiamo ogni
motivo per farlo; fa parte dei nostri obblighi e responsabilità irrinunciabili verso la nostra stessa fede.
Ma c'è un motivo ulteriore per cui è importante che noi cristiani ci occupiamo delle radici ebraiche della
nostra fede. I contrasti tra Gesù e i consimili ebrei suoi contemporanei sono dibattiti interni all'ebraismo
su come vadano interpretati gli scritti e le tradizioni ebraici. Queste discussioni presuppongono sempre
che tutti gli interessati si sforzino di interpretare la fede in Dio, che ha scelto Israele e lo ha guidato e
custodito nel corso della sua storia, in modo tale che possa corrispondervi con la sua vita. Su come ciò
debba avvenire, tanto allora quanto oggi c'erano e ci sono diverse concezioni. Comprendiamo nel modo
giusto i testi del Nuovo Testamento solo quando li leggiamo in tale contesto.
Ma ad essere ebrei non erano solo Gesù e la gente del suo ambiente. Anche Paolo era ebreo. Lo rimarca di
continuo nelle sue lettere, molto chiaramente. Paolo, inizialmente, aveva addirittura perseguitato i seguaci
di Gesù, perché era dell'idea che professarsi per Gesù, ritenendolo il Cristo, non fosse compatibile con la
fede ebraica. Poi ebbe un'esperienza che incise in profondità, che gli lasciò il convincimento che la fede in
Gesù Cristo fosse il fondamento per comprendere e vivere gli scritti e le tradizioni ebraici. Per Paolo, ciò
includeva che il Dio d'Israele è il Dio di tutti gli esseri umani, a prescindere dalla loro provenienza: che
siano ebrei o non ebrei, che siano uomini o donne, liberi o schiavi. Dio vuole salvare tutti gli esseri umani
per mezzo del Vangelo di Gesù Cristo. Chi crede in Gesù Cristo, perciò, deve credere anche nel Dio
d'Israele. Questo, da allora in poi, non è cambiato. Noi professiamo la fede nello stesso Dio cui rivolgono
le loro preghiere anche i nostri fratelli e sorelle ebrei. Questo, da allora in poi, unisce la fede ebraica e
quella cristiana e costituisce il fondamento comune di entrambe. La professione di fede in Gesù come
Cristo, invece, marca la differenza. I cristiani vedono in Gesù il Messia, con cui si sono adempiute le
speranze di salvezza di Dio. Gli ebrei non lo fanno. In ciò risiede la differenza decisiva. Come cristiani,
proclamiamo che Dio si è rivelato in Gesù Cristo e che la fede in lui conduce alla salvezza. Era così allora
e oggi non è diverso. Coloro che vedono in lui l'inviato di Dio, anche e proprio di fronte alla sua morte
crudele in croce, costituirono presto comunità proprie, all'inizio all'interno dell'ebraismo e dopo poco
anche al di fuori. Alla fede nell'unico Dio, Dio d'Israele, subentrò la fede in Gesù Cristo. Alla sua luce, da
quel momento in poi si aprì una comprensione nuova anche della fede in Dio e degli scritti d'Israele, che
noi cristiani chiamiamo “Antico Testamento”. Divennero testimoni della fede non solo nel Dio d'Israele,
ma anche in Gesù Cristo. Ma ebrei e cristiani possono davvero richiamarsi a un fondamento comune, se
leggono in modo evidentemente differente gli stessi scritti, con e senza la professione di fede in Gesù
Cisto?
La Domenica d'Israele, cara Comunità, è la domenica dell'anno ecclesiastico in cui dobbiamo riflettere su
questa domanda importante. E, naturalmente, a questo riguardo siamo consapevoli di muoverci su un
terreno molto sensibile. Le fonti della fede cristiana richiedono che affrontiamo questo compito e che
troviamo una risposta chiara, sul piano della teologia, e corrispondente alla responsabilità etica. I testi
rivolti a Israele valgono davvero nello stesso modo per le comunioni dei credenti in Gesù Cristo? Questi
testi possono essere letti semplicemente come rivolti a noi cristiani? È evidente che non sia così semplice,
perché molti comandamenti, come l'osservanza del sabato, la circoncisione o le prescrizioni alimentari
non sono considerati, nelle comunità cristiane, comandamenti obbligatori di Dio. Paolo, ebreo convertito
a Gesù Cristo, era fermamente convinto che la circoncisione e l'osservanza del sabato non potessero più
essere vincolanti per coloro che sono “in Cristo”, perché al suo posto è comparsa la fede in Gesù Cristo.
Ma come determinare il rapporto tra i cristiani da una parte e Israele, il popolo eletto da Dio, dall'altra
parte?

È proprio tale questione ciò su cui Paolo medita intensamente nella Lettera ai Romani. Gli ha dato filo da
torcere, non gli ha dato pace perché, per lui, era la questione centrale. Come può essere che Dio, in Gesù
Cristo, abbia offerto la salvezza a tutti gli esseri umani e che, al tempo stesso, Israele, il suo popolo eletto,
non voglia riconoscerlo e voglia fare la propria strada? Il testo per la predicazione della domenica odierna
è l'apice della lotta di Paolo per trovare risposta a questo problema. Paolo, per riuscirci, muove da due
premesse che, per lui, sono ugualmente indiscutibili. Da una parte, Israele è e resta il popolo eletto di Dio.
Riguardo a ciò, non cambia nulla neanche la fede in Gesù Cristo. D'altra parte, la fede nel Vangelo di
Gesù Cristo è la via alla salvezza per tutti gli esseri umani, ebrei e non ebrei. Ma che cosa ne è di coloro
che appartengono al popolo ebraico, ma che non credono in Gesù Cristo? Questo problema fu, per Paolo,
il problema più grande e arduo della sua riflessione teologica. E non fu solo un problema teorico, che
potesse risolvere con la riflessione teologica o in altro modo. Per Paolo, e oggi le cose non stanno
altrimenti, con ciò era a disposizione la fedeltà stessa di Dio. Come comprendere le promesse di Dio al
suo popolo, così che Israele sia e resti il popolo di Dio, ma, al tempo stesso, i credenti in Cristo siano
destinatari alla pari di queste promesse?
Paolo lotta con tale questione. Io stesso sono israelita, seme di Abraamo, della tribù di Beniamino: così
sottolinea in questa lettera. Dio non ha rigettato il suo popolo. Al popolo restano promesse tutte le
prerogative e le promesse, anche a coloro, appartenenti al popolo ebraico che, come Paolo stesso, non
credono in Gesù Cristo. Paolo cerca di trovare una spiegazione, ricorrendo a un'immagine, quella
dell'olivo di cui sono stati troncati dei rami e su cui ne sono innestati altri, che non provengono da
quell'olivo. Ma, ad un certo punto, anche i rami che appartengono all'olivo saranno di nuovo innestati. In
quest'immagine, descritta poco prima del passo che costituisce il testo della predicazione odierna, Paolo
non è interessato ai particolari botanici; non si cura che siano plausibili e che si ritrovino in un manuale di
olivicoltura. A Paolo, invece, preme di trovare una spiegazione, con quest'immagine, del perché Dio
cammini su vie diverse con parte di quel popolo eletto che non crede in Gesù Cristo, e con chi, come
Paolo stesso, ha trovato proprio questa fede. Per Paolo, il nocciolo della questione è risolvere un problema
che consiste nella spaccatura d'Israele in queste due parti. Una parte, dice Paolo, è stata temporaneamente
indurita da Dio. Questa parte pertanto non ha, allo stato attuale, alcun accesso all'idea della salvezza
mediante il Vangelo. Ad un certo punto, Dio porrà fine a questo indurimento. Allora, dice Paolo nel
nostro testo, “tutto Israele sarà salvato”. Dio stesso verrà come “liberatore di Sion”, toglierà la colpa da
Israele e rinnoverà il patto con il popolo ebraico. Perché Dio faccia un cammino così complicato col suo
popolo eletto è domanda cui Paolo non sa rispondere. Lo definisce un mistero di Dio, espressione della
sua ricchezza insondabile e delle sue decisioni imperscrutabili.
Nel cuore della Domenica d'Israele, cara Comuntà, c'è uno dei temi centrali della fede cristiana. La Chiesa
e la teologia cristiane si sono spesso complicate la vita, cercando risposta alla questione del rapporto tra
fede cristiana ed ebraica, tra Chiesa e Israele. Fa parte dei compiti importanti e permanenti quello di
occuparsi intensamente di questo tema. La lotta di Paolo per trovare risposta alla questione del destino
d'Israele è testimonianza impressionante che noi cristiani dobbiamo esssere, verso la fede ebraica,
responsabili sul piano teologico e rispettosi e sensibili riguardo a fatto che, in ultima analisi, spetta a Dio
decidere, segretamente, per quali strade proprie condurre verso la salvezza il suo popolo eletto e i credenti
in Gesù Cristo. Su tale fondamento deve aver luogo il dialogo ebraico-cristiano, nel rispetto reciproco
delle rispettive diverse concezioni della fede.
Ma qual è la verità, allora? A questo dà una bellissima risposta un piccolo testo di Martin Buber, ebreo,
filosofo della religione: “Attendiamo il Messia. I cristiani credono che egli sia già venuto, che sia andato
via e che ritornerà. Io credo che, finora, non sia venuto, ma che verrà un giorno. Perciò vi faccio una
proposta: attendiamolo insieme. Quando verrà, gli domanderemo, semplicemente: sei già stato qui? E
allora, spero di stargli così tanto vicino da potergli sussurrare all'orecchio: 'non rispondere'.”
Amen.

I lettura: v. testo della predicazione
II lettura: Marco 12, 28-34
28 Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene a loro, si avvicinò e gli
domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?» 29 Gesù rispose: «Il primo è: "Ascolta, Israele: il

Signore, nostro Dio, è l'unico Signore. 30 Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta
l'anima tua, con tutta la mente tua e con tutta la forza tua". 31 Il secondo è questo: "Ama il tuo prossimo
come te stesso". Non c'è nessun altro comandamento maggiore di questi». 32 Lo scriba gli disse: «Bene,
Maestro! Tu hai detto, secondo verità, che egli è l'unico e che non v'è alcun altro all'infuori di lui; 33 e
che amarlo con tutto il cuore, con tutto l'intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso,
è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo che aveva risposto con intelligenza, gli
disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno osava più interrogarlo.
02.08.2026IX Domenica dopo TrinitatisGeremia 1, 4-10 Prof. Dr. Schröter4 La parola del SIGNORE mi fu rivolta in questi termini: 5 «Prima che io ti avessi formato nel grembo di
tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito
profeta delle nazioni». 6 Io risposi: «Ahimè, Signore, DIO, io non so parlare, perché non sono che un
ragazzo». 7 Ma il SIGNORE mi disse: «Non dire: "Sono un ragazzo", perché tu andrai da tutti quelli ai
quali ti manderò e dirai tutto quello che io ti comanderò. 8 Non li temere, perché io sono con te per
liberarti», dice il SIGNORE. 9 Poi il SIGNORE stese la mano e mi toccò la bocca; e il SIGNORE mi
disse: «Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca. 10 Vedi, io ti stabilisco oggi sulle nazioni e sopra
i regni, per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare».

Conoscete quella sensazione, cara Comunità, di essere troppo deboli, troppo piccoli, troppo poco preparati
per un compito che dovete affrontare o che magari vi siete scelto? La sensazione che, davanti a voi, si
erga una montagna grande, inconquistabile, di cose che dovete fare nei giorni seguenti? Una notizia triste,
che recate; un'operazione cui vi sottoponete; una nuova condizione di vita cui adattarvi? Qualcosa che vi
tocca, comunque; che, magari, può cambiare la vostra vita in modo permanente e riguardo alla quale non
sapete ancora come andare avanti, dopo. Siffatte situazioni, in cui si sentiamo particolarmente davanti a
una sfida, sono veri banchi di prova. Possono renderci insicuri, farci paura. Ma tali sfide possono anche
trasmettere l'esperienza che siamo in grado di fare cose che, prima, non avremmo immaginato di riuscire a
fare. È una regola di vita molto citata quella che dice di non evitare le situazioni che ci rendono insicuri o
che ci appaiono pericolose, affrontandole invece. Acquisire sicurezza e fiducia non si può ottenere senza
padroneggiare situazioni della vita che, anche solo a pensarle all'inizio, ci hanno spaventati e che
avremmo preferito risparmiarci.
È di una situazione analoga che narra anche il nostro testo per la predicazione di oggi. L'abbiamo già
ascoltato come lettura dall'Antico Testamento; il passo si trova all'inizio del libro di Geremia. Geremia
riceve da Dio un incarico. Che lo coglie del tutto impreparato e per il quale non si sente assolutamente
all'altezza. Fosse stato per lui, non l'avrebbe scelto, non si sarebbe offerto volontario né avrebbe spinto per
ottenerlo. Ma ciò non ha importanza. Secondo l'incarico ricevuto da Dio, dovrà comparire davanti al
popolo e comunicargli i messaggi che Dio vuole dare a Israele e che sono tutt'altro che gradevoli. Dovrà
portare una critica aspra al comportamento tenuto da Israele. Dovrà dirgli che si è allontanato dalla via di
Dio, volendo confidare soltanto in se stesso. Dovrà dire al popolo, in modo chiaro e tondo, che deve
convertirsi all'ubbidienza verso Dio, smettere di essere testardo e ritornare a ciò che è buono e salutare.
Chi vorrebbe mai essere il latore di tali notizie? A chi piacerebbe esercitare una critica così aspra verso il
proprio popolo, la propria comunità, verso coloro che ci sono vicini?
E così non desta meraviglia che Geremia sia tutt'altro che entusiasta dell'incarico ricevuto. Avrebbe
preferito diventare qualcosa di diverso da un profeta, per giunta del tipo che non è considerato in patria. Si
rifiuta; si sente troppo giovane, non all'altezza del carico che gli viene posto sulle spalle. Ma Dio vede le
cose in modo affatto diverso. Dio insiste a inviare Geremia al popolo d'Israele per comunicagli la Parola
di Dio. Dio sa che Geremia sarà in grado di farlo, mentre Geremia stesso non se ne crede assolutamente
capace. Dio vede in Geremia più di quanto egli stesso non veda in sé, con la sua esitazione e paura. Dio
promette a Geremia il suo aiuto. Lo aiuterà, lo proteggerà, non lo lascerà solo quando le resistenze esterne
e i dubbi interni sembreranno prendere il sopravvento. Geremia non ha scelta. Dio lo chiama ad essere
profeta, gli conferisce un incarico cui Geremia non si può sottrarre. Fin da subito, ha un nuovo compito
esistenziale; deve affrontare la sfida che gli viene posta davanti. Deve affrontare Israele viso a viso,
parlare alla sua coscienza, pronunciare verità sgradevoli. Geremia avrebbe preferito evitarlo, ma le fughe
non servono, quando la vita ci pone in situazioni che dobbiamo affrontare.
Dio non riconosce alcun valore alle scuse accampate da Geremia, con cui cerca di sottrarsi al compito
previsto per lui. Ma gli assicura che sarà in grado di affrontare la situazione per la quale Dio lo ha scelto.
Dio ha in mente per Geremia grandi cose; è così fin dall'inizio. Deve credere in se stesso, farsi coraggio,
essere fiducioso. Dovrà confidare che Dio non lo lascerà solo, che lo aiuterà e che gli darà la forza per

fare quel che deve. Quando Geremia si accinge ad affrontare il compito affidatogli, le cose vanno in
maniera affatto diversa da quella attesa. Geremia diventa un profeta grande e importante del popolo. Il suo
cammino esistenziale non è facile, ma si sente vicolato al suo compito e cresciuto per esserne all'altezza.
Esso gli apre orizzonti nuovi, anche se guida la sua vita in un modo che egli non avrebbe mai immaginato.
La chiamata di Geremia a diventare profeta fa parte dei racconti straordinari della Bibbia, riguardanti
persone che vengono prese al servizio di Dio. È una storia straordinaria, ma non è del tutto unica. La
Bibbia narra spesso del fatto che Dio compare all'improvviso, in modo inaspettato nella vita degli esseri
umani, affidandogli la responsabilità di fare qualcosa per le persone, per la nostra società, per il mondo.
L'apostolo Paolo è un altro di tali esempi. Come Geremia, anch'egli fu scelto per annunciare la Parola di
Dio. Anche per Paolo, ciò avvenne in modo del tutto inatteso e capovolse il suo percorso esistenziale.
Questa svolta nella vita di Paolo, da persecutore dei seguaci di Gesù ad annunciatore del Vangelo di Gesù
Cristo, fu talmente spettacolare e impressionante che non solo venne raccontata molte volte, ma fu anche
illustrata con immagini molte volte. Il dipinto di Caravaggio nella cappella Cerasi, a Santa Maria del
Popolo, è un esempio dell'interpretazione di tale evento, sotto forma di quadro notevole.
Né Geremia né Paolo videro mai se stessi come profeti o testimoni della fede. Lo divennero, piuttosto,
controvoglia. Ma poi si dedicarono a questo compito con anima e corpo, senza limitazioni e a rischio di
essere dileggiati e perseguitati.
Né Geremia né Paolo si concentrarono su se stessi. Non volevano entrare in scena, apparendo grandi, agli
occhi degli altri, con le loro azioni e impressionando con ciò che compivano. Proprio al contrario.
Geremia avrebbe preferito evitare di chiamare il popolo alla conversione, mettendolo in guardia circa le
conseguenze del suo allontanamento da Dio. Il popolo si era allontanato dal suo Dio, ponendo la propria
volontà al di sopra della fedeltà a Dio; aveva dimenticato l'amore di Dio e i suoi atti salvifici. Geremia
vide arrivare la sventura; come erano cambiate le condizioni; come il popolo calpestasse il diritto e la
giustizia, dando priorità a potere e prestigio rispetto a diritto e misericordia. Non si poteva andare avanti
così. E Geremia avrà ragione. Di fatto, le cose divennero negative per Israele. Il paese fu conquistato;
molti furono deportati in esilio, anche Geremia.
In nessun libro della Bibbia incontriamo la figura di un profeta così nitidamente, così chiaramente come
nel caso di Geremia. Ciò rende tale libro e la persona di Geremia tanto unici. E ciò fa sì che questo
profeta, al tempo stesso, con i suoi modi diretti parli al nostro tempo. Ascoltiamo i moniti inviati dalla
nostra epoca, i segnali che provengono dalle circostanze, in cui abbiamo portato il mondo? I pericoli non
sono diventati più piccoli, in confronto all'epoca in cui Geremia portò in Israele il messaggio di Dio. Oggi,
noi avvertiamo le conseguenze della spinta espansionistica europea e degli atteggiamenti coloniali in
modo che non è mai stato così chiaro. La distribuzione delle risorse; i tentativi disperati delle persone di
arrivare in Europa partendo da territori dove ci sono guerra e fame, parlano una lingua chiara. Anche le
conseguenze del cambiamento climatico sono tali da non poter più far finta di non vederle, qui in Europa
e ancor di più in altri Paesi della terra. Alexander von Humboldt, già all'inizio del XIX secolo, aveva
messo in guardia dalle conseguenze di un disboscamento spietato delle foreste pluviali del Sudamerica,
cominciato lì dagli europei. Ci appare singolarmente moderno e proprio profetico il fatto che Humboldt
avesse capito il funzionamento degli ecosistemi, l'importanza degli alberi come depositi di acqua e
produttori di ossigeno, e che la Natura non vada compresa solo in modo puramente meccanico e
funzionale, ma come organismo vivente, da proteggere.
Avvertiamo le conseguenze delle nostre azioni anche nelle strutture fragili della convivenza, qui in Europa
ma anche altrove. Le tante persone che, attualmente, fuggono, cercando tranquillità e pace per la loro vita,
non ci pongono di fronte solo a sfide fianziarie ed organizzative, ma anche di fronte alle questioni che
riguardano un ordine mondiale giusto, la parte avuta dalla politica coloniale ed espansionistica europea
nelle condizioni dell'Africa e del Vicino Oriente, la formazione di strutture commerciali ed economiche e
la responsabilità morale delle differenze crasse tra ricchi e poveri, non solo tra Paesi, ma anche nel cuore
delle nostre città, nel nostro ambiente, qui a Roma, a Berlino e altrove.
Come Geremia mise in guardia il popolo ai suoi tempi, anche oggi ci sono voci che mettono in guardia,
che non sono interessate a mettere in scena se stesse, ma cui prema l'agire responsabile. Ce ne sono, di tali
voci, in politica, in economia, nella Chiesa. Siamo ben consigliati a prestarvi attenzione, ad essere
sensibili riguardo ciò che dev'essere protetto e custodito; ad essere attenti alle osservazioni e alle
indicazioni che, troppo spesso, vengono spinte sullo sfondo dalla gestione affannosa e autoreferenziale dei
media.
Come cristiani, siamo chiamati a non accontentarci di condizioni inique. Abbiamo una responsabilità,
come l'aveva Israele ai suoi tempi, quando Geremia gli mise davanti agli occhi ciò di cui doveva essere
grato a Dio. Lo aveva liberato dall'Egitto, protetto nel deserto, condotto nella terra in cui era diventato un

grande popolo. Dio ci ha protetto nelle grandi sventure; ci ha condotto fin qui e noi possiamo essere grati
per tutto ciò che abbiamo ricevuto da lui: il poter vivere in condizioni di sicurezza e il non dover
preoccuparci su come cavarcela ogni giorno; le persone intorno a noi ci sostengono e ci donano
protezione e amore; la terra in cui viviamo e alla cui vita possiamo contribuire; la nostra comunità
cristiana, che ci sostiene e in cui possiamo sentirci a casa.
Tutto il bene che Dio ha rivolto a noi, non dobbiamo e non vogliamo dimenticarlo. Ci infonde forza e
fiducia di superare anche i tempi difficili, confidando che Dio regga il nostro mondo e che la nostra vita
sia protetta presso di lui, anche e proprio nelle sfide e nei tempi difficili.
La storia di Geremia è la storia di una persona che riceve un incario da Dio in modo speciale. Non ogni
uomo e donna tra noi riceve un incarico così grande come quello di Geremia. Ma si possono nominare
degli esempi che ci sono molto più vicini del tempo di Geremia. Dietrich Bonhoeffer, teologo impegnato e
coerente del XX secolo, spinto dalla responsabilità verso la propria coscienza cristiana, decise di entrare
nella Resistenza al regime nazionalsocialista. Ciò cambiò la sua vita in modo non meno permanente di
quanto accadde a Geremia e a Paolo. Per Bonhoeffer, significò interrompere il cammino appena intrapreso
nella teologia e nel pastorato. Fu gettato in prigione e, infine, fu giustiziato. Le lettere che scrisse in
carcere sono testimonianze oltremodo profonde e impressionanti del fatto che la sua fede cristiana gli
dette la forza di resistere nel tempo, oltremodo difficile, della sua gioventù. Anche nel nostro immediato
presente ci sono persone coraggiose e integre, che non si lasciano corrompere né intimorire, ma che
restano ferme nelle loro convinzioni, con coraggio e coerenza.
Quel che possiamo imparare da queste persone, cara Comunità, è la fiducia che Dio ci infonderà la forza
di padroneggiare i compiti davanti a cui ci pone la vita. Questi compiti sono di generi affatto differenti e
non è assolutamente necessario paragonare noi stessi a personaggi impressionanti come Geremia, Paolo o
Bonhoeffer. Ma per ogni uomo e donna tra noi Dio ha pronto un compito. Questo compito può apparire
difficile, addirittura tanto arduo da spaventarci e da farci apparire deboli. La storia del profeta Geremia ci
mostra un'altra immagine. Ci mostra che Dio accompagna il cammino della nostra vita; che ci darà la
forza per il compito che dobbiamo affrontare. E così il nostro testo per la predicazione è, nel suo nucleo,
un grande incoraggiamento per noi tutti. È l'incoraggiamento a fare per questo mondo, pieni di speranza e
fiducia, quel che abbiamo capito essere giusto e salutare. È l'incoraggiamento del sapere che la nostra vita
è nelle mani di Dio e che egli la condurrà a buona fine. È l'incoraggiamento del sapere che non siamo soli
con le nostre preoccupazioni e paure, ma che Dio è con noi, ci custodisce e ci accompagna sicuramente.
Amen.

Letture >

I lettura: v. testo di predicazione
II lettura: Matteo 13, 44-46
44 «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato,
nasconde; e, per la gioia che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo.
45 «Il regno dei cieli è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle; 46 e, trovata una perla
di gran valore, se n'è andato, ha venduto tutto quello che aveva e l'ha comprata.
26.07.2026VIII Domenica dopo TrinitatisGiovanni 9, 1-7Pastore Spitzenberger16 Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? 17 Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.
19.07.2026VII Domenica dopo TrinitatisEbrei 13, 1-3Pastore Spitzenberger
12.07.2026VI Domenica dopo TrinitatisDeuteronomio 7, 6-12Pastore Dr. JonasCara Comunità, che cosa occorre per costruire una comunità? I cristiani luterani di Roma si posero questa domanda oltre 100 anni fa; non pensavano a un'area edificabile, a un architetto e a materiale edilizio per costruire un grande edificio. Tutto questo venne dopo. I cristiani protestanti di Roma pensarono su scala molto più piccola. Per loro, ad essere importante era, soprattutto, riunirsi per celebrare il loro culto; era poter celebrare secondo la loro liturgia. Era lodare e glorificare Dio; poter esprimere la loro fede luterana in mezzo alla fede cattolica romana, nel cuore di Roma, che allora era governata dal papa. Le condizioni esterne erano molto modeste. Non c'era alcuna chiesa evangelica, né poteva esserci. Dovette nascere, anzitutto, una comunità evangelica. L'iniziativa fu presa da alcuni cristiani luterani impegnati, tra cui in particolare il Legato prussiano; grazie a loro, si arrivò alla nascita di una comunità evangelica, di quella comunità che, adesso, è formata da noi. Comunità i cui inizi furono nei culti tenuti nel salotto del Legato prussiano, al Teatro di Marcello, prima che fosse costruita una piccola cappella sul Campidoglio. Alla costruzione della Christuskirche, in cui oggi celebriamo il culto, si arrivò molto più tardi.
05.07.2026V Domenica dopo TrinitatisLuca 5, 1-11Pastore Dr. JonasProbabilmente, conoscete la storia, ragguardevole sotto molti aspetti, della comunità evangelica luterana di Roma. Illustra in modo molto convincente il testo per la predicazione odierna. Che cosa occorre per costuire una comunità? Non occorre anzitutto un edificio di culto; non occorrono anzitutto strutture organizzative, uffici e ogni genere di commissioni per essere una comunità cristiana. Tutto questo può diventare importante e sappiamo, grazie alla storia delle Chiese cristiane di ogni confessione che, di norma, ad un certo punto si arriva a formare tali strutture. Ad un certo punto si costruiscono edifici,: all'inizio, di solito chiese molto semplici; poi, cattedrali sempre più splendide. Ad un certo punto, ci sono uffici; all'inizio, solo quelli che riguardano compiti semplici nella comunità; più in là, anche quelli che servono alla rappresentanza e alla dirigenza. Le strutture si fanno più complesse; gli uffici si moltiplicano; la Chiesa diventa un'istituzione grande, talvolta imperscrutabile. Nel caso di istituzioni che diventano sempre più grandi, ciò è pressoché inevitabile e, di per sé, non è un aspetto problematico o da criticare. Se la Chiesa entra, in modo sempre più forte, negli ambiti della vita sociale, le occorrono allora anche strutture adeguate. Talvolta, però, ci sono situazioni in cui dobbiamo domandarci quale sia il nucleo della Chiesa, della comunità cristiana.
28.06.2026Pietro e Paolo"Deutsche Messe" Franz SchubertPastore Dr. JonasGuardando al nostro testo per la predicazione, salta agli occhi che Paolo, in questo passo, parla di “costruzione” della comunità, del suo “fondamento” e del suo “architetto” in modo molto specifico. La “costruzione” è immagine della fondazione, dell'edificazione della comunità, non di un edificio di pietra o di legno. La costruzione dell'edificio di una chiesa non è stata effettuata né a Corinto né altrove né da Paolo né da altri, nel primo periodo del cristianesimo. Non ci si poteva pensare neanche lontanamente, perché all'epoca i cristiani erano piccoli gruppi che dovevano trovarsi il loro posto in mezzo a una società non cristiana. Nessuno, allora, pensava a edifici e a complesse strutture organizzative. Tutto questo venne dopo. La “costruzione” di cui parla Paolo è, invece, la comunità stessa. La “Chiesa”, qui, è dunque anzitutto e soprattutto la “comunità”. E infine è per tale motivo che Martin Lutero, nella sua traduzione del Nuovo Testamento, evitò coerentemente la parola “Chiesa”. Invece, ha sempre usato la parola “comunità”. Con ciò volle esprimere l'idea che preme a Paolo nel nostro testo di oggi: “Chiesa” è soprattutto la comunità riunita per celebrare il culto, per proclamare la fede, per pregare e celebrare la Santa Cena. Edifici, istituzioni e uffici sono invece, alla lettera, “secondari”. Devono essere al servizio del Vangelo, ma non possono prenderne il posto.
21.06.2026III Domenica dopo TrinitatisSonnengesang Francesco d'AssisiPastore Dr. JonasL'immagine della “costruzione” della comunità viene ulteriormente sviluppata, nel nostro testo. Paolo si definisce “architetto”. In quanto apostolo di Gesù Cristo, ha fatto nascere la comunità per incarico di Dio. Paolo non fu un dirigente della comunità, né fu un vescovo o un altro tipo di dignitario. Fu, come apostolo, in cammino e fondò comunità, tra cui anche quella di Corinto. Agì come un architetto che, di norma, non abita nelle case che progetta, ma che passa di progetto in progetto. Non è un caso, pertanto, che nel nostro testo si dica che un altro costruisce sul fondamento posto da Paolo. Con ciò s'intendono gli altri che, a Corinto, hanno “continuato a costruire”, rafforzando e rinsaldando la comunità. Ancor più importante è che Paolo relativizzi subito l'azione propria e altrui: essi sono gli operai della costruzione di Dio. Paolo stesso operò, per grazia di Dio, a Corinto e il fondamento che pose non fu altri che Gesù Cristo stesso. Per farlo non gli occorsero né pietre né cemento; nemmeno Paolo stesso, in quanto fondatore, costituì il fondamento della comunità. Come ogni altra comunità cristiana, compresa la nostra comunità di Roma, la comunità di Corinto è fondata su null'altro che sulla fede in Gesù Cristo.
14.06.2026II Domenica dopo TrinitatisMatteo 11, 25-30Predicatrice BelliChe così è, dobbiamo esserne consapevoli sempre, come comunità cristiana. La Chiesa cristiana ha bisogno di tempi di riflessione sul proprio fondamento, su ciò che è irrinunciabile e su ciò cui, eventualmente, si può rinunciare. Tale questione si pone con particolare urgenza, nella nostra situazione attuale. Come comunità evangelica luterana a Roma, non ne siamo forse interessati direttamente, ma in modo indiretto, sì. Nelle Chiese regionali evangeliche tedesche, la questione delle strutture ecclesiastice è, invece, oggetto di intensa discussione. Discussione diventata necessaria a causa dei numeri decrescenti dei membri delle Chiese, che hanno come conseguenza minori entrate e che quindi pongono la questione ineludibile di come adattare le strutture, costruite in molti anni, alle nuove condizioni. Meno denaro e meno membri di Chiesa rendono ineludibile meditare in modo nuovo su che cosa sia la Chiesa e su come debba apparire. Quali edifici, quali funzioni, quali attività devono restare? Quali possono essere dismesse? Naturalmente, un tale processo è tutt'altro che semplice. Devono essere prese decisioni dolorose, che quelli che dovranno prenderle e attuarle si risparmierebbero volentieri. Ma, talvolta, non si può fare altrimenti. In modo indiretto, ne siamo interessati anche noi, qui, come comunità, perché tale situazione è indizio di un cambiamento di ampia portata, che non è assolutamente limitato alle Chiese regionali evangeliche tedesche. In molti Paesi europei, la situazione delle Chiese, tanto cattoliche quanto evangeliche, non è diversa. I motivi di ciò sono molteplici e possono essere considerati in modo differente. Ma è importante che noi, in una situazione siffatta, ci domandiamo: qual è il nucleo della Chiesa cristiana? Di che cosa vive? Qual è il suo segno distintivo inconfondibile che la differenzia da tutte le altre istituzioni e organizzazioni? Farlo è necessario anche solo perché la Chiesa, nel corso della sua storia, è cresciuta, diventando in grado di assumersi compiti che sono caratteristi della sua presenza nella società e che sono certamente importanti, ma riguardo ai quali ci si può domande se e fino a che punto facciano parte del nucleo della fede e vita cristiane. In alcune Chiese regionali si discute su quante comunità ci saranno in futuro, se cioè il numero attuale possa o addirittura debba essere ridotto accorpando comunità in complessi più grandi.
14.06.2026II Domenica dopo TrinitatisMatteo 11, 25-30Pastore Dr. LenskiTutto questo ha a che fare col nostro testo di predicazione perché l'immagine della costruzione della comunità, che Paolo ci mette davanti, si occupa proprio di ciò: qual è il fondamento della comunità? Di che cosa vive, a prescindere da come appaiano le condizioni esterne? Qui a Roma e anche in altre comunità evangeliche in Italia questa domanda si pone in modo forse un po' diverso, ma non del tutto diverso. Si pone come questione di come la professione di fede evangelica possa apparire in una città, in un Paese di prevalente impronta cattolica, ma in cui il ruolo delle Chiese cristiane e della fede cristiana pure regredisce nella società. Come affrontiamo questa situazione? Come descriviamo il nucleo della nostra fede? Che cosa riteniamo essere il fondamento su cui è costruita la nostra comuntà, la nostra Chiesa, la nostra fede?
07.06.2026I Domenica dopo TrinitatisAtti degli Apostoli 4, 32-37Pastore Spitzenberger“Nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù”: così è scritto nella frase che costituisce il nucleo del nostro testo di predicazione. Gesù Cristo è il fondamento: è un'immagine importante e consolante di ciò su cui possiamo puntellarci in ogni nostro agire. Tutto ciò che facciamo nella nostra Chiesa è lavoro che si basa e si riferisce a questo fondamento. Edifichiamo comunità su questo fondamento; facciamo valere la nostra fede, su questo fondamento; diamo forma alla nostra vita in base a questo fondamento.
31.05.2026TrinitatisNumeri 6, 22–27Prof. Dr. SchröterAl tempo stesso, è vero anche questo: tutto ciò che facciamo in nome della nostra fede, in nome della Chiesa di Gesù Cristo deve rispondere di come corrisponda a tale fondamento. Nel nostro agire, esprimendo concretamente la fede in Gesù Cristo, consolando gli altri, essendo una benedizione per questo mondo. È su questo che si misura ciò che in noi ha costrutto e ciò che passerà. Paolo lo descrive con l'immagine del giudizio ultimo, in cui si vedrà che cosa resterà e che cosa sarà consumato dal fuoco. L'immagine dice: tutto ciò che facciamo è inserito nel grande constesto del piano di Dio per questo mondo. Non è indifferente, ciò per cui ci impegniamo, quale meta perseguiamo nella vita, su quale fondamento edifichiamo la nostra vita.
03.04.2026Venerdì SantoII Corinzi 5, 17-21Pastore Dr. JonasChe ciò non riesca sempre e che dobbiamo mettere in conto anche dei rovesci era cosa che non era chiara a nessuno più che a Paolo stesso. Non fu assolutamente un apostolo e fondatore di comunità che ebbe sempre successo. Anch'egli fallì nel tentativo di fondare una comunità. Non sappiamo neanche se riuscisse davvero convincere, con le sue lettere, le comunità da lui fondate. Paolo conosceva i problemi dell'edificazione di una comunità come nessun altro. Quando, nella lettera ai Corinzi, indica Gesù Cristo come fondamento di ogni comunità cristiana, dobbiamo perciò presumere che sapesse di che cosa scriveva. E inoltre dobbiamo considerare indicazione irrinunciabile e fondante in senso stretto, per la nostra situazione di Chiesa di Gesù Cristo, oggi, ciò su cui anche noi possiamo puntellarci, con tutti i nostri sforzi, per dare voce e far ascoltare la nostra fede nella quotidianità del mondo.
22.03.2026Domenica IudicaEbrei 13, 12-14Prof. Dr. SchröterAlla fine del nostro testo di predicazione, Paolo riassume in modo forte ciò di cui vuole convincere, con la sua lettera, la comunità di Corinto. “Siete il tempio di Dio”, dice, “lo Spirito di Dio abita in voi”. Paolo scrive questo a persone che abitavano in una città piena di templi e di statue di dei. A Corinto, come in altre città antiche, essi erano presenza costante: al mercato, nelle strade principali, di continuo vi venivano offerti sacrifici e invocati gli dei. Qui a Roma ci si può fare un'idea della presenza di divinità greche e romane nel Foro Romano e negli adiacenti Fori Imperiali, nel cuore di una città antica. In tempi posteriori, qui a Roma al loro posto comparvero innumerevoli chiese. “Siete il tempio di Dio”: questo distoglie lo sguardo dagli edifici e lo dirige verso noi stessi, verso i credenti in Gesù Cristo. Siamo noi ad essere responsabili di che cosa significhi la fede cristiana nel mondo e di che cosa operi per il mondo. Lo Spirito Santo di Dio abita in noi, non in edifici di templi e nemmeno tra le mura delle chiese.
E così il testo della predicazione di questa domenica ci dice, in ultima analisi, che viviamo della forza di Dio e della sua grazia e che possiamo operare nel mondo. Il suo Spirito Santo, che riceviamo nel battesimo, ci rende capaci di operare in questo modo e per questo mondo, pieni di fiducia e speranza. La nostra comunità, tutte le comunità cristiane, le Chiese cristiane di ogni confessione si fondano su questa promessa. Essa ci rende certi che Dio sostiene i suoi, anche in tempi in cui si prospettano cambiamenti e la Chiesa cristiana deve riorganizzarsi in modo nuovo.
Amen.
Che si occupassero solo delle questioni assistenziali della comunità, è cosa di cui si può a buon diritto dubitare, anche se il nostro testo vuole suscitare quest'impressione. Di due di questi uomini, cioè di Stefano e di Filippo, sentiremo parlare, in modo più preciso, più in là. Compaiono come annunciatori e missionari, che testimoniano il Vangelo di Gesù Cristo a Gerusalemme e altrove. Non sono quindi specializzati nell'assistenza ai poveri a Gerusalemme, ma sono testimoni attivi del Vangelo e annunciatori attivi sul piano missionario. Nel testo, quindi, si avverte una certa tensione. Essa si mostra anche nel fatto che il problema dell'assistenza non fu risolto semplicemente istituendo un gruppo di addetti, perché le risorse non aumentarono per questo solo fatto. Inoltre, non viene riferito come fu risolto il problema sorto.
La ripartizione del lavoro di cui parla il testo, quindi, va più in profondità. Nel suo nucleo, è la differenziazione di forme diverse di annuncio del Vangelo. Accanto agli apostoli, compaiono i sette, con la loro forma peculiare di diffusione del Vangelo. Anche questo aspetto, quello della varità delle forme con cui viene annunciato il Vangelo, non è cambiato fino ad oggi. Si può riconoscere nelle nostre Chiese, qui a Roma e altrove.
È dunque uno scorcio di storia degli inizi della comunità di Gerusalemme, quello che ci descrive il nostro testo di oggi. Ci mette davanti agli occhi che cosa, nella comunità cristiana, contava fin dall'inizio e conta ancora oggi. Sostegno di coloro che hanno bisogno del nostro aiuto; prestare attenzione alla comunione e alla solidarietà, alla disponibilità a trovare soluzioni costruttive ai conflitti e, non per ultimo, alla varietà delle forme in cui il Vangelo viene annunciato e vissuto. La comunità di Gerusalemme ha tratto profitto, evidentemente, dalla situazione di conflitto descritta. Ciò è sottolineato alla fine del passo degli Atti: la comunità cresceva, il Vangelo si diffondeva.
Gli altri testi della domenica odierna gettano ulteriori fasci luminosi su questo argomento: il versetto settimanale afferma che un giorno saremo misurati sul modo con cui avremo agito verso i più deboli, su come avremo prestato attenzione ai bisognosi. Il testo tratto dall'Antico Testamento riporta le regole date da Dio al suo popolo per la vita comune, affinché sia santo. Al centro, c'è il comandamento dell'amore. La parabola del Buon Samaritano, tratta dal Vangelo di Luca, presenta infine un caso concreto di amore del prossimo. Il samaritano non si chiede chi sia, l'uomo che giace, derubato e senza forze, sul ciglio della strada. Si cura di lui, gli dà ciò di cui ha bisogno in quella situazione d'emergenza.
Il nostro testo per la predicazione, tratto dagli Atti, ci mostra in tal modo, insieme con altri testi di questa domenica, come noi, comunità cristiana, possiamo vivere in questo mondo. Questi testi ci mostrano che cosa è importante nel rapporto tra noi e nella testimonianza del Vangelo nel mondo e per il mondo. Lasciamo che questi testi, dei primi tempi del cristianesimo e dell'Antico Testamenco, ci si ispirino a testimoniare in modo vivido e a vivere la nostra fede qui e oggi. Che il Signore ci aiuti a farlo.
Amen.