Deuteronomio 7, 6-12

 Infatti tu sei un popolo consacrato al SIGNORE tuo Dio. Il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra. 7 Il SIGNORE si è affezionato a voi e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, anzi siete meno numerosi di ogni altro popolo, 8 ma perché il SIGNORE vi ama: il SIGNORE vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha liberati dalla casa di schiavitù, dalla mano del faraone, re d’Egitto, perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri. 9 Riconosci dunque che il SIGNORE, il tuo Dio, è Dio: il Dio fedele, che mantiene il suo patto e la sua bontà fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti, 10 ma a quelli che lo odiano rende immediatamente ciò che si meritano, e li distrugge; non rinvia, ma rende immediatamente a chi lo odia ciò che si merita. 11 Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do, mettendoli in pratica.
12 Se darete ascolto a queste prescrizioni, se le osserverete e le metterete in pratica, il SIGNORE, il vostro Dio, manterrà con voi il patto e la bontà che promise con giuramento ai vostri padri.

 

Cara Comunità,

su quale suolo stiamo?

Qual è il fondamento?

Della nostra vita, della nostra felicità, del nostro destino?

Qual è il fondamento della nostra Chiesa e della nostra comunità?

Che cosa ci dà sicurezza? Su quale suolo stiamo?

È la nostra forza, la nostra prestazione, la nostra salute e la nostra previdenza finanziaria?

E, per quanto concerne la nostra comunità:

è la sua tradizione e la sua storia, è la sua forza e il suo impegno per il Bazar e in altre occasioni, è la sua fama nell’ambiente ecumenico romano o addirittura il suo pastore?

Che cos’è che sostiene?

 

La meravigliosa Parola di Dio, tratta dal Deuteronomio, parla chiaro. In modo amorevole ma, al tempo stesso, disarmantemente chiaro.

La domanda di fondamento e base, di sicurezza e futuro, riguardo al popolo di Dio, trova risposta:

 

tu sei un popolo sacro per il Signore, tuo Dio. Il Signore, tuo Dio, ti ha scelto come suo tra tutti i popoli.

Col profeta Isaia, potremmo aggiungere:

o Israele: «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio!». (Is 43, 1).

 

È l’appartenenza a dare sostegno.

Tu sei mio. Dio ti ha scelto come sua proprietà.

Ciò che, al primo impatto, si ascolta volentieri, in noi suscita anche resistenza.

 

Da una parte, in quanto persone moderne, illuminate, non ci piace essere proprietà di qualcuno, ma ci piace essere individui liberi.

D’altra parte, tendiamo a definirci in base alle nostre prestazioni e meriti, più che in base alla nostra relazione con Dio.

Quante volte, in questa comunità, mi è capitato di sentir dire quanto qualcuno ha fatto e quanto ha lavorato per il Bazar o per il gruppo donne o per altre attività! Tutto questo è meraviglioso e merita il massimo riconoscimento!

Ma ho sentito di rado dire “faccio parte di questa comunità perché qui trovo sostegno e accesso al mio Dio.”

Perfino nella fede, perfino come cristiani, perfino come luterani nell’Italia così cattolica, tendiamo a definirci in base alle nostre azioni. “Io ho…”.

Ma Dio ci interrompe subito, mentre facciamo quest’elenco, dicendo: “Io ti ho chiamato per nome, tu sei mio”.

Non dice: “Ti lascio farmi l’elenco di tutto quel che hai fatto e di quanto sei capace di fornire prestazioni e poi, forse, decido di sceglierti.”

Dice: “tu sei mio.” Ancor prima che noi facciamo qualcosa per lui, già nel battesimo, già da lattanti.

 

È come con l’amore di una madre, che non ama il figlio neonato per le sue prestazioni, che non ci sono!, ma soltanto per la relazione, per l’appartenenza: “tu sei mio”.

 

È difficile farselo piacere, perché noi tutti non siamo più bambini piccoli né bambini né vogliamo più esserlo. Ma nella fede, nella relazione con Dio questa, purtroppo, è la verità. Perché, altrimenti, la Bibbia ci chiamerebbe, in così tanti passi, “figli di Dio”? Perché, altrimenti, Gesù prenderebbe ad esempio i bambini, dicendo: “chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto“ (Mc 10, 15)?

 

Noi siamo definiti a partire da Dio, dalla nostra relazione con lui e non dalle nostre prestazioni in questo mondo.

E questa relazione è piuttosto unilaterale. In questa relazione c’è un’asimmetria evidente. Dio ti ha scelto come sua proprietà tra tutti i popoli.

Gesù, più tardi, lo dirà in modo ancora più netto: “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15, 16).

Dio ha stabilito questa relazione. È lui il primo. È lui che fa le regole. È lui che ha tutto in mano. Una giovane collega ha criticato tale asimmetria. Questa relazione con Dio non le piace. Vorrebbe un rapporto tra partner, libero e alla pari. Dio e l’essere umano come partner paritari, che si avvicinano o che possono andare ognuno per la propria strada…

Ma Dio è il creatore e noi siamo sue creature!

Egli è il Signore e noi siamo creta nelle sue mani (Ger 18, 6)!

 

Dio e l’essere umano non sono mai sullo stesso piano; non procedono mai dalle medesime premesse. Egli è colui che non subisce condizioni e noi siamo condizionati da ogni genere di premesse; siamo limitati, definiti.

Ed è già un miracolo che questo Dio infinitamente sublime ed eterno si interessi a noi e che si chini verso noi in basso, offrendoci una relazione.

 

Il Signore ti ha scelto come sua proprietà.

Questa è la relazione. Questa è una relazione salvifica. Questa è la comunione che ci sostiene e ci regge.

Ma, appunto, è una relazione asimmetrica. È lui che è il Signore!

Ed è lui che fa le regole: Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti do, mettendoli in pratica”.

 

È una moda singolare del cristianesimo del tempo presente, che (con bellurie democratiche) si elimini ogni gerarchia nella relazione con Dio, facendo di Dio un semplice partner al proprio fianco.

 

Dio è il Signore! E noi siamo sue creature.

È come nel rapporto tra madre e lattante. Anche questa relazione è asimmetrica; ma, appunto, lo è anche l’amore incondizionato.

 

Amore, relazione e umiltà nella relazione con Dio vanno pensati insieme: questa è la forza del V libro di Mosè, il Deuteronomio.

 

Dio ama, sceglie, lega a sé, salva e sollecita affinché questo legame sia giusto e venga vissuto coerentemente. Ciò è espresso in modo meraviglioso. Il Nuovo Testamento non cambierà questa dinamica, ma la approfondirà ulteriormente.

 

Ci siamo resi conto che la Sacra Scrittura non raffigura il nostro rapporto con Dio come contratto né come calcolo né come formula fisica, ma come amore. Ci sono molte religioni in cui la categoria dell’amore non compare.

Nel caso del nostro Dio, non solo esso compare, ma è la guida. È appassionato; appassionato al punto da non escludere il dolore, ma da immolarsi fino alla morte in croce per portarci a casa in un abbraccio insanguinato.

Non dico che tutto ciò sia per noi senza alcuna pretesa. Ma, onestamente, l’amore autentico è sempre anche una pretesa.

 

E noi dobbiamo accettare quest’amore che sceglie, che è appassionato e premuroso, a prescindere da tutte le prestazioni, i paragoni e i bilanci dei successi conseguiti.

 

Come è scritto, nel Deuteronomio?

Il SIGNORE si è affezionato a voi e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, anzi siete meno numerosi di ogni altro popolo, ma perché il SIGNORE vi ama”.

 

Israele, allora, è grande o piccolo?

Nell’Antico Testamento, le risposte possono essere molto diverse.

Naturalmente, Israele fu sempre piccolo, in confronto ai suoi grandi vicini.

Ma comunque divenne grande in Egitto, troppo grande per il faraone. Naturalmente, fur sempre anche forte, tanto da far arretrare altri popoli.

Naturalmente, Dio aveva promesso ad Abraamo:

«Guarda il cielo e conta le stelle, se le puoi contare». E soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza»  (Gn 15, 5).

Vediamo che la grandezza e la potenza e la forza d’Israele non costituiscono mai la premessa per l’amore di Dio, ma ne sono sempre la conseguenza!

 

Grande o piccolo, importante o irrilevante:

tutto sta nell’autodefinizione.

 

La nostra comunità è piccola o grande, importante o irrilevante?

Tutto sta nell’autodefinizione.

Naturalmente, in base ai numeri siamo piccoli, in via di scomparsa. Naturalmente, il nostro influsso è molto limitato e la nostra storia è giovane. Naturalmente, siamo solo parte della CELI.

Ma siamo anche sempre importanti. Talvolta, anche in modo sproporzionatamente grande: quando i media tedeschi si interessano più a noi che a comunità molto più grandi in Germania; quando il papa ci ha fatto visita; quando veniamo presi sul serio e stimati in ambito ecumenico. [Ringrazio qui i nostri amici presenti, Padre Agostino e Matthew Lafferty per la loro fraterna fedeltà!].

Siamo stati importanti, quando qui, pur con tutti i limiti, abbiamo offerto alle persone sostegno e connessione. [Ringrazio qui tutti coloro che, in questa comunità, vi hanno contribuito; in particolare, il Consiglio e il suo Presidente].

Grande o piccolo: tutto sta nell’autodefinizione.

 

Sei grande o piccolo, importante o irrilevante, significativo o facilmente trascurabile?

Puoi domandartelo, Israele. Puoi domandartelo, Christuskirche. Puoi domandartelo, tu, che tu sia italiano o tedesco, ricco o povero, vecchio o giovane.

 

Grande o piccolo: tutto sta nell’autodefinizione.

No! Non nell’autodefinizione, ma nella definizione data da Dio..

È lui che dice a Israele quanto vale.

È lui che ti dona i momenti in cui ti senti davvero prezioso e accettato.

È lui che, alla fine, giudica la nostra vita.

 

Passare dall’autodefinizione alla definizione da parte di Dio è, in effetti, la sintesi di tutto il Vangelo.

Non far determinare dagli altri la mia vita, il mio valore, la mia grandezza o il mio umore, ma farli determinare dal Dio eterno, vivente, vero: questo è il passo nella luce.

La tua vera grandezza non la riconosci guardando al conto corrente, ma all’agire del tuo creatore.

La tua vera bellezza non la vedi guardandoti allo specchio, ma nell’aspetto impeccabile di Geù, che il creatore ti attribuirà.

Il tuo vero valore non lo riconosci guardando alle tue prestazioni, ma guardando negli occhi di Gesù Cristo, che guarda a te anche quando tu sei completamente in basso.

Dall’autodefinizione alla definizione da parte di Dio.

Questo è il passo che la dottrina luterana ha sempre posto al centro.

Questo è il passo a compiere il quale si spera che si venga sempre invitati da questo pulpito.

Questo è il passo che non porterà mai nel vuoto, ma in un futuro eterno. Tu sei mio!

Amen.

VI Domenica dopo Trinitatis – Pastore Dr. Jonas