Geremia 29,1.4-7.10-14
1 Queste sono le parole della lettera che il profeta Geremia mandò da Gerusalemme al residuo
degli anziani esiliati, ai sacerdoti, ai profeti e a tutto il popolo che Nabucodonosor aveva deportato
da Gerusalemme a Babilonia.
4 «Così parla il SIGNORE degli eserciti, Dio d’Israele, a tutti i deportati che io ho fatto condurre da
Gerusalemme a Babilonia: 5 “Costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto; 6
prendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli, date marito alle vostre figlie
perché facciano figli e figlie; moltiplicate là dove siete e non diminuite. 7 Cercate il bene della città
dove io vi ho fatti deportare e pregate il SIGNORE per essa; poiché dal bene di questa dipende il
vostro bene”.
10 Poiché così parla il SIGNORE: “Quando settant’anni saranno compiuti per Babilonia, io vi
visiterò e manderò a effetto per voi la mia buona parola facendovi tornare in questo luogo. 11 Infatti
io so i pensieri che medito per voi”, dice il SIGNORE, “pensieri di pace e non di male, per darvi un
avvenire e una speranza. 12 Voi m’invocherete, verrete a pregarmi e io vi esaudirò. 13 Voi mi
cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore; 14 io mi lascerò trovare da
voi”, dice il SIGNORE. “Vi farò tornare dalla vostra prigionia e vi raccoglierò da tutte le nazioni e
da tutti i luoghi dove vi ho cacciati”, dice il SIGNORE; “vi ricondurrò nel luogo da cui vi ho fatti
deportare”.»
Vita in terra straniera. Lasciarsi alle spalle la vecchia vita. Avviarsi verso il nuovo. Che cosa associate
a questo, care Sorelle e cari Fratelli? A che cosa pensate, caro Anton Adrian, cara Famiglia del
battezzato, ascoltando queste parole? Forse, oggi, nel giorno del suo battesimo, vi viene in mente
anzitutto la nuova vita che le sta davanti, come battezzato, accompagnato dalla sua famiglia e dalla
comunità cristiana cui adesso Lei appartiene. Il versetto battesimale che ha scelto e che le è dato come
promessa, consolazone e incoraggiamento su questo cammino nuovo è tratto dal libro di Giosuè: «Sii
forte e coraggioso, perché il SIGNORE, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai». Così parla Dio,
nella Bibbia, all’inizio del libro di Giosuè. Giosuè è il successore di Mosè. Condurrà il popolo nella
terra promessa, ne prenderà possesso e la distribuirà tra il popolo. Non è una piccolezza. Perciò a
Giosuè vengono promesse la protezione e l’assistenza di Dio, prima che traduca in pratica questo
compito. Non dovrà temere; Dio sarà con lui in tutto quello che dovrà affrontare.
Questa promessa, caro Anton Adrian, cara Famiglia del battezzato, vale anche per voi. Il battesimo è
un evento importante nella vita di ogni cristiano. Significa l’ingresso nella comunione dei credenti in
Dio e in Gesù Cristo, cui adesso Lei appartiene. Il battesimo è anche il passaggio da una vecchia fase
della vita a una nuova. Ha deciso consapevolmente di compiere questo passo e oggi, nel nostro culto,
può farne esperienza in modo intenso e attento. Questo è qualcosa di speciale perché, di solito, ad
essere battezzati sono dei bambini piccoli, per i quali questa decisione è stata presa dai genitori e che,
fin dall’inizio del loro cammino esistenziale, saranno inseriti nella comunità cristiana. Entrambe le
cose hanno ragion d’essere; entrambe le cose sono, ognuna a modo proprio, buone e sensate. Nel Suo
caso, adulto che ha deciso in piena capacità religiosa di compiere questo passo, l’atto del battesimo si
può paragonare a quello praticato nella cristianità antica. Anche allora le persone venivano battezzate
di solito da adulte, perché si convenrtivano al cristianesimo. Passavano prima per lezioni sul
battesimo, il catecumenato, e venivano accolte solennemente nella comunità, spesso durante il culto
di Pasqua.
Il significato del battesimo cristiano si esprime anche negli atti simbolici che accompagnano il
battesimo. L’acqua lava via il peccato. Nei primi tempi, ciò era reso visibile con la discesa del
battezzanto e del battezzatore dentro la vasca con l’acqua. Talvolta si può vederlo ancora ne battiseri
tardoantichi e medioevali. Si scendeva da una parte del fonte battesimale; nella vasca, il battezzando
veniva immerso tre volte e gli venivano poste le domande battesimali: “credi in Dio?”, “credi in Gesù
Cristo?”, “credi nello Spirito Santo?”. Il battezato risaliva dall’altra parte del fonte battesimale e
riceveva una veste bianca, simbolo di vita nuova e di purezza dal peccato. Nelle Chiese ortodosse
questa simbologia è rimasta fino ad oggi parte costitutiva della celebrazione del battesimo. Possiamo
associare tutto questo al battesimo anche oggi: l’ingresso in una vita nuova, sotto la protezione della
promessa di Dio di essere accanto al battezzato, di proteggerlo e di custodirlo per tutte le sue vie.
È dunque di nuovo inizio che si tratta, nel battesimo; di nuovo inizio si trattò anche per Giosuè, che
poi condusse il popolo nella terra promessa; e di nuovo inizio parla anche il nostro testo per la
predicazione, tratto dal libro di Geremia, di cui abbiamo ascoltato la lettura poco fa. Le parole di
questo testo sono dirette al popolo d’Israele in esilio a Babilonia Il popolo era in una situazione
difficile, sulle rive dei fiumi di Babilonia, e versava lacrime per la terra perduta e per il trovarsi in
terra straniera. Geremia, insieme con pochi altri, era restato a Gerusalemme. Da lì, scrive al popolo
in esilio. Li sprona a non piangersi addosso, ma a prendere la situazione per quella che è. Dovranno
inserirsi nella vita locale, costruire case, coltivare giardini, generare figli e figlie, cercare il bene della
città: in breve, dovranno affrontare la sfida posta dal trovarsi in terra straniera.
Questa, cara Comunità, cara Famiglia del battezzato, è una bella pretesa. È una bella pretesa, come il
comandamento di amare il nemico, che abbiamo trovato nella lettura del Vangelo. Anche questo
comandamento sprona a osare qualcosa di nuovo, d’inaudito. Inserirsi nella vita in terra straniera,
costruire lì case e sentircisi a casa; amare perfino i nemici: come farlo? Gli israeliti in terra di
Babilonia se lo saranno domandati. Se lo saranno domandati anche coloro cui Gesù dette il
comandamento di amare i nemici. Come dobbiamo farlo? È una cosa realistica oppure è utopia, pio
desiderio che non hanno niente a che fare con la nostra realtà?
Anche noi, oggi, possiamo porci queste domande. Ma, care Sorelle e cari Fratelli, è così: coloro che
vogliono cambiare il mondo in meglio hanno bisogno proprio di questo: di utopia, fantasia,
immaginazione riguardo a come il mondo possa diventare un luogo migliore. La visione di un mondo
migliore, in cui regnino pace e giustizia, non è una fantasticheria. È la via verso un cambiamento
delle nostre condizioni che comincia in piccole e che può operare grandi effetti. È come uno stabilir-
si in terra straniera. E per questo c’è una promessa grandiosa. Questa promessa si trova nel nostro
testo di predicazione e si adatta in modo eccellente al tuo versetto battesimale, caro Anton Adrian.
“Medito per voi”, dice il SIGNORE, “pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una
speranza”: così recita il testo per la predicazione, tratto dal libro di Geremia. E più oltre: “Vi farò
tornare dalla vostra prigionia e vi raccoglierò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho
cacciati”, dice il SIGNORE; “vi ricondurrò nel luogo da cui vi ho fatti deportare”. Dio sarà con quelli
che dimorano in terra straniera. Così come fu con Giosuè, quando dovette assumere il compito di
condurre il popolo. Così come sarà con te, Anton Adrian, che oggi hai proclamato la tua fede in Dio,
che sei stato battezzato in nome del Dio trino, che da ora in poi appartieni a lui, al Dio della pace e
della giustizia.
La vita in terra straniera, il trovare casa, la visione di un mondo in cui regnino giustizia e pace: tutto
questo ci conduce direttamente alla nostra epoca. Tra noi vivono molte persone originarie di altri
Paesi. Sono venute qui, a Roma o in altre città italiane, perché sono fuggite dalla patria nella speranza
di cominciare da noi una vita nuova, migliore, degna di essere vissuta. Vogliono trovare lavoro,
sentirsi a casa, costruitre una nuova casa per sé e le loro famiglie. Queste persone sono spesso
considerate da noi soprattutto un problema. Parole come “problema rifugiati” o addirittura “ondata
migratoria” tradiscono molto del modo in cui da noi si pensa su tale tematica. I partiti di destra
capitalizzano tenendo fisso questo tema nell’agenda politica e suggerendo che le persone che vengono
da noi da altri paesi nuocciano alle nostre società e al nostro benessere. Le prove, spesso, dicono
proprio il contrario. Non dobbiamo farci imporre questo discorso, ma dobbiamo restare oggettivi e
dire in modo chiaro dove si trovano davvero i problemi della nostra convivenza. Il fatto che persone
di altri Paesi vivano da noi, allora, si relativizza rapidamente.
La visione di un mondo in cui regnino giustizia e pace; in cui il comandamento di Gesù di amare i
nemici sia preso sul serio: questo appello, cara Comunità, tocca un mondo in cui imperversano molte
guerre. Quelle in Ucraina e nel Vicino Oriente detengono il primato dei titoli di giornale già da un bel
po’ di tempo. L’appello di Gesù tocca un mondo in cui molte persone soffrono la fame, sono
perseguitate a causa delle loro opinioni politiche, della loro religione, del colore della pelle o
dell’orientamento sessuale. Un mondo in cui crescono le tensioni nei nostri Paesi, nelle nostre città e
famiglie. Di recente, nelle città francesi si è scatenata una violenza tremenda. Anche qui in Italia ci
sono state gravi manifestazioni di malcontento. Le elezioni che ci sono state nei Länder tedeschi
hanno rafforzato partiti che rappresentano posizioni problematiche, anche disumane. Le opinioni su
come dovrebbero andare le cose tra noi e in quale tipo di società vogliamo vivere sono spesso
contrapposte in modo inconciliabile. Il tono è diventato più aspro, più spietato, più eccessivo. I media
digitali forniscono in proposito un contributo non piccolo. A maggior ragione è importante che
riflettiamo su quale debba essere il centro del nostro pensiero e della nostra azione.
Amare i nemici: al primo ascolto, suona incredibile. Ma non lo è. Non s’intende dire che,
all’improvviso, io debba sentirmi legato da intima amicizia o addirittura convivere con coloro che mi
sono lontani o che addirittura sono miei avversari. S’intende dire, invece, di rompere il circolo di
rappresaglia e controrappresaglia, fermando così il male. S’intende un atteggiamento con cui
esprimiamo l’idea che, anche se questa o quella persona mi ha fatto un torto, non lo ripago con la
stessa moneta. L’amore dei nemici vuol dire, per prima cosa e soprattutto, non dare spazio al male
nelle relazioni con le altre persone. Questo non è facile e, talvolta, costa molto autocontrollo. Ma così
io non faccio qualcosa di buono solo agli altri, ma anche a me stesso, perché crea un’atmosfera di
serenità e appagamento. Che ciò promuova il nostro benessere del corpo e dell’anima lo hanno
riscontrato, già da tempo, molti studi medici e psicologici. Perciò si può dire perfino che l’amore dei
nemici sia anche amore per se stessi. Io non chiarisco solo all’altro che non lascio spazio alla parola
cattiva, al pensiero cattivo, ma non lascio che ciò prenda il sopravvento nemmeno in me stesso. Odio
e ostilità distruggono le relazioni e la propria vita; invece, attenzione amorevole, rispetto, misericordia
rendono la vita degna di essere vissuta per me stesso e per le persone intorno a me.
L’amore dei nemici è in questo un passo importante. Può cambiare in meglio le relazioni
interpersonali e tra le comunità. Se pace e giustizia informano la nostra convivenza, il male perde
forza e importanza. Se pazienza e compassione determinano il nostro rapporto con gli altri, il mondo
diventa più luminoso, più gentile, più degno di essere vissuto.
E così i testi biblici di questa domenica – il versetto battesimale tratto da Giosuè, il testo per la
predicazione tratto da Geremia, il Vangelo tratto da Matteo, il versetto settimanale che dice di vincere
il male con il bene – ci mettono davanti agli occhi una visuale diversa, nuova, su che cosa significhi
vivere da cristiani. Questi testi mi mostrano perché vale la pena intervenire per la dignità, la pace e
un mondo favorevole alla vita. E ci mostrano anche da dove possiamo rendere la forza e la
motivazione per una tale vita. Dio ha promesso la sua assistenza a coloro che si attengono alla sua
Parola. L’ha promessa a coloro che puntano sul fatto che l’amore sia più forte dell’odio; che la giustizia
trionferà sull’ingiustizia; che il bene vincerà sul male.
Tutto questo è espresso nel versetto battesimale che tu, Anton Adrian, hai scelto per il giorno di oggi
e per il tuo cammino di vita ulteriore, nella fede cristiana. Puoi esser certo che Dio ti accompagnerà
in tutto quello che avrai di fronte. Puoi costruire sul fatto che non li lascia solo nelle ore difficili. Puoi
condurre la tua vita, sapendo di appartenere alla comunione di coloro che puntano sulla forza
trasformatrice della misericordia di Dio. Possa ciò accompagnarti da ora in poi. Possa tu sentirti
accolto nella comunità cristina. Possiamo noi tutti vivere della speranza che l’amore di Dio illumina
i nostri cuori e rende questo mondo un luogo gentile e degno di essere vissuto.
Amen.