Efesini 4,22-32 –
“Non far tramontare il sole sulla tua ira”: questa frase, cara Comunità, usciva spesso dalla
bocca di mio padre. “Non far tramontare il sole sulla tua ira”: mi trasmetteva questo concetto,
in modo amabilissimo, come una specie di sapienza di vita, corrispondente al suo essere
clementissimo. Se abbia agito proprio così nel rapporto con mia madre, non lo so; i miei
genitori non litigarono mai davanti a me e a mio fratello. “Non far tramontare il sole sulla tua
ira”: se mio padre abbia vissuto secondo questa masima, quando colleghi dell’università lo
irritarono o quando la governante, piuttosto cattiva, aveva di nuovo minacciato di licenziarsi,
non lo so. So solo che ripeteva volentieri questa frase e che quindi me l’ha inculcata. Il fatto
che sia una frase della Bibbia, tratta dal Nuovo Testamento, era chiaramente sottinteso; penso
perfino che mio padre, di tanto in quando, pronunciasse la frase nella sua redazione biblica, al
plurale invece che al singolare: “Non fate tramontare il sole sulla vostra ira”. Ma come stanno
le cose davvero con questa frase biblica? Nei versi della Bibbia, cara Comunità, che sono
entrati nel discorso generale, come appunto quelli sull’ira e il tramonto del sole, vale sempre
la pena gettare un’occhiata al contesto biblico. Che mette al riparo da fraintendimenti. E oggi
abbiamo la fortuna che la saggezza della commissione che ha scelto il testi biblici per i culti e
la predicazione della domenica ci abbia dato esattamente questo contesto sulla frase del
tramonto del sole e dell’ira come testo della predicazione della XIX Domenica dopo Trinitatis.
Leggo dunque, dalla Lettera agli Efesini, il passo che si trova al capitolo 4, versetti da 22 a
32:
22 Avete imparato per quanto concerne la vostra condotta di prima a spogliarvi del vecchio
uomo che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici; 23 a essere invece rinnovati nello
spirito della vostra mente 24 e a rivestire l’uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella
giustizia e nella santità che procedono dalla verità.
25 Perciò, bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo, perché siamo membra
gli uni degli altri. 26 Adiratevi e non peccate; il sole non tramonti sopra la vostra ira 27 e
non fate posto al diavolo. 28 Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare
onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno.
29 Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che
edifichi secondo il bisogno, ditela, affinché conferisca grazia a chi l’ascolta. 30 Non
rattristate lo Spirito Santo di Dio con il quale siete stati suggellati per il giorno della
redenzione. 31 Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e parola offensiva con
ogni sorta di cattiveria! 32 Siate invece benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri,
perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo.
Ora, cara Comunità, poiché conosciamo il contesto della frase sul tramonto del sole e l’ira, è
chiaro che il tono benevolo di mio padre si accordava perfettamente a questo versetto. Perché
qui si parla alle persone in modo sorprendentemente gentile. Non ci sono minacce né invettive
né rampogne. Qui si parla alle persone, evidentemente, che hanno già mentito una volta. Non
è una catastrofe; ma, per favore, in futuro dite la verità. Qui ci sono persone travolte dall’ira;
anche questo non è un disastro, ma, per favore, entro stasera vedete di tornare con i piedi per
terra. Qui ci sono addirittura persone che hanno rubato. Nemmeno loro vengono condannate,
ma vengono istruite, in futuro, a vivere del frutto del lavoro delle proprie mani. Questo testo
mi torna in mente ogni volta che ascolto questi versi, molto improntati alla cura d’anime: non
è stato bene quel che ti è capitato: menzogna, ira, furto. Ma puoi ricominciare in modo nuovo.
Hai perfino una vera e propria proroga, fino a stasera, per abbadonare l’ira e tornare coi piedi
per terra. Fallo, di tornare coi piedi per terra, entro il momento in cui il sole affonda nel mare
e non appallottolarti come un riccio dentro la tua cattiveria; non permettere a te stesso di
continuare a mentire, ad essere adirato e ad appropriarti di beni altrui.
Fin qui, bene. Ma il nostro testo contiene ancor più sapienza di vita, cara Comunità, di quella
espressa dalle frasi che abbiamo testé trattato. L’allievo dell’apostolo Paolo che, nello Spirito,
molti secoli fa indirizzò queste frasi alla comunità cristiana della città portuale di Efeso,
conosceva un consiglio piuttosto saggio su come evitare comportamente negativi come l’ira
che dura per giorni, la menzogna costante e il continuare a rubare. Il suo consiglio era tanto
semplice quanto sagace: è la lingua a fare la differenza! Chi bada al proprio modo di parlare
non vive per niente nella sfera in cui possiamo commettere ira, menzogna e furto e in cui,
infine, si annidano i nostri comportamenti. Se noi, cara Comunità, badiamo al modo in cui
parliamo, abbiamo sempre presente che è meglio restare calmi, dire la verità e prestare
attenzione ai beni altrui. Nella lettera è scritto: “Nessuna cattiva parola esca dalla vostra
bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela, affinché
conferisca grazia a chi l’ascolta. […] Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e
parola offensiva con ogni sorta di cattiveria!”.
Chi grida volentieri contro gli altri ha difficoltà ad uscire dalla propria ira. Chi guarda agli
altri con amarezza e cruccio, racconta volentieri a se stesso menzogne sulla vita. Chi sparla in
danno degli altri non li prende davvero sul serio e non presta attenzione a ciò che è importante
e per loro e che gli appartiene. Questo parlare “deragliato” è detto, dall’autore del nostro testo
di predicazione, “cattivo” perché questo modo di parlare (“parola cattiva”) fa guastare tutto: il
buon comportamento diventa un comportamento cattivo, guasto; la calma diventa ira; la
verità, menzogna; l’onestà, furto. Alla fine, tutto è guasto, tutto è marcio.
Parole sagge, quelle che ascoltiamo oggi dalla lettura del testo di predicazione. Parole
sensibili, quelle che si possono leggere nell’epistola agli Efesini, cara Comunità. Ma,
purtroppo, devo riconoscere, onestamente, che talvolta è dannatamente difficile restare nella
verità. Talvolta è dannatamente difficile restare calmi. E talvolta è dannatamente difficile
tenere le dita lontane da ciò che, in effetti, non mi appartiene. Esplicito ciò, adesso, non con la
mia vita, perché presumo che le cose non vadano così solo per me. Vivere così, secondo
quanto intende la lettera agli Efesini, talvolta davvero non è semplicissimo. In battito di ciglia,
il sole è già tramontato sulla mia ira. E ho sparlato di un’altra persona. Perché è così
gloriosamente stupida, così terribilmente maldestra, che sparlarne è un vero piacere e tutti gli
altri intorno a me fanno lo stesso. Si partecipa volentieri a questo. Oppure, ero amareggiato e
furioso per quel che mi era accaduto ingiustamente a causa di qualche imbecille. In questi casi
è difficile restare di animo lieto.
E io sono così, cara Comunità, almeno di tanto in quando; così siamo noi, almeno di tanto in
quando. E qui l’epistola agli Efesini, questa mattina, ci sprona a rinnovarci nello spirito e nella
mente e pensa che si possano indossare un comportamento migliore, un modo di parlare
migliore, una calma, una veridicità, un’onestà migliori, come fossero un vestito: “rinnovati
nello spirito della vostra mente” rivestitevi dell’“uomo nuovo che è creato a immagine di Dio
nella giustizia e nella santità”. Ma si possono davvero deporre menzogna, ira e disonestà,
l’intero comportamento marcio, lo sparlare a braccio, come fossero un paio di calzoni sporchi
o come delle calze puzzolenti? Si può indossare un comportamento migliore e un modo di
parlare più consono, come se fossero calze fresche di bucato e calzoni puliti? Dov’è l’armadio
in cui si trova tutto, fresco di bucato e stirato? Per esempio a casa mia?
Le risposte a queste domande angosciose, cara Comunità, le risposte alle domande angosciose
che tutti noi abbiamo, si trovano alla fine del nostro testo di predicazione, tratto dall’epistola
agli Efesini: “Siate invece benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a
vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo.” Vuol dire che se siamo grati perché Dio,
per sola grazia, perdona in Gesù Cristo tutta la nostra colpa, allora possiamo anche noi
perdonare, amorevolmene e di cuore, affogare l’ira montante in questa amorevolezza,
possiamo non mentire in faccia a qualcuno, perché Dio l’ha perdonato al pari di noi, possiamo
non derubare nessuno che è, al pari di noi, figlio di questo Dio così infinitamente generoso.
Chi è grato a Dio è gentile e cordiale. Parla in modo gentile e cordiale, non con odio, volgarità
e scorrettezza. Chi sa di dovere la propria vita a Dio non toglie qualcosa a qualcuno senza
averne diritto, ma dona volentieri qualcosa all’altro, così come egli stesso è stato destinatario
di doni: in modo immotivato, per pura grazia.
Così è scritto, inoltre, non solo nell’epistola agli Efesini e nel Nuovo Testamento; prima,
abbiamo ascoltato il passo dall’Antico Testamento, tratto dalla Bibbia ebraica, in cui Dio
promette a Mosè di vincere l’ostinazione, il “collo duro” del popolo mediante le grandi opere
fatte al popolo d’Israele, che quasi automaticamente portano alla gratitudine, a parlare con
gratitudine, ad azioni animate dalla gratitudine e quasi in automatico alla gentilezza e alla
cordialità. Pregare aiuta a ringraziare. Di siffatte azioni miracolose parla anche il Vangelo di
questa domenica, di cui abbiamo ascoltato la lettura poco fa. Ma non solo le persone di allora,
tanto, tanto tempo fa poterono essere grate; anche noi, oggi, possiamo essere grati per le
azioni miracolose di Dio: per qualche giorno meraviglioso a Roma, per esempio, posso essere
sempre grato e, presumo, lo siano anche molti tra noi. Oppure, si può essere grati per poter
vivere in questa splendida città per un tempo più lungo, come pure fanno altri tra noi, che
sono membri di questa comunità e non sono solo ospiti. L’armadio con la roba fresca di
bucato, stirata, però, è davvero a casa nostra, nella casa di ognuno di noi, uomo o donna.
Intendo riferirmi alla Bibbia, all’innario: leggere testi biblici aiuta a vivere grati, nella
gentilezza e nella cordialità. Cantare gli inni dell’innario aiuta a ringraziare, a parlare con
gentilezza e cordialità e a vivere grati. Gli inni di Paul Gerhardt, cara Comunità, trovo che
siano particolarmente adatti a questa bisogna e pertanto oggi cantiamo il suo inno “Io canto a
te con voce e cuor”; in via eccezionale, cantiamo tutte le strofe dell’innario. Ben diciotto.
Molti sanno, presumo, che quest’anno commemoriamo il 350° anniversario della morte di
Paul Gerhardt; i suoi testi suonano sempre molto freschi e ci parlano in modo immediato. “Ich
singe dir mit Herz und Mund” [“Io canto a te con voce e cuor”] fu composto nel 1653, quando
Gerhardt era prevosto in un piccolo borgo agricolo a sud di Berlino. Uno comincia (“io
canto”): uno, la voce solista, il poeta o chiunque sia coinvolge presto gli altri “da ciò prima e
poi ne viene scorrendo molta salvezza e bene”. E poi quell’uno mostra a noi tutti i grandi
miracoli: il bel firmamento, la rugiada e la pioggia per i campi, il frutto del raccolto adesso,
Ringraziamento per il Raccolto: “Ah, Signore, questo viene da te”. Così tutti insieme
giungiamo a ringraziare. Con cuori, bocca e mani.
Ora, non devo tenere una predica sull’inno, commentando ogni strofa di Gerhardt. L’inno
parla da sé. L’ho inserito nella liturgia del servizio divino solo perché ci fornisce un buon
aiuto per ascoltare non solo il testo per la predicazione, tratto da Efesini, ma anche a viverlo.
Rivestirsi dell’uomo nuovo, che non fa tramontare il sole sull’ira, proprio così come
raccomandava di fare mio padre; una persona che si rapporta agli altri con gentilezza e
cordialità, senza rancore, senza ira, grata di cuore per i grandi miracoli della variopinta grazia
di Dio. Sempre, di continuo in modo nuovo. Ora. E finché il sole non tramonterà di nuovo.
Amen.