XII Domenica dopo Trinitatis – Prof. Dr. Jens Schröter

I Corinzi 3, 9–17

Il testo della domenica odierna si trova, cara Comunità, nella I lettera ai Corinzi, al capitolo 3. Paolo
scrive:
9 Noi siamo infatti collaboratori di Dio, voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio. 10 Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come esperto architetto, ho posto il fondamento; un altro vi costruisce sopra. Ma ciascuno badi a come vi costruisce sopra; 11 poiché nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù. 12 Ora, se uno costruisce su questo fondamento con oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia, 13 l’opera di ognuno sarà messa in luce; perché il giorno di Cristo la renderà visibile; poiché quel giorno apparirà come un fuoco; e il fuoco proverà quale sia l’opera di ciascuno. 14 Se l’opera che uno ha costruita sul fondamento rimane, egli ne riceverà ricompensa; 15 se l’opera sua sarà arsa, egli ne avrà il danno; ma egli stesso sarà salvo; però come
attraverso il fuoco. 16 Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? 17 Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.

Cara Comunità, che cosa occorre per costruire una comunità? I cristiani luterani di Roma si posero questa domanda oltre 100 anni fa; non pensavano a un’area edificabile, a un architetto e a materiale edilizio per costruire un grande edificio. Tutto questo venne dopo. I cristiani protestanti di Roma pensarono su scala molto più piccola. Per loro, ad essere importante era, soprattutto, riunirsi per celebrare il loro culto; era poter celebrare secondo la loro liturgia. Era lodare e glorificare Dio; poter esprimere la loro fede luterana in mezzo alla fede cattolica romana, nel cuore di Roma, che allora era governata dal papa. Le condizioni esterne erano molto modeste. Non c’era alcuna chiesa evangelica, né poteva esserci. Dovette nascere, anzitutto, una comunità evangelica. L’iniziativa fu presa da alcuni cristiani luterani impegnati, tra cui in particolare il Legato prussiano; grazie a loro, si arrivò alla nascita di una comunità evangelica, di quella comunità che, adesso, è formata da noi. Comunità i cui inizi furono nei culti tenuti nel salotto del Legato prussiano, al Teatro di Marcello, prima che fosse costruita una piccola cappella sul Campidoglio. Alla costruzione della Christuskirche, in cui oggi celebriamo il culto, si arrivò molto più tardi.
Probabilmente, conoscete la storia, ragguardevole sotto molti aspetti, della comunità evangelica luterana di Roma. Illustra in modo molto convincente il testo per la predicazione odierna. Che cosa occorre per costuire una comunità? Non occorre anzitutto un edificio di culto; non occorrono anzitutto strutture organizzative, uffici e ogni genere di commissioni per essere una comunità cristiana. Tutto questo può diventare importante e sappiamo, grazie alla storia delle Chiese cristiane di ogni confessione che, di norma, ad un certo punto si arriva a formare tali strutture. Ad un certo punto si costruiscono edifici: all’inizio, di solito chiese molto semplici; poi, cattedrali sempre più splendide. Ad un certo punto, ci sono uffici; all’inizio, solo quelli che riguardano compiti semplici nella comunità; più in là, anche quelli che servono alla rappresentanza e alla dirigenza. Le strutture si fanno più complesse; gli uffici si moltiplicano; la Chiesa diventa un’istituzione grande, talvolta imperscrutabile. Nel caso di istituzioni che diventano sempre più grandi, ciò è pressoché inevitabile e, di per sé, non è un aspetto problematico o da criticare. Se la Chiesa entra, in modo sempre più forte, negli ambiti della vita sociale, le occorrono allora anche strutture adeguate. Talvolta, però, ci sono situazioni in cui dobbiamo domandarci quale sia il nucleo della Chiesa, della comunità cristiana.
Guardando al nostro testo per la predicazione, salta agli occhi che Paolo, in questo passo, parla di “costruzione” della comunità, del suo “fondamento” e del suo “architetto” in modo molto specifico. La “costruzione” è immagine della fondazione, dell’edificazione della comunità, non di un edificio di pietra o di legno. La costruzione dell’edificio di una chiesa non è stata effettuata né a Corinto né altrove né da Paolo né da altri, nel primo periodo del cristianesimo. Non ci si poteva pensare neanche lontanamente, perché all’epoca i cristiani erano piccoli gruppi che dovevano trovarsi il loro posto in mezzo a una società non cristiana. Nessuno, allora, pensava a edifici e a complesse strutture organizzative. Tutto questo venne dopo. La “costruzione” di cui parla Paolo è, invece, la comunità stessa. La “Chiesa”, qui, è dunque anzitutto e soprattutto la “comunità”. E infine è per tale motivo che Martin Lutero, nella sua traduzione del Nuovo Testamento, evitò coerentemente la parola “Chiesa”. Invece, ha sempre usato la parola “comunità”. Con ciò volle esprimere l’idea che preme a Paolo nel nostro testo di oggi: “Chiesa” è soprattutto la comunità riunita per celebrare il culto, per proclamare la fede, per pregare e celebrare la Santa Cena. Edifici, istituzioni e uffici sono invece, alla lettera, “secondari”. Devono essere al servizio del Vangelo, ma non possono prenderne il posto.
L’immagine della “costruzione” della comunità viene ulteriormente sviluppata, nel nostro testo. Paolo si definisce “architetto”. In quanto apostolo di Gesù Cristo, ha fatto nascere la comunità per incarico di Dio. Paolo non fu un dirigente della comunità, né fu un vescovo o un altro tipo di dignitario. Fu, come apostolo, in cammino e fondò comunità, tra cui anche quella di Corinto. Agì come un architetto che, di norma, non abita nelle case che progetta, ma che passa di progetto in progetto. Non è un caso, pertanto, che nel nostro testo si dica che un altro costruisce sul fondamento posto da Paolo. Con ciò s’intendono gli altri che, a Corinto, hanno “continuato a costruire”, rafforzando e rinsaldando la comunità. Ancor più importante è che Paolo relativizzi subito l’azione propria e altrui: essi sono gli operai della costruzione di Dio. Paolo stesso operò, per grazia di Dio, a Corinto e il fondamento che pose non fu altri che Gesù Cristo stesso. Per farlo non gli occorsero né pietre né cemento; nemmeno Paolo stesso, in quanto fondatore, costituì il fondamento della comunità. Come ogni altra comunità cristiana, compresa la nostra comunità di Roma, la comunità di Corinto è fondata su null’altro che sulla fede in Gesù Cristo. Che così è, dobbiamo esserne consapevoli sempre, come comunità cristiana. La Chiesa cristiana ha bisogno di tempi di riflessione sul proprio fondamento, su ciò che è irrinunciabile e su ciò cui, eventualmente, si può rinunciare. Tale questione si pone con particolare urgenza, nella nostra situazione attuale. Come comunità evangelica luterana a Roma, non ne siamo forse interessati direttamente, ma in modo indiretto, sì. Nelle Chiese regionali evangeliche tedesche, la questione delle strutture ecclesiastiche è, invece, oggetto di intensa discussione. Discussione diventata necessaria a causa dei numeri decrescenti dei membri delle Chiese, che hanno come conseguenza minori entrate e che quindi pongono la questione ineludibile di come adattare le strutture, costruite in molti anni, alle nuove condizioni. Meno denaro e meno membri di Chiesa rendono ineludibile meditare in modo nuovo su che cosa sia la Chiesa e su come debba apparire. Quali edifici, quali funzioni, quali attività devono restare? Quali possono essere dismesse?
Naturalmente, un tale processo è tutt’altro che semplice. Devono essere prese decisioni dolorose, che quelli che dovranno prenderle e attuarle si risparmierebbero volentieri. Ma, talvolta, non si può fare altrimenti. In modo indiretto, ne siamo interessati anche noi, qui, come comunità, perché tale situazione è indizio di un cambiamento di ampia portata, che non è assolutamente limitato alle Chiese regionali evangeliche tedesche. In molti Paesi europei, la situazione delle Chiese, tanto cattoliche quanto evangeliche, non è diversa. I motivi di ciò sono molteplici e possono essere considerati in modo differente. Ma è importante che noi, in una situazione siffatta, ci domandiamo: qual è il nucleo della Chiesa cristiana? Di che cosa vive? Qual è il suo segno distintivo inconfondibile che la differenzia da tutte le altre istituzioni e organizzazioni? Farlo è necessario anche solo perché la Chiesa, nel corso della sua storia, è cresciuta, diventando in grado di assumersi compiti che sono caratteristi della sua presenza nella società e che sono certamente importanti, ma riguardo ai quali ci si può domande se e fino a che punto facciano parte del nucleo della fede e vita cristiane. In alcune Chiese regionali si discute su quante comunità ci saranno in futuro, se cioè il numero attuale possa o addirittura debba essere ridotto accorpando comunità in complessi più grandi.
Tutto questo ha a che fare col nostro testo di predicazione perché l’immagine della costruzione della comunità, che Paolo ci mette davanti, si occupa proprio di ciò: qual è il fondamento della comunità? Di che cosa vive, a prescindere da come appaiano le condizioni esterne? Qui a Roma e anche in altre comunità evangeliche in Italia questa domanda si pone in modo forse un po’ diverso, ma non del tutto diverso. Si pone come questione di come la professione di fede evangelica possa apparire in una città, in un Paese di prevalente impronta cattolica, ma in cui il ruolo delle Chiese cristiane e della fede cristiana pure regredisce nella società. Come affrontiamo questa situazione? Come descriviamo il nucleo della nostra fede? Che cosa riteniamo essere il fondamento su cui è costruita la nostra comunità, la nostra Chiesa, la nostra fede?
“Nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù”: così è scritto nella frase che costituisce il nucleo del nostro testo di predicazione. Gesù Cristo è il fondamento: è un’immagine importante e consolante di ciò su cui possiamo puntellarci in ogni nostro agire. Tutto ciò che facciamo nella nostra Chiesa è lavoro che si basa e si riferisce a questo fondamento. Edifichiamo comunità su questo fondamento; facciamo valere la nostra fede, su questo fondamento; diamo forma alla nostra vita in base a questo fondamento.
Al tempo stesso, è vero anche questo: tutto ciò che facciamo in nome della nostra fede, in nome della Chiesa di Gesù Cristo deve rispondere di come corrisponda a tale fondamento. Nel nostro agire, esprimendo concretamente la fede in Gesù Cristo, consolando gli altri, essendo una benedizione per questo mondo. È su questo che si misura ciò che in noi ha costrutto e ciò che passerà. Paolo lo descrive con l’immagine del giudizio ultimo, in cui si vedrà che cosa resterà e che cosa sarà consumato dal fuoco. L’immagine dice: tutto ciò che facciamo è inserito nel grande contesto del piano di Dio per questo mondo. Non è indifferente, ciò per cui ci impegniamo, quale meta perseguiamo nella vita, su quale fondamento edifichiamo la nostra vita. Che ciò non riesca sempre e che dobbiamo mettere in conto anche dei rovesci era cosa che non era chiara a nessuno più che a Paolo stesso. Non fu assolutamente un apostolo e fondatore di comunità che ebbe sempre successo. Anch’egli fallì nel tentativo di fondare una comunità. Non sappiamo neanche se riuscisse davvero convincere, con le sue lettere, le comunità da lui fondate. Paolo conosceva i problemi dell’edificazione di una comunità come nessun altro. Quando, nella lettera ai Corinzi, indica Gesù Cristo come fondamento di ogni comunità cristiana, dobbiamo perciò presumere che sapesse di che cosa scriveva. E inoltre dobbiamo considerare indicazione irrinunciabile e fondante in senso stretto, per la nostra situazione di Chiesa di Gesù Cristo, oggi, ciò su cui anche noi possiamo puntellarci, con tutti i nostri sforzi, per dare voce e far ascoltare la nostra fede nella quotidianità del mondo.
Alla fine del nostro testo di predicazione, Paolo riassume in modo forte ciò di cui vuole convincere, con la sua lettera, la comunità di Corinto. “Siete il tempio di Dio”, dice, “lo Spirito di Dio abita in voi”. Paolo scrive questo a persone che abitavano in una città piena di templi e di statue di dei. A Corinto, come in altre città antiche, essi erano presenza costante: al mercato, nelle strade principali, di continuo vi venivano offerti sacrifici e invocati gli dei. Qui a Roma ci si può fare un’idea della presenza di divinità greche e romane nel Foro Romano e negli adiacenti Fori Imperiali, nel cuore di una città antica. In tempi posteriori, qui a Roma al loro posto comparvero innumerevoli chiese. “Siete il tempio di Dio”: questo distoglie lo sguardo dagli edifici e lo dirige verso noi stessi, verso i credenti in Gesù Cristo. Siamo noi ad essere responsabili di che cosa significhi la fede cristiana nel mondo e di che cosa operi per il mondo. Lo Spirito Santo di Dio abita in noi, non in edifici di templi e nemmeno tra le mura delle chiese. E così il testo della predicazione di questa domenica ci dice, in ultima analisi, che viviamo della forza di Dio e della sua grazia e che possiamo operare nel mondo. Il suo Spirito Santo, che riceviamo nel battesimo, ci rende capaci di operare in questo modo e per questo mondo, pieni di fiducia e speranza. La nostra comunità, tutte le comunità cristiane, le Chiese cristiane di ogni confessione si fondano su questa promessa. Essa ci rende certi che Dio sostiene i suoi, anche in tempi in cui si prospettano cambiamenti e la Chiesa cristiana deve riorganizzarsi in modo nuovo.
Amen.

Letture >

I lettura: Isaia 29, 17-24
17 Ancora un brevissimo tempo e il Libano sarà mutato in un frutteto, e il frutteto sarà considerato come una foresta.
18 In quel giorno i sordi udranno le parole del libro e, liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno; 19 gli umili avranno abbondanza di gioia nel SIGNORE e i più poveri tra gli uomini esulteranno nel Santo d’Israele; 20 poiché il violento sarà scomparso, il beffardo non sarà più e saranno distrutti tutti quelli che vegliano per commettere iniquità, 21 che condannano un uomo per una parola, che tendono tranelli a chi difende le cause alla porta e violano il diritto del giusto per un nulla.
22 Perciò così dice il SIGNORE alla casa di Giacobbe, il SIGNORE che riscattò Abraamo: «Giacobbe non avrà più da vergognarsi e la sua faccia non impallidirà più. 23 Poiché, quando i suoi figli vedranno in mezzo a loro l’opera delle mie mani, santificheranno il mio nome, santificheranno il Santo di Giacobbe e temeranno grandemente il Dio d’Israele; 24 i traviati di spirito impareranno la saggezza e i mormoratori accetteranno l’istruzione».

II lettura: Marco 7, 31-37

31 Gesù partì di nuovo dalla regione di Tiro e, passando per Sidone, tornò verso il mare di Galilea attraversando il territorio della Decapoli. 32 Condussero da lui un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani. 33 Egli lo condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34 poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: «Effatà!», che vuol dire: «Apriti!» 35 E subito gli si aprirono gli orecchi, gli si sciolse la lingua e parlava bene. 36 Gesù ordinò loro di non parlarne a nessuno; ma più lo vietava loro e più lo divulgavano; 37 ed erano pieni di stupore e dicevano: «Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire e i muti li fa parlare».

 

Documento allegatoPredica_23_08_202686,4 KB
Scarica PDF