Isaia 40, 26-31
26 Levate gli occhi in alto e guardate: chi ha creato queste cose? Egli le fa uscire e conta il loro esercito,
le chiama tutte per nome; per la grandezza del suo potere e per la potenza della sua forza, non ne manca
una.
27 Perché dici tu, Giacobbe, e perché parli così, Israele: «La mia via è occulta al SIGNORE e al mio
diritto non bada il mio Dio»?
28 Non lo sai tu? Non l’hai mai udito? Il SIGNORE è Dio eterno, il creatore degli estremi confini della
terra; egli non si affatica e non si stanca; la sua intelligenza è imperscrutabile.
29 Egli dà forza allo stanco e accresce il vigore a colui che è spossato.
30 I giovani si affaticano e si stancano; i più forti vacillano e cadono; 31 ma quelli che sperano nel
SIGNORE acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e
non si affaticano.
Cara Comunità!
Spero che oggi siate tutti ben desti e non “stanchi e spossati”, perché questo passo biblico costituirà un
bell’impegno. Pone una sfida teologica: non per le parole d’Isaia in sé e per sé, ma per l’orientamento alla
Pasqua! Siamo ancora nella settimana di Pasqua. Siamo ancora nel periodo pasquale e abbiamo ancora
davanti agli occhi della mente, si spera, la Resurrezione di Gesù. Ed ora questa sfida: la Resurrezione di
Gesù nell’Antico Testamento. Questo apre subito diverse questioni teologiche.
Come si combinano Resurrezione di Gesù e Antico Testamento; come metterle in rapporto tra loro: non è
così facile.
Lo vediamo già da quanto sia sempre stato difficile, per la Chiesa, trovare le letture veterotestamentarie
appropriate per i culti di pasqua. Non è così semplice. Per Natale, come tutti sapete, questo è molto più
facile. Per la nascita del Redentore ci sono diversi bei passi dei profeti che risultano adeguati, anche di
Isaia: “il popolo che cammina nelle tenebre… spunterà un germoglio dal ceppo di Jesse… una vergine
resterà incinta e partorià un figlio”.
Perfino per il Venerdì Santo è più facile: “in verità, portò la nostra malattia e si caricò dei nostri dolori…”.
Suppongo che avreste trovato voi stessi questi annunci dell’Antico Testamento, se vi avessi interpellati.
Ma per Pasqua? Per la Resurrezione di Gesù? Bisogna scavare più a fondo. E allora si trovano solo
accenni tenuissimi (magari il segno di Giona, che fu per tre giorni dentro un grosso pesce; oppure il
cantico travolgente di Anna, madre di Samuele).
Motivo sufficiente, per alcuni teologi, per dire che l’Antico Testamento, in origine, non conosceva la
resurrezione, che sarebbe un’idea sviluppatasi nel corso del tempo. Ritengo che ciò sia sbagliato; ma c’è
un aspetto vero, in quest’osservazione:
la Resurrezione di Gesù è talmente rivoluzionaria, inaspettata, nuova, che perfino i testimoni biblici,
all’inizio, ammutoliscono. Presumo che nessuno dei profeti dell’Antico Testamento si sarebbe mai
immaginato questa grossa svolta storica. Qui è applicato quel che è scritto (in Isaia, ripreso da Paolo [Is
64, 4; I Cor 2, 9]): «Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì […] sono quelle che Dio ha
preparate».
E qui vediamo che la missione di Gesù travalica ampiamente tutto ciò che Dio ha fatto prima e chiarisce
perché abbiamo un Nuovo Testamento: non perché sia contrapposto all’Antico Testamento; non perché
non ci sia continuità, ma perché, nel senso pieno del termine, è inaudito ciò che avviene nella persona di
Gesù.
Tutto ciò che Israele aveva vissuto e creduto, qui non solo è proseguito e adempiuto, ma è sopravanzato
largamente.
Continuità e rivoluzione allo stesso tempo. Questa è la tensione che sussiste tra Israele e noi credenti in
Cristo. Parentela e distinzione. Comunanza ma anche differenza.
È su questa linea sottile, sensibile (che tanto spesso, nella Storia, è stata varcata in modo stolido e
violento) che dobbiamo camminare; e su questa linea dobbiamo muoverci anche noi, interpretando, oggi,
nella settimana di Pasqua, le parole di Isaia.
Esse non sono né una semplice profezia della Resurrezione di Gesù né una generica trattazione della
speranza che potrebbe farcela anche senza il Risorto.
Le meravigliose parole d’Isaia, però, ci mettono in mano meravigliose coordinate, nel cui quadro noi
possiamo pensare e vivere la resurrezione: la Resurrezione di Gesù e la nostra resurrezione!
I Dio può tutto
“Levate gli occhi in alto e guardate: chi ha creato queste cose? Egli le fa uscire e conta il loro esercito, le
chiama tutte per nome; per la grandezza del suo potere e per la potenza della sua forza, non ne manca
una.”
Il Signore, Dio eterno, che ha creato le estremità della Terra, è imperscrutabile.
Dio è il creatore dell’universo. Ha stabilito le leggi naturali. Ha posto le regole. Tutto ciò che accade è
nelle sue mani: anche ciò che non possiamo immaginare.
“Non riesco ad immaginare la resurrezione di Gesù”; “non riesco a immaginare una vita dopo la morte”:
quanto spesso abbiamo sentito frasi simili.
Con Isaia, potremmo obiettare:
“Non lo sai? Non l’hai udito?”
Il Signore, Dio eterno, che ha creato le estremità della Terra, è imperscrutabile.
Come potrebbe essere vincolato a qualsiasi limite colui che è il fondamento di tutto?
Come potrebbe fallire a caus di un sepolcro chiuso, colui che chiama gli astri del cielo per metterli ai loro
posti?
Come potrebbe negare la vita al proprio Figlio unigenito, colui che è la vita in persona?
Come potrebbe non volerci eternamente con sé, colui che ci ha creati per amore e che ci ha redenti a caro
prezzo?
Care Sorelle e cari Fratelli,
Non ci sono divieti di pensiero per il bene e per la salvezza.
Situazioni senza prospettive, malattie oncologiche gravi, profondi stati depressivi:
non ci sono divieti di pensiero per una svolta salutare, per l’intervento prodigioso di Dio, per l’aiuto
inaspettato.
Non ci sono divieti di pensiero riguardo alla situazione tesa e bloccata del nostro mondo. Non ci sono
riguardo allo sviluppo negativo del clima. Non ci sono riguardo alla situazione economica in questo
Paese.
Il Signore, Dio eterno che ha creato le estremità della Terra, può dare una svolta a tutto.
Chi parte dal presupposto di Dio creatore dell’universo e della propria vita, può accettare la Resurrezione
di Gesù, con stupore e, magari esitando un po’, accettando così l’intervento inaudito di Dio nel corso delle
cose.
Questo non è un invito a lasciar cadere le mani in grembo e a rinunciare ad ogni azione razionale. Siamo
già chiamati in causa con i nostri doni. Ma non possiamo escludere a priori la possibilità del bene
inaspettato.
Mi sembra che, spesso, sul nostro Paese e sulla nostra Chiesa si sia depositato uno strato di polvere
pessimistica. Si va solo giù per la china. Può darsi che i numeri siano brutti, ma abbiamo un Dio con
possiamo possiamo fare i conti.
Questa stanchezza plumbea, che attualmente vediamo ovunque, ci conduce al secondo punto.
II Gli esseri umani sono deboli
Isaia dà di noi esseri umani, e soprattutto degli uomini, una testimonianza molto disincantata:
i giovani si affaticano e si stancano; gli uomini vacillano e cadono.
E se c’è un aspetto che delle nostre parole di oggi, tratte dal libro d’Isaia, che si addice alle cronache
neotestamentarie della Pasqua, allora è questo: gli uomini costituiscono la grande delusione. In occasione
dell’arresto di Gesù, scappano; mentono alla domanda seria; sono assenti sotto la Croce; a Pasqua si
rintanano al chiuso; e perfino quando sentono parlare della Resurrezione dubitano, come Tommaso.
Le donne restano sotto la Croce. Le donne, per un misto di amore e tradizione, la mattina vanno al
sepolcro. Le donne trasmettono la notizia della Resurrezione.
Ma quelli che davanti a Gesù si erano espressi con toni reboanti, all’improvviso si erano dileguati.
Sì, i discepoli si erano affaticati e stancati e gli uomini vacillano e cadono.
Quelli che si presume che siano forti fanno presto ad arrivare ai loro limiti. Quelli che, nel mondo, danno
il “la”, diventano quelli che parlano a bassissima voce.
Pensiamo sempre che essere forti sia in relazione con la propria forza.
Israele, come molti popoli, dovette vedere come gli uomini giovani, mandati in guerra in età da portare le
armi, si stancassero e crollassero. Sì, perfino gli uomini giovani, all’apice della forza fisica, non sono
adatti come esempio della fede.
Non sono né l’età giovane né la nostra intelligenza a salvarci.
È Dio.
Egli dà forza a quelli che sono stanchi e vigore a quelli che non ne hanno.
E se possiamo imparare qualcosa da queste cronache di Pasqua, contenute nei Vangeli, cronache poco
gloriose, è che non furono i discepoli stessi a rimettersi in sesto. Non furono i discepoli a prendere di
nuovo in mano le loro vite. Non furono i discepoli a venire, in qualche modo, a pensare di raccontarsi,
abbellendola, la morte di Gesù e a cambiarne, in qualche modo, l’interpretazione.
Fu il Risorto stesso a rimettere in piedi gli uomini, completamente stremati e paralizzati, perché ristabilì
per loro ciò che costituisce la nostra vita: senso e relazione.
Isaia ha ragione: Egli dà forza allo stanco e accresce il vigore a colui che è spossato. Non è lo Stato, non è
la propria salute, non è la sicurezza finanziaria, non siamo noi stessi. Come Pietro, noi dobbiamo
riconoscere, un po’ spaventati: egli è il Signore!
III Diio vince la nostra stanchezza
Ecco il mio ultimo paragrafo:
il Signore non vince solo la morte, ma anche la nostra stanchezza.
Come lo fa?
Ci fa la ramanzina? Ci sprona? Ci fa sentire il fiato sul collo?
Le cronache della Pasqua ci testimoniano, in modo meraviglioso, che non è tutto questo.
Gesù, come abbiamo ascoltato oggi, non infrange con la forza, dall’esterno, la porta dietro la quale si sono
asserragliati i discepoli. Vede le porte chiuse e non ha bisogno di ricorrere alla violenza. In quanto Figlio
di Dio, Risorto, può attraversare i muri. Compare al centro senza violenza.
È questo ciò di cui abbiamo bisogno! Non di più violenza, non di più minacce, non di più paternalismo,
ma di uno che, per amore, riesca a venire in mezzo a noi, nel nostro cuore, e a travolgerci col suo amore.
All’inizio del cammino di Gesù, in questa festa di Pasqua, nel Vangelo di Giovanni è scritto: “amò suoi
sino alla fine” (Gv 13, 1).
È questo, ciò di cui abbiamo bisogno. È questo ciò che vince la paura. Queste sono le uniche cose che
vincono la paura: attenzione amorevole, apprezzamento e comunione.
Gesù viene come colui che conosce la sofferenza perché egli stesso l’ha patita. E viene dalla paura,
dall’abbandono e compare in mezzo a noi dicendo “la pace sia con voi”.
Shalom è detto in origine; e shalom è il contrario della paura: è sicurezza, essere salvi, pervenuti alla
quiete, essere in armonia e poter essere rilassati: rilassati non nel senso di trascurati, ma nel senso di
accolti e protetti.
È soltanto la presenza di Gesù a trasformare tutto. È soltanto la sua natura, la sua opera, la sua parola; ed
viene la pace.
Ma, attenzione: pace, non quiete cimiteriale!
Alla morte si potrebbe reagire con un “riposa in pace” o con una formula di congedo come “va’ in pace”:
l’acettazione quieta di una realtà contro cui non si può nulla.
La maggior parte delle persone immagina la morte come un sonno eterno.
Ma chi immagina la morte come un sonno la sminuisce!
Chi pensa che sia bene, alla fine, chiudere gli occhi e cadere in un soave nulla, come minimo non
condivide la visione della Bibbia.
Per la Bibbia, la morte è la solitudine più profonda; è la completa assenza di relazioni; è l’interruzione di
tutto ciò che, una volta, era stato bello e degno di essere vissuto.
La morte lacera le nostre relazioni amorose. Questo è l’aspetto che, forse, spaventa ancora anche
l’individuo moderno, che non vuole sentir parlare del giudizio venturo di Dio e che si accomoda nell’idea
che, alla fine, semplicemente ci si addormenti per sempre.
Possiamo immaginare l’aldilà come vogliamo. Possiamo augurarci, alla fine, un lungo sonno. Possiamo,
alla fine, essere stanchi della vita e di tutte le cose!
Ma Dio non ci lascia dormire in eterno.
Dèstati, tu che dormi,
e sorgi dai morti,
così Cristo t’illuminerà.
La Lettera agli Efesini (5, 14) ci tramanda quest’antichissimo inno pasquale che suona davvero sgradevole
per tutti quelli che dormono a lungo. Cristo non ci lascia dormire.
Il Risorto non ci lascia oziare. Non dopo la nostra morte. E nemmeno adesso, se vegetiamo
nell’incredulità o in idee sull’aldilà di produzione propria.
Il sonno naturale è una cosa necessaria. Ma, alla fine, è una cosa molto solitaria, addirittura egoistica: chi
dorme è riferito solo a se stesso. Chi dorme non fa nulla per gli altri. Chi dorme non cura alcuna relazione,
non ascolta e non parla.
Dio, alla fine, non vuole dormiglioni, ma vuole una relazione con noi.
Dio, alla fine, non vuole nemmeno starsene in pace per conto suo, lontano da questo mondo che tanto lo
ha fatto arrabbiare, ma vuole con sé noi peccatori.
Perciò c’è tutta questa storia con Gesù; perciò ci sono la Croce e la Resurrezione: non per riemire un libro
della letteratura mondiale, ma per attirare a sé persone che sono lontane da lui.
In ultima analisi, nella questione di morte e vita eterna, non si tratta di dormire o essere desti, ma di
solitudine o relazione.
E chi ama vuole la relazione, non il tacere eterno!
La morte può apparirci come un sonno, ma Dio non ci lascia dormire.
E la stanchezza è la fase che precede il sonno, “ma quelli che sperano nel SIGNORE acquistano nuove
forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano.”
La nostra fede può addormentarsi; la nostra motivazione può sempre collassare, ma questo Dio non si
addormenta.
No, questo salvatore d’Israele non dorme né ozia!
Gli esseri umani si stancano e si spossano, anche nella fede.
Ma Dio non si addormenta, non si rassegna all’incredulità degli esseri umani.
E alla nostra epoca così tanto incredula, in cui così tanti atei lo pensano, non si può mai dire troppo spesso
questo:
Ma Dio non si addormenta, non si rassegna all’incredulità degli esseri umani.
“I giovani si affaticano e si stancano; i più forti vacillano e cadono; ma quelli che sperano nel SIGNORE
acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si
affaticano.”
Esempio della fede che resiste nel tempo è l’aquila.
Perché?
L’aquila non si libra in alto con le proprie forze. L’aquila non sale grazie a rapidi colpi d’ala, ma sale
perché, con le ali distese, si lascia trasportare in alto dalle correnti d’aria.
Bernardo di Chiaravalle l’ha detto in modo splendido:
La croce è un peso come
lo sono le ali per gli uccelli.
Esse li conducono in alto.
E la fede non è restare attaccati in modo spasmodico a ciò che abbiamo e che possiamo. La fede è lasciarsi
cadere nella fedeltà di Dio.
L’aquila giovane, che non lasci mai il nido e non provi mai a vedere se le sue ali la sostengano, morirà di
fame.
Alla filosofia di vita che resti fermo alle proprie prestazioni, alla fine mancherà anche il nutrimento.
Ma chi si lascia sostenere da Dio può lasciarsi cadere.
Non solo nel letto, la sera, ma anche nell’ultimo sonno, che sonno non è, ma è l’essere riportati a casa da
Gesù.
Detto con le parole di Jochen Klepper:
Non guardare a quel che tu stesso sei
nella tua colpa e debolezza.
Guarda a colui che è venuto
a parlare in tuo favore.
Guarda a ciò che ti accade oggi,
oggi, che il tuo Salvatore è entrato
per riportarti a casa
su forti ali d’aquila.
Amen.