I Corinzi 15, 19-28
19 Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini.
20 Ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. 21 Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. 22 Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; 23 ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta; 24 poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. 25 Poiché bisogna che egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. 26 L’ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte. 27 Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi; ma quando dice che ogni cosa gli è sottoposta, è chiaro che colui che gli ha sottoposto ogni cosa ne è eccettuato. 28 Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti.
Cara Comunità,
mangiare insieme è, per le persone del nostro paese, l’aspetto più importante della festa di Pasqua. È il risultato di un sondaggio. Secondo le statistiche, il pranzo della festa in famiglia, in questo giorno, per le persone è più importante che andare al culto.
Naturalmente, auspicherei una migliore posizione in classifica, per la partecipazione al culto.
Naturalmente, sarebbe logico e bello che la Resurrezione, fondamento della festa, trovasse espressione ovunque e tra tutti.
Ma contro il mangiare insieme, come elemento di una festa, è arduo dire qualcosa.
Proprio a Pasqua. Il periodo del digiuno di Quaresima è lontano.
Tutti i Paesi cristiani hanno specialità peculiari che vengono cotte al forno per questo giorno.
Qui in Italia c’è la colomba dolce; al Nord, c’è la treccia lievitata; a Est c’è il pane pasquale contenente uova tinte di rosso. Si potrebbe riempire una predica con la lista dei prodotti da forno pasquali e le loro descrizioni: salati o dolci; semplici o decorati; fatti in casa o comprati.
Spero che abbiate sulla tavola, oggi, un prodotto da forno buono, perché Pasqua è, di fatto, una festa del buon mangiare.
Se vi state cominciando a chiedere perché questa predica, finora, stia ruotando intorno ai prodotti da forno sulla tavola di Pasqua e non intorno alla Resurrezione di Gesù, allora va detto che la causa risiede nell’antichissimo simbolismo della festa di Pasqua secondo la Bibbia.
Forse ricorderete che i Vangeli evidenziano, in diversi punti, che la Passione e Resurrezione di Gesù cadevano nella “festa dei pani azzimi” (Mc 14, 1). La festa di Pasqua, che vi è connessa, ha a che fare con un particolare prodotto da forno, quello dei pani azzimi. La vecchia lettura prevista per l’epistola della Domenica di Pasqua, lettura che purtroppo è stata abolita, era tratta dalla I Lettera ai Corinzi e faceva riconoscere ancora questo simbolismo: “Non sapete che un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta? Purificatevi del vecchio lievito per essere una nuova pasta […]. Poiché anche la nostra Pasqua, cioè Cristo, è stata immolata“ (I Cor 5, 6-7).
Mi sono domandato spesso perché questo testo biblico sia scomparso dalle letture pasquali. Forse dipende dal fatto che, in tempi in cui la teologia dell’espiazione sta sparendo, un agnello pasquale non è più immagine appropriata per il Gesù risorto.
Forse, per la comunità riunita per Pasqua non è un’esortazione particolarmente invitante, quella di diventare “nuova pasta”.
Ma forse dipende dal fatto che, oggi, non abbiamo più davanti agli occhi gli usi festivi ebraici e, presumibilmente, non tutti fanno più regolarmente il pane al forno.
Ma chi fa prodotti da forno, anche dolci, alla vecchia maniera, sa come agire col lievito, con il primo impasto che viene preparato con latte tiepido, versato cautamente in un cratere nella farina e mescolato, per poi essere impastato con tutta la farina. Per la Bibbia, le immagini tratte dalle azioni riguardanti gli impasti con lievito o pasta madre, allora ben conosciute in ogni casa, sono usate per concetti spirituali:
«Il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prende e nasconde in tre misure di farina, finché la pasta sia tutta lievitata» (Mt 13, 33), dice Gesù, evocando davanti ai nostri occhi che un po’ di “pasta madre” è sufficiente per ottenere una grande mole di impasto. E questo è impressionante fino ad oggi: un po’ di lievito fa sì che l’intero impasto “salga”, raddoppiando, spesso, il volume e che, dopo la cottura in forno, se ne ottenga un pane ricco d’aria, leggero.
E proprio quest’idea è necessaria per comprendere il ragionamento che Paolo usa per la Resurrezione nel nostro passo di oggi:
Cristo è risorto dai morti come primizia di coloro che si sono addormentati.
E poiché Cristo è risorto, risorgeranno anche tutti coloro che credono in lui.
Perché è così? Non comprendiamo la conclusione se ci limitiamo a leggere che Cristo è risorto “per primo” dai morti.
Ma qui è scritto “primizia”. E questo, per la Bibbia, non è solo il primo elemento di un conteggio, ma è il primo dono di generi alimentari fatto a Dio.
In Israele, i primi elementi di ogni raccolto erano offerti a Dio. Anche dell’impasto del pane: si dava forma a un pane-primizia, dedicandolo a Dio. Con questo pane-primizia era consacrato a Dio e santificato tutto il restante impasto (Lv 23, 20). La santità del pane-primizia aveva effetto su tutto il restante impasto, perché si tratta della medesima sostanza!
Gesù non è semplicemente risorto per primo, ma è risorto come primizia, come pasta madre santa che prevade, formandola, l’intera massa dei credenti e la porta con sé. Come vero essere umano che ha vissuto e sofferto tra noi, egli è della nostra medesima sostanza, mescolato e immischiato nella nostra umanità.
Suppongo che non ci piaccia vederci come massa d’impasto; ma qui lo siamo. Siamo una massa d’impasto nuova, “pervasa del lievito” di Cristo. Quest’impasto “salirà”: non in forno, ma alla vita eterna.
Gesù, con la sua Resurrezione, non solo ci ha preceduti, ma resta legato a noi. Questa “primizia” non ci ha staccati, come il primo atleta di una gara di corsa, che si lascia dietro i concorrenti e che noi possiamo solo ammirare da dietro: questa primizia, invece, è stata “cotta troppo al forno” insieme con noi. Lutero dice che Cristo e il credente sono “un dolce”.
Se l’immagine dell’impasto per voi è troppo zuccherosa, allora prendete l’immagine di Lutero che usa la testa e le membra:
la testa è risorta. Cristo è il capo dei cristiani. Quando, durante il parto, la testa esce dal grembo materno, poi seguono le membra. Il corpo è unito. Quando la testa è fuori, seguiranno spalle, schiena etc. La testa non rimarrà a sé stante, ma si tirerà dietro l’intero corpo. Come dicono le donne: quando la testa è fuori, è fatta (cfr. la predica di Lutero su I Cor 15).
Concetto espresso, come sempre meravigliosamente, da Paul Gerhardt in quest’inno (EG 112, 6):
Sono e resto unito a Cristo come membro;
dove la mia testa è passata, egli mi prende con sé.
Trascina attraverso morte,
mondo, peccato,sventura;
trascina attraverso l’inferno:
io sempre son suo compagno.
La Resurrezione di Gesù non è la storia individuale di un vincitore. Questo è un evento per noi. Gesù non si limita a ritornare, da Figlio di Dio, come è logico!, nella sfera di Dio, da cui proviene. Egli prende con sé la sua umanità. Che Cristo, vero Dio, abbia la vita eterna, è chiaro, in effetti. Ma che, per mezzo della sua morte, la doni a noi che non l’abbiamo, questa è la peculiarità! Il vero miracolo di Pasqua non consiste nel fatto che il Creatore dell’universo, che è oltre ogni limite naturale, possa creare vita nuova, ma consiste nel fatto che lo voglia.
L’Onnipotente non solo può fare teoricamente tutto, ma qui fa qualcosa di specifico:
Dio apre il suo cielo a colui che si è identificato perfettamente coi peccatori. E questo Figlio di Dio che ritorna a casa porta con sé ogni genere di amicizie dubbie: come un ragazzo che si porti a casa ogni tipo di compagni di gioco sporchi o un adolescente che si porti i membri del suo giro, gente ambigua: i genitori fanno entrare tutti in casa, per amore del figlio.
Paolo contrappone a Cristo un’altra primizia:
Adamo, come prima persona dell’umanità, non solo ha commesso personalmente un errore, ma ha coinvolto l’intero impasto.
Anche riguardo a una definizione di peccato, vale guardare all’impasto del pane. Se il primo impasto ha la lievitazione sbagliata, non se ne esce più. L’intera umanità, da Adamo in poi, è contaminata dall’allontanamento da Dio. E qui vediamo, a ragione, che il peccato non è questo o quell’errore morale, ma è un fatto da cui non usciamo.
Nessuno può ricominciare da capo da solo. Siamo fatti della medesima pasta di Adamo. Nessuno può darsi da solo la forma di un panino. Dare forma può farlo solo il panettiere.
Lo fa ponendo nell’impasto, nuovamente, Cristo e dando forma con le proprie mani.
Vogliamo entrare in questa panetteria? La Resurrezione non viene inculcata, ma viene accettata nella fede. La Resurrezione, come la giustificazione, non è un’amnistia generale mondiale, al motto di “andrà tutto bene”, ma è un evento in Cristo.
La porta al mondo della resurrezione di Dio è la decisione personale riguardo alla fede.
Il vecchio Adamo deve morire e noi non dobbiamo essere in lutto per lui.
Che molte persone abbiano problemi con la fede nella resurrezione può anche dipendere dal fatto che immaginano la vita eterna come proseguimento del vecchio Adamo; come se la nostra vita terrena, oltretutto difficile!, venisse semplicemente prolungata. Ma non è così. E non c’è nessuno che lo dica. Adamo deve morire e anche noi moriremo, biologicamente. Quanto al che cosa viene dopo, ne è modello Cristo, non Adamo; a deciderlo è Dio, non il serpente.
Pensare alla via eterna come al prolungamento infinito dell’esistenza umana non è solo sbagliato, ma anche fatale. L’esistenza umana infinita sarebbre, come dice Jean-Paul Sartre, l’inferno (Huis clos); o, come narra Ludwig Thoma, sarebbe noia insopportabile.
Dobbiamo già essere stati trasformati, come accade all’impasto in forno.
Alla fine, c’è il pane che emana buon profumo, non l’impasto. Dall’impasto informe si è formato un pane di genere unico. Così è anche per la Resurrezione dei morti: non è un dissolversi nel nulla, ma ciascuno, uomo o donna, è creatura unica.
Con quanta gioia i bambini, davanti allo sportello del forno, pregustano e sono impazienti, aspettando ciò che uscirà dal forno!
Proprio così Dio aspetta noi nel suo cielo.
Quante esperienze, quante ferite ci rovinano la vita! Quante cose ci tirano in basso e impediscono che la nostra vita salga, lieviti come un dolce: proprio come Dio aveva in mente! Tenetevi lontani dal lievito di questo mondo!, ci esorta Paolo, oggi.
Qui, la situazione è affatto differente: il pane completamente nuovo, che Dio offre al mondo fin da questa memorabile festa di Pesach.
Siete invitati al pane dolce!
Prendete! Prendete in voi questo Gesù! Nella fede e nella Santa Cena.
Gesù dice: io sono il pane vivo disceso dal cielo.
E questo è vero. Questo pane non solo ci sazia, ma ci porta con sé nella vita eterna.
Amen.