Giovanni 3, 14–21
14 «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19 Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato le tenebre più della luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; 21 ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio».
Cara Comunità,
il testo per la predicazione l’abbiamo già ascoltato come Vangelo. Desidero ora rileggerne un verso, pieno di contenuto. È, in certo modo, il centro di questo testo; in molte Bibbie è riconoscibile, stampato in neretto o in corsivo: “Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”.
Meditando ora, insieme con voi, su questo verso, voglio premettere che, per me, si tratta di una riflessione molto personale, dato che scelsi questo versetto, cinquant’anni fa, come mio versetto di confermazione. Da allora in poi, mi ha accompagnato e mi ha fatto meditare sempre di nuovo ed è di ciò che voglio rendervi partecipi.
Fino ad oggi, non so con esattezza che cosa, allora, mi portasse a scegliere proprio questo verso. È duro da masticare ed ci sarebbero stati versetti molto più leggeri e belli: “Io ti ho chiamato per nome; tu sei mio”; oppure: “Io sono la vite, voi siete i tralci” Etcetera etcetera.
Ma sono bene, ancor oggi, che fu una decisione tutta mia e non fu nulla di consigliato dai miei genitori, dai miei insegnanti o dal pastore. Credo che fu espressione di curiosità e perplessità. Di curiosità perché volevo riuscire a rompere quella noce dura. Di perplessità perché pensavo che il versetto fosse bello, ma che non lo avrebbe scelto nessuno.
Nella lista dei testi dogmatici, dottrinali, era in fondo; ma direi così oggi; non avrei detto così allora. Per me, allora, fu, in modo astratto, incomprensibile ma bello.
“Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”. Ci sono molte cose non chiare, in queste parole. Perché, se si ama qualcosa, bisogna mandare il proprio Figlio unigenito? E che cos’è un figlio unigenito? C’è anche un figlio secondogenito? Come, per mezzo di che cosa e a chi si dà un figlio? Perché le persone che credono in lui non periscono? Detto in modo più preciso: non si può fare anche in modo diverso, in qualche modo più semplice?
Troppe domande! Le risposte a tutte queste domande, allora, non le ebbi; e per essere sincero, non le ho nemmeno oggi. Non ricordo molte prediche degli anni della mia infanzia e della mia giovinezza; ma ricordo la predica del mio pastore per la confermazione. Il senso delle sue parole fu: oggi, dicendo di sì alla vostra fede cristiana non dite di sì a qualcosa di pronto, di concluso. E usò l’immagine della tazza piena per metà. Non è necessario avere una tazza piena fino all’orlo, per dire di sì, e il gioco del mezzo pieno e mezzo vuoto andrà avanti per tutta la vita. Va bene; può darsi che quest’ultima formulazione rispecchi più il mio pensiero di oggi che quello di allora.
Comunque sia, allora percepii i concetti del pastore con sollievo e proprio in rapporto al mio versetto di confermazione. E lo percepisco come saggio fino ad oggi. Perché non è che le domande connesse con questo versetto arduo spariscano all’improvviso. Non spariscono nemmeno con lo studio della teologia, con i molti anni di ricerca e insegnamento in questa disciplina e con la lunga pratica di predicazione (in cui si è tentati si mettere più risposte che domande).
Ciò che ho imparato, nel frattempo, sono le spiegazioni, di cui molte sono di tipo storico. Come si arriva a una tale formulazione? Quali premesse concettuali devono essere assolte, affinché le donne e gli uomini che ascoltano possano articolarla? Quali parallelismi successivi ci sono?
Tutto ciò è interessantissimo e se qui dovessimo tenere una lezione universitaria, lo approfondirei volentieri. Ma le domande poste, le domande sulla logica interna di questo testo didascalico non troverebbero risposta così semplicemente. Ripeto: molte di tali domande, fino ad oggi, per me non hanno risposta chiara e semplice. Forse, anche questo fa parte dell’essere cristiani, del rappresentare una religione legata al testo: che ci si deve, in permanenza, confrontare con testi che restano distanti; che sono più grandi di noi e che non si aprono completamente sotto i nostri tentativi di spiegarli.
Perciò, oggi, vorrei fare un passo piccolissimo, per me e per tutti noi: vorrei, cioè, considerare solo le prime parole. “Perché Dio ha tanto amato il mondo“; quel che segue, per il momento, lo lasciamo da parte.
Giò queste sono parole sorprendenti. Dio ha tanto amato il mondo che avvengono cose assolutamente incredibili e difficili da capire, davvero inaudite. Poi segue il resto.
Dio ha tanto amato il mondo da… e da qui deriva tutto il resto. Che la relazione di Dio col monto sia descritta con la parola amore, è qualcosa che non è per niente ovvio! È qualcosa d’inaudito! La Bibbia comincia con la creazione da parte di Dio: all’inizio Dio creò il cielo e la terra. E poi si narra, c’è una storia di fabbricazione, di produzione di cose, dell’ambiente, di piante, animali, esseri umani.
E non sono mancate concezioni che hanno considerato concluso, con la creazione, il ruolo di Dio. Dio ha disposto tutto in mondo grandioso e saggio e poi si è ritirato. Oppure si sono divisi il Dio creatore e il Dio redentore.
Tutto ciò non è ciò che pensa la Bibbia né è ciò che pensa il cristianesimo come li conosciamo. Dio non si ritira, così semplicemente, e la relazione tra Dio e il mondo non è descritta in modo adeguato, se si dice solo che Dio porta qualcosa dal non-essere all’essere.
È, invece, una relazione d’amore. La Bibbia ne parla talvolta in modo più didascalico, come nel nostro testo, talaltra in modo più narrativo, come nelle molte storie dell’Antico e del Nuovo Testamento e perfino nella storia della Passione. Anche questa è una storia che mostra come Dio s’impegni e non gli sia indifferente quel che ne sarà del mondo.
Se, come il Faust di Goethe, ci si domandi quale forza tenga insieme il mondo nella sua parte più intima, allora la risposta è tanto semplice quanto banale: è l’amore, questa parola infinitamente logora.
È l’amore e quel che dice il nostro testo è parimenti semplice e banale: Dio ha amato per primo. Perché Dio ha tanto amato il mondo che tutto il resto deriva da ciò. Non è la nostra capacità di amare e nemmeno ciò che facciamo come atti concreti d’amore. L’amore, nella nostra vita, non viene da noi, ma viene dal fatto che, anzitutto, siamo stati amati. Amare è un verbo peculiare, perché viene anzitutto coniugato nella forma passiva.
Io sono amato, anzitutto da padre e madre, poi anche dalla famiglia e dagli amici; magari anche dal partner e dai figli e ciò che posso dare in risposta è sempre e solo un frammento di quel che ho ricevuto. Noi siamo la Luna, non il Sole. Siamo riflettori, non fonti di luce.
Il contrario dell’amore non è l’odio, come spesso si pensa o si sente dire. Il contrario è l’indifferenza fredda, senza pensieri. Una relazione non è morta se avvolge nell’odio. È morta quando non c’è più sensibilità, quando ci sono pura indifferenza e freddezza. Ma il fatto che noi viviamo in un mondo in cui c’è attenzione amorevole e non disinteresse; che c’è calore e non una strana freddezza; il fatto che ci sia l’amore e non la letargia che inarca le sopracciglia: di tutto questo dobbiamo ringraziare Dio, l’amore di Dio, la sua attenzione amorevole per il mondo. Questo è avvenuto prima che noi potessimo fare e dire qualcosa ed è il fondamento di tutto ciò che possiamo fare e dire.
Perché Dio ha tanto amato il mondo affinché anche noi potessimo amare; affinché salvezza e redenzione fossero possibili. “Amore, che ad immagine | della tua divinità mi facesti: Amore, a te mi arrendo, | per restare in eterno tuo.”
Questa è la nostra preghiera; questo è il nostro inno; questa è la nostra promessa. Questo è ciò che vogliamo cantare. Amen.