Apocalisse 1, 9-18
9 Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, ero nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. 10 Fui rapito dallo Spirito nel giorno del Signore, e udii dietro a me una voce potente come il suono di una tromba che diceva: 11 «Quello che vedi scrivilo in un libro e mandalo alle sette chiese: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatiri, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea».
12 Io mi voltai per vedere chi mi stava parlando. Come mi fui voltato, vidi sette candelabri d’oro 13 e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un figlio d’uomo, vestito con una veste lunga fino ai piedi e cinto di una cintura d’oro all’altezza del petto. 14 Il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana candida, come neve; i suoi occhi erano come fiamma di fuoco; 15 i suoi piedi erano simili a bronzo incandescente, arroventato in una fornace, e la sua voce era come il fragore di grandi acque. 16 Nella sua mano destra teneva sette stelle; dalla sua bocca usciva una spada a due tagli, affilata, e il suo volto era come il sole quando risplende in tutta la sua forza.
17 Quando lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli pose la sua mano destra su di me, dicendo: «Non temere, io sono il primo e l’ultimo, 18 e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell’Ades.
Cara Comunità!
Continuiamo a festeggiare il Natale o festeggiamo già la Pasqua? Nella domenica di oggi ci troviamo alla fine del periodo di Natale, dentro l’anno ecclesiastico. C’è ancora il presepio. Presto ci volgeremo alla Pasqua.
E allora, festeggiamo ancora il Natale o guardiamo già alla Pasqua?
Per dirla in altri termini: pensiamo ancora a Gesù Bambino nella mangiatoia oppure pensiamo già all’uomo adulto, che muore in croce e che risorge dal sepolcro?
Chi è Gesù, davvero, per noi, quando pensiamo a lui? Che cosa abbiamo, inconsapevolmente, davanti agli occhi: il Bambinello nella mangiatoia o l’Uomo adulto? Che cosa preferiamo festeggiare: Natale, Venerdì Santo o Pasqua?
Ci sono perfino indagini statistiche su questo argomento. I risultati dicono che i cristiani, da noi, preferiscono di gran lunga festeggiare il Natale piuttosto che la Pasqua, perché riescono a comprendere meglio la nascita di un bambino che la resurrezione di un morto.
È chiaro che queste non sono vere alternative. Non si può credere o al Bambino Gesù o all’Uomo adulto di Nazareth. Entrambi sono parti integranti l’uno dell’atro; entrambi sono di grande rilevanza per la persona di Gesù. Egli è vero Dio e vero uomo. Fu avvolto in fasce, come noi, ma risorse dal suo sepolcro, cosa che nessuno di noi può fare. “Divinità e umanità si uniscono. O Creatore, quanto vicino vieni a noi umani”, canteremo oggi.
Gesù è entrambe le cose: bambino e uomo, Figlio di Dio e fratello degli esseri umani, vittima cruenta ed eroe radioso.
Gesù non diventa interessante solo quando è cresciuto e si fa notare. Gesù è importante già quando è ancora nel grembo di Maria. Perché in lui la divinità è già qui, pienamente. Centinaia di inni natalizi celebrano tale verità.
E alcune rappresentazioni artistiche lo mostrano. Ecco che, nella mangiatoia, viene raffigurata già una croce. Ecco che viene mostrato che l’abbassamento di Dio nella nascita in povertà non finisce, ma che è solo l’inizio di ciò che arriva a compimento sul tronco della croce.
Saltare dalla mangiatoia alla croce è qualcosa cui siamo in certo modo abituati, nella tradizione.
Ma saltare dalla mangiatoia alla resurrezione è, in certo modo, raro.
Ma è chiaro che, nella mangiatoia, non ci viene incontro un neonato dolce, inattivo, ma anche l’uomo sulla croce e il risorto.
Gesù è uno solo. E nello splendore luminoso degli angeli, nella Notte Santa, e nei raggi prodigiosi della Stella di Betlemme irradia la medesima luce divina che circonda Gesù, vincitore radioso, la mattina di Pasqua.
E tra tutto questo c’è il singolare intermezzo di cui abbiamo sentito narrare nella seconda lettura di oggi: Gesù viene trasfigurato davanti agli occhi dei discepoli, avvolto in luce radiosa; per qualche attimo, non appare come il vicino di porta, ma come colui che, in effetti, è Dio.
Il fatto che tale trasfigurazione, tale trasformazione in figura di luce vada intesa in rapporto alla Pasqua, è reso chiaro dai Vangeli:
Gesù proibisce ai discepoli di parlarne fino a quando non sarà risorto dai morti (Mt 17, 9). Questo splendore luminoso fu solo l’assaggio di ciò che, a Pasqua, è diventato permanente ed è un eco di ciò che cantarono gli angeli a Betlemme.
Gli angeli dissero chi fosse davvero questo Bambino neonato e la Pasqua mostra chi sia davvero quest’Uomo.
Tutte queste apparizioni luminose mostrano Gesù per come è davvero.
Ciò vale anche per la visione avuta dall’apostolo Giovanni, che si trova all’inizio dell’ultimo libro della Bibbia. Gesù appare a Giovanni e lo incarica di scrivere questo libro dell’Apocalisse.
Lo abbiamo ascoltato.
Giovanni si trova sulla piccola isola di Patmos. E lì gli appare, nel giorno del Signore, cioè di domenica, una figura avvolta da una luce radiosa, simile a un figlio d’uomo, che indossa una veste bianca lunga e che porta una cinta d’oro attorno al petto. Ma il suo capo e la sua chioma sono bianchi come lana bianca, come neve e i suoi occhi sono come fiamma e i suoi piedi come bronzo incandescente e il suo volto era luminoso come il sole quando appare nella sua potenza.
Già la definizione di “Figlio dell’Uomo” ci dice che si tratta di Gesù. Gesù si era sempre definito, preferibilmente, come “Figlio dell’Uomo”. Colui che, qui, appare a Giovanni, è colui che, alla fine dei tempi, si renderà visibile apparendo sulle nuvole; è colui che è apparso sul monte, trasfigurato, ai tre discepoli; ed è colui che è apparso, sulla via di Damasco, a Saulo, il persecutore di cristiani: Gesù Cristo in tutta la sua gloria e forza.
Conosciamo queste storie, ma ci sono anche lontane. Perché Gesù non è ancora apparso a noi, in questo modo spettacolare.
Può darsi che Gesù abbia incontrato, in epoca biblica, determinate persone, in modo così spettacolare; ma per noi ciò è molto lontano.
Quale vantaggio ne abbiamo, dal fatto che Gesù apparisse a Giovanni, a Patmos, radioso come il sole? Dovrebbe comparire nella nostra vita; o almeno dove ci sarebbe urgentemente bisogno di lui: sui campi di battaglia delle guerre; nelle strade dove si combatte; nelle camere d’ospedale nelle emergenze.
Gesù appare a Giovanni, ma non a noi. Che cosa ci viene dal racconto di quest’apparizione? Non così poco, cara Comunità!
Perché Giovanni non scrive tutto questo per parlare di sé, ma per comunicarci qualcosa, con quest’apparizione; anzi, per consolare i suoi fratelli e sorelle nella fede, tra i quali ci siamo anche noi.
Tre cose possiamo riconoscere, in questo Gesù, apparso a Giovanni; tre cose che valgono anche per noi.
1 Gesù appare di domenica
Il dato temporale dell’apparizione non è casuale. Era il tempo del servizio divino. Giovanni non può celebrare il culto domenicale insieme con la sua comunità di Efeso, perché si trova in esilio sulla piccola isola di Patmos, a 100 km da Efeso. Ma ciò che sperimenta è proprio ciò che deve avvenire in ogni culto domenica, fino a noi.
Gesù compare in tutta la sua gloria e forza davanti ai nostri occhi.
E con ciò Giovanni ci dà una splendida definizione di servizio divino.
Gesù comparirà davanti a noi in tutta la sua gloria. Nella nostra chiesa, abbiamo davanti a noi uno splendido mosaico, raffigurante Gesù, che ci mette davanti agli occhi la sua bellezza e la sua gloria. Ma non si tratta solo di quest’immagine. La sua luce ci riscalderà e la sua parola potente ci colpirà. Non è un caso che Giovanni veda una spada affilata uscire dalla bocca di Gesù. Questa è l’immagine biblica per esprimere il concetto che la Parola di Dio colpisce, va dritta all’obiettivo, è affilata.
Noi cristiani evangelici vediamo il servizio divino, spesso, come qualcosa d’istruttivo. Al culto, impariamo qualcosa. Al culto, veniamo informati di qualcosa. Ma non è del tutto esatto. Al culto, non veniamo informati di qualcosa, ma accade qualcosa in Dio.
Qui non si riuniscono solo alcune persone interessate alle questioni di fede, con il pastore che tiene una conferenza per loro. No: in mezzo ai candelabri dorati, è presente il Signore stesso, che compare, che opera in noi. Il servizio divino non è evento informativo, ma è apparizione di Dio tra noi. Per questo c’è solennità; per questo c’è musica speciale; per questo ci sono candele e splendore e, nelle altre confessioni, anche incenso: perché viene il Re.
Gesù, che tiene in mano le stelle dell’universo, e con ciò ogni potere, è da noi. Non è grandioso?
Gesù, che nell’apparizione a Giovanni è vestito da sommo sacerdote ebraico, celebra il suo pasto sacrificale con noi e si dà a noi da mangiare nella Santa Cena. Gesù non appare solo a Paolo, ai discepoli e a Giovanni, ma compare anche per noi.
2 La gloria di Gesù si contrappone alla gloria del mondo.
Giovanni si trova, come detto, su un’isola piccola e spoglia, Patmos. Di gloria non se ne vede molta. Si trovava, piuttoso, in un luogo da dove Giovanni era stato bandito: Efeso era un centro del culto dell’imperatore. Domiziano si faceva adorare come imperatore e come dio, con splendore e gloria, musica e incenso, titoli onorifici e preghiere obbligatorie per tutti. I cristiani non potevano recitare queste preghiere e quindi ebbero grossi problemi.
E Giovanni, con la sua visione, dall’isola li esorta: la vera gloria non è dall’imperatore, che si mette in mostra e si presenta come importante. La vera gloria e la vera luce si trovano da colui che ha davvero potere sulla vita e sulla morte. L’imperatore, con tutto il suo potere, alla fine è un essere umano mortale, che un giorno dovrà andarsene. Ma nostro Signore è l’Alfa e l’Omega, vive e resta viso e ha in mano le chiavi della morte e dell’ade.
Il vero splendore e la vera gloria non si trovano nella mostra di sé da parte di essere umani su questa terra, indipendentemente dal fatto che si trattasse del culto dell’imperatore in quell’epoca o che si tratti dei media sociali, oggi. Tutti coloro che, oggi, si presentano come belli, baciati dal successo e potenti, domani saranno di nuovo via.
Non fatevi ingannare da questa gloria recitata. Così come la luce vera viene dal sole, così la vera gloria viene da Dio, sempre e solo da Dio.
Il fatto che, nei nostri servizi divini, lodiamo e celebriamo Dio ha sempre anche l’effetto di limitare, relativizzare, smascherare altri detentori del potere. Dio è l’unico ad essere eterno; Gesù è l’unico ad avere in mano le stelle e, con l’universo, anche la nostra vita.
La gloria di Gesù è un’immagine che si oppone alla gloria del mondo.
Non solo come monito, ma per sollievo. Non devi più partecipare alla gare per la migliore prestazione intorno a te. Non devi essere la più bella, la più intelligente e quella di maggior successo, col numero più alto di follower. Godi della tua bellezza e dello splendore che Dio ti ha dato. Non sei mai più bella di come egli ti ha voluta!
3 Gesù non si limita ad apparire: mette la sua mano su di noi.
Giovanni non solo vede Gesù, non solo lo ascolta, ma lo percepisce, pure. Non resta una comparsa ottica. Non si limita a parole istruttive. La figura luminosa di Gesù pone la sua mano su Giovanni, chino, dicendo: “Non temere!”
Gesù non appare per farsi grande. Gesù non appare per dimostrare se stesso.
Gesù non appare per intimorire gli altri.
Gesù appare per toccare glli altri.
Il Gesù risorto, celeste non fa altro che quello che aveva fatto il Gesù terreno: tocca le persone per consolarle e salvarle.
Ci aspettiamo questo, dal servizio divino? Ci aspettiamo una predica interessante o altre persone interessanti o musica perfetta?
Oppure ci aspettiamo che Gesù ci tocchi, per trasformarci?
Quando Giovanni lo vede, gli cade ai piedi, come morto; e Gesù pone la mano destra su di lui, dicendo:
«Non temere, io sono il primo e l’ultimo, e il vivente.»
Concetto ostico: Giovanni comprende di essere in effetti, a fronte della gloria e potenza di Dio, solo un piccolo numero.
«Caddi ai suoi piedi come morto», dice.
Quanto spesso veniamo e siamo piccolissimi.
Quanto spesso siamo qui e siamo come morti.
Perché negli ultimi giorni tutto è andato storto; perché nessuno ci capisce davvero; perché nessuno ci ama davvero; perché la nostra salute è un disastro: quanto spesso ci sentiamo come morti!
Allora, Gesù viene da noi, pone la mano destra su di noi e dice:
“Non temere. I sono tutto per te! Io ho tutto quel che ti manca: amore, forza vitale, eternità.
L’apparizione di Gesù non è fine a se stessa, ma intende metterci in piedi, correggerci e renderci forti.
Il culto dell’imperatore rende forte l’imperatore. Il culto di Gesù rende forte te.
Questo, Giovanni l’ha capito; e questo dobbiamo capire anche noi.
Perciò, oggi, si parla di quest’apparizione di Gesù. E allora, in effetti, è indifferente che adesso sia Natale o Pasqua o che sia un giorno normalissimo. La cosa principale è che abbiamo davanti agli occhi Gesù.
Amen.Apocalisse 1, 9-18
9 Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, ero nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. 10 Fui rapito dallo Spirito nel giorno del Signore, e udii dietro a me una voce potente come il suono di una tromba che diceva: 11 «Quello che vedi scrivilo in un libro e mandalo alle sette chiese: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatiri, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea».
12 Io mi voltai per vedere chi mi stava parlando. Come mi fui voltato, vidi sette candelabri d’oro 13 e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un figlio d’uomo, vestito con una veste lunga fino ai piedi e cinto di una cintura d’oro all’altezza del petto. 14 Il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana candida, come neve; i suoi occhi erano come fiamma di fuoco; 15 i suoi piedi erano simili a bronzo incandescente, arroventato in una fornace, e la sua voce era come il fragore di grandi acque. 16 Nella sua mano destra teneva sette stelle; dalla sua bocca usciva una spada a due tagli, affilata, e il suo volto era come il sole quando risplende in tutta la sua forza.
17 Quando lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli pose la sua mano destra su di me, dicendo: «Non temere, io sono il primo e l’ultimo, 18 e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell’Ades.
Cara Comunità!
Continuiamo a festeggiare il Natale o festeggiamo già la Pasqua? Nella domenica di oggi ci troviamo alla fine del periodo di Natale, dentro l’anno ecclesiastico. C’è ancora il presepio. Presto ci volgeremo alla Pasqua.
E allora, festeggiamo ancora il Natale o guardiamo già alla Pasqua?
Per dirla in altri termini: pensiamo ancora a Gesù Bambino nella mangiatoia oppure pensiamo già all’uomo adulto, che muore in croce e che risorge dal sepolcro?
Chi è Gesù, davvero, per noi, quando pensiamo a lui? Che cosa abbiamo, inconsapevolmente, davanti agli occhi: il Bambinello nella mangiatoia o l’Uomo adulto? Che cosa preferiamo festeggiare: Natale, Venerdì Santo o Pasqua?
Ci sono perfino indagini statistiche su questo argomento. I risultati dicono che i cristiani, da noi, preferiscono di gran lunga festeggiare il Natale piuttosto che la Pasqua, perché riescono a comprendere meglio la nascita di un bambino che la resurrezione di un morto.
È chiaro che queste non sono vere alternative. Non si può credere o al Bambino Gesù o all’Uomo adulto di Nazareth. Entrambi sono parti integranti l’uno dell’atro; entrambi sono di grande rilevanza per la persona di Gesù. Egli è vero Dio e vero uomo. Fu avvolto in fasce, come noi, ma risorse dal suo sepolcro, cosa che nessuno di noi può fare. “Divinità e umanità si uniscono. O Creatore, quanto vicino vieni a noi umani”, canteremo oggi.
Gesù è entrambe le cose: bambino e uomo, Figlio di Dio e fratello degli esseri umani, vittima cruenta ed eroe radioso.
Gesù non diventa interessante solo quando è cresciuto e si fa notare. Gesù è importante già quando è ancora nel grembo di Maria. Perché in lui la divinità è già qui, pienamente. Centinaia di inni natalizi celebrano tale verità.
E alcune rappresentazioni artistiche lo mostrano. Ecco che, nella mangiatoia, viene raffigurata già una croce. Ecco che viene mostrato che l’abbassamento di Dio nella nascita in povertà non finisce, ma che è solo l’inizio di ciò che arriva a compimento sul tronco della croce.
Saltare dalla mangiatoia alla croce è qualcosa cui siamo in certo modo abituati, nella tradizione.
Ma saltare dalla mangiatoia alla resurrezione è, in certo modo, raro.
Ma è chiaro che, nella mangiatoia, non ci viene incontro un neonato dolce, inattivo, ma anche l’uomo sulla croce e il risorto.
Gesù è uno solo. E nello splendore luminoso degli angeli, nella Notte Santa, e nei raggi prodigiosi della Stella di Betlemme irradia la medesima luce divina che circonda Gesù, vincitore radioso, la mattina di Pasqua.
E tra tutto questo c’è il singolare intermezzo di cui abbiamo sentito narrare nella seconda lettura di oggi: Gesù viene trasfigurato davanti agli occhi dei discepoli, avvolto in luce radiosa; per qualche attimo, non appare come il vicino di porta, ma come colui che, in effetti, è Dio.
Il fatto che tale trasfigurazione, tale trasformazione in figura di luce vada intesa in rapporto alla Pasqua, è reso chiaro dai Vangeli:
Gesù proibisce ai discepoli di parlarne fino a quando non sarà risorto dai morti (Mt 17, 9). Questo splendore luminoso fu solo l’assaggio di ciò che, a Pasqua, è diventato permanente ed è un eco di ciò che cantarono gli angeli a Betlemme.
Gli angeli dissero chi fosse davvero questo Bambino neonato e la Pasqua mostra chi sia davvero quest’Uomo.
Tutte queste apparizioni luminose mostrano Gesù per come è davvero.
Ciò vale anche per la visione avuta dall’apostolo Giovanni, che si trova all’inizio dell’ultimo libro della Bibbia. Gesù appare a Giovanni e lo incarica di scrivere questo libro dell’Apocalisse.
Lo abbiamo ascoltato.
Giovanni si trova sulla piccola isola di Patmos. E lì gli appare, nel giorno del Signore, cioè di domenica, una figura avvolta da una luce radiosa, simile a un figlio d’uomo, che indossa una veste bianca lunga e che porta una cinta d’oro attorno al petto. Ma il suo capo e la sua chioma sono bianchi come lana bianca, come neve e i suoi occhi sono come fiamma e i suoi piedi come bronzo incandescente e il suo volto era luminoso come il sole quando appare nella sua potenza.
Già la definizione di “Figlio dell’Uomo” ci dice che si tratta di Gesù. Gesù si era sempre definito, preferibilmente, come “Figlio dell’Uomo”. Colui che, qui, appare a Giovanni, è colui che, alla fine dei tempi, si renderà visibile apparendo sulle nuvole; è colui che è apparso sul monte, trasfigurato, ai tre discepoli; ed è colui che è apparso, sulla via di Damasco, a Saulo, il persecutore di cristiani: Gesù Cristo in tutta la sua gloria e forza.
Conosciamo queste storie, ma ci sono anche lontane. Perché Gesù non è ancora apparso a noi, in questo modo spettacolare.
Può darsi che Gesù abbia incontrato, in epoca biblica, determinate persone, in modo così spettacolare; ma per noi ciò è molto lontano.
Quale vantaggio ne abbiamo, dal fatto che Gesù apparisse a Giovanni, a Patmos, radioso come il sole? Dovrebbe comparire nella nostra vita; o almeno dove ci sarebbe urgentemente bisogno di lui: sui campi di battaglia delle guerre; nelle strade dove si combatte; nelle camere d’ospedale nelle emergenze.
Gesù appare a Giovanni, ma non a noi. Che cosa ci viene dal racconto di quest’apparizione? Non così poco, cara Comunità!
Perché Giovanni non scrive tutto questo per parlare di sé, ma per comunicarci qualcosa, con quest’apparizione; anzi, per consolare i suoi fratelli e sorelle nella fede, tra i quali ci siamo anche noi.
Tre cose possiamo riconoscere, in questo Gesù, apparso a Giovanni; tre cose che valgono anche per noi.
1 Gesù appare di domenica
Il dato temporale dell’apparizione non è casuale. Era il tempo del servizio divino. Giovanni non può celebrare il culto domenicale insieme con la sua comunità di Efeso, perché si trova in esilio sulla piccola isola di Patmos, a 100 km da Efeso. Ma ciò che sperimenta è proprio ciò che deve avvenire in ogni culto domenica, fino a noi.
Gesù compare in tutta la sua gloria e forza davanti ai nostri occhi.
E con ciò Giovanni ci dà una splendida definizione di servizio divino.
Gesù comparirà davanti a noi in tutta la sua gloria. Nella nostra chiesa, abbiamo davanti a noi uno splendido mosaico, raffigurante Gesù, che ci mette davanti agli occhi la sua bellezza e la sua gloria. Ma non si tratta solo di quest’immagine. La sua luce ci riscalderà e la sua parola potente ci colpirà. Non è un caso che Giovanni veda una spada affilata uscire dalla bocca di Gesù. Questa è l’immagine biblica per esprimere il concetto che la Parola di Dio colpisce, va dritta all’obiettivo, è affilata.
Noi cristiani evangelici vediamo il servizio divino, spesso, come qualcosa d’istruttivo. Al culto, impariamo qualcosa. Al culto, veniamo informati di qualcosa. Ma non è del tutto esatto. Al culto, non veniamo informati di qualcosa, ma accade qualcosa in Dio.
Qui non si riuniscono solo alcune persone interessate alle questioni di fede, con il pastore che tiene una conferenza per loro. No: in mezzo ai candelabri dorati, è presente il Signore stesso, che compare, che opera in noi. Il servizio divino non è evento informativo, ma è apparizione di Dio tra noi. Per questo c’è solennità; per questo c’è musica speciale; per questo ci sono candele e splendore e, nelle altre confessioni, anche incenso: perché viene il Re.
Gesù, che tiene in mano le stelle dell’universo, e con ciò ogni potere, è da noi. Non è grandioso?
Gesù, che nell’apparizione a Giovanni è vestito da sommo sacerdote ebraico, celebra il suo pasto sacrificale con noi e si dà a noi da mangiare nella Santa Cena. Gesù non appare solo a Paolo, ai discepoli e a Giovanni, ma compare anche per noi.
2 La gloria di Gesù si contrappone alla gloria del mondo.
Giovanni si trova, come detto, su un’isola piccola e spoglia, Patmos. Di gloria non se ne vede molta. Si trovava, piuttoso, in un luogo da dove Giovanni era stato bandito: Efeso era un centro del culto dell’imperatore. Domiziano si faceva adorare come imperatore e come dio, con splendore e gloria, musica e incenso, titoli onorifici e preghiere obbligatorie per tutti. I cristiani non potevano recitare queste preghiere e quindi ebbero grossi problemi.
E Giovanni, con la sua visione, dall’isola li esorta: la vera gloria non è dall’imperatore, che si mette in mostra e si presenta come importante. La vera gloria e la vera luce si trovano da colui che ha davvero potere sulla vita e sulla morte. L’imperatore, con tutto il suo potere, alla fine è un essere umano mortale, che un giorno dovrà andarsene. Ma nostro Signore è l’Alfa e l’Omega, vive e resta viso e ha in mano le chiavi della morte e dell’ade.
Il vero splendore e la vera gloria non si trovano nella mostra di sé da parte di essere umani su questa terra, indipendentemente dal fatto che si trattasse del culto dell’imperatore in quell’epoca o che si tratti dei media sociali, oggi. Tutti coloro che, oggi, si presentano come belli, baciati dal successo e potenti, domani saranno di nuovo via.
Non fatevi ingannare da questa gloria recitata. Così come la luce vera viene dal sole, così la vera gloria viene da Dio, sempre e solo da Dio.
Il fatto che, nei nostri servizi divini, lodiamo e celebriamo Dio ha sempre anche l’effetto di limitare, relativizzare, smascherare altri detentori del potere. Dio è l’unico ad essere eterno; Gesù è l’unico ad avere in mano le stelle e, con l’universo, anche la nostra vita.
La gloria di Gesù è un’immagine che si oppone alla gloria del mondo.
Non solo come monito, ma per sollievo. Non devi più partecipare alla gare per la migliore prestazione intorno a te. Non devi essere la più bella, la più intelligente e quella di maggior successo, col numero più alto di follower. Godi della tua bellezza e dello splendore che Dio ti ha dato. Non sei mai più bella di come egli ti ha voluta!
3 Gesù non si limita ad apparire: mette la sua mano su di noi.
Giovanni non solo vede Gesù, non solo lo ascolta, ma lo percepisce, pure. Non resta una comparsa ottica. Non si limita a parole istruttive. La figura luminosa di Gesù pone la sua mano su Giovanni, chino, dicendo: “Non temere!”
Gesù non appare per farsi grande. Gesù non appare per dimostrare se stesso.
Gesù non appare per intimorire gli altri.
Gesù appare per toccare glli altri.
Il Gesù risorto, celeste non fa altro che quello che aveva fatto il Gesù terreno: tocca le persone per consolarle e salvarle.
Ci aspettiamo questo, dal servizio divino? Ci aspettiamo una predica interessante o altre persone interessanti o musica perfetta?
Oppure ci aspettiamo che Gesù ci tocchi, per trasformarci?
Quando Giovanni lo vede, gli cade ai piedi, come morto; e Gesù pone la mano destra su di lui, dicendo:
«Non temere, io sono il primo e l’ultimo, e il vivente.»
Concetto ostico: Giovanni comprende di essere in effetti, a fronte della gloria e potenza di Dio, solo un piccolo numero.
«Caddi ai suoi piedi come morto», dice.
Quanto spesso veniamo e siamo piccolissimi.
Quanto spesso siamo qui e siamo come morti.
Perché negli ultimi giorni tutto è andato storto; perché nessuno ci capisce davvero; perché nessuno ci ama davvero; perché la nostra salute è un disastro: quanto spesso ci sentiamo come morti!
Allora, Gesù viene da noi, pone la mano destra su di noi e dice:
“Non temere. I sono tutto per te! Io ho tutto quel che ti manca: amore, forza vitale, eternità.
L’apparizione di Gesù non è fine a se stessa, ma intende metterci in piedi, correggerci e renderci forti.
Il culto dell’imperatore rende forte l’imperatore. Il culto di Gesù rende forte te.
Questo, Giovanni l’ha capito; e questo dobbiamo capire anche noi.
Perciò, oggi, si parla di quest’apparizione di Gesù. E allora, in effetti, è indifferente che adesso sia Natale o Pasqua o che sia un giorno normalissimo. La cosa principale è che abbiamo davanti agli occhi Gesù.
Amen.