Efesini 3, 1-7

1 Per questo motivo io, Paolo, il prigioniero di Cristo Gesù per voi stranieri… 2 Senza dubbio avete udito parlare della dispensazione della grazia di Dio affidatami per voi; 3 come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui più sopra vi ho scritto in poche parole. 4 Leggendo, potrete capire la conoscenza che io ho del mistero di Cristo. 5 Nelle altre epoche non fu concesso ai figli degli uomini di conoscere questo mistero, così come ora, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di lui; 6 vale a dire che gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo, 7 di cui io sono diventato servitore secondo il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù della sua potenza.

Cara Comunità!

L’evento che celebriamo a Natale è spettacolare.

Il fatto che Dio divenisse uomo va oltre ogni immaginazione.

Sapere che nel Bambino di Betlemme era comparso nella vita del mondo il Dio vivente ha conseguenze imponenti. Dio diventa uomo. Appare in terra così. Questo capovolge tutto

E magari ci è chiaro anche che la Chiesa sono solo dedica una festa a quest’evento, a questa apparizione di Dio nel mondo, cercando di spiegarlo, ma che lo fa pure con un’altra festa, quella che celebriamo oggi: Epifania, Manifestazione.

Non dice niente di diverso dal Natale: Dio è apparso. Nel Bambino di Betlemme, egli ci viene vicinissimo. Cristo è apparso per riconciliarci. Con quest’Uomo, Dio mette in opera la nostra redenzione. Le conseguenze sono imponenti. Se Dio è davvero apparso qui, nella stalla di Betlemme, allora molte cose vanno ripensate in modo nuovo:

1) L’immagine di Dio

2) La redenzione

3) La validità di questa verità

Chi, pensando a Dio, pensa solo a dominatore remoto, invisibile, che resa inavvicinabile e appartato, dopo Betlemme deve effettuare un cambiamento imponente nel modo di pensare. Questo Dio non è appartato rispetto al mondo; non si nasconde dietro le nuvole, ma entra nel mezzo. Non solo come visitatore divino che scende dall’alto, ma come vero essere umano tra veri esseri umani, in condizioni umane in tutto e per tutto: nasce da una donna, nelle condizioni di questo mondo: povertà, sofferenza, debolezza, sporcizia. A tutto ciò che conosciamo, egli prende parte. Fin dall’inizio. Giace lì, miseramente, nudo, in una piccola mangiatoia.

Dio diventa vulnerabile e attaccabile. E l’attacco contro di lui non resta escluso: in croce, c’è la fine. Il Dio vulnerabile viene spento da esseri umani che feriscono. Solo la Resurrezione reintegra nel suo diritto questo Figlio di Dio davvero vulnerabile.

Il fatto che Dio possa essere così: debole, vulnerabile, piccolo, nudo, sporco di sangue, è qualcosa che nessuno si sarebbe immaginato prima. Nessun ebreo e nessun seguace di altre visioni del mondo lo avrebbe immaginato: se gli dei esistono, allora sono inattaccabili e forti.

Ancora oggi, l’umanità di Gesù è un osso duro nel dialogo con altre religioni ed è, in confronto ad esse, un caso unico.

Anche la Redenzione dobbiamo vederla in modo diverso, dopo la Manifestazione di Gesù: non è conseguita con il proprio miglioramento, con lo sforzo, con l’ubbidienza. La Redenzione non è un miglioramento: è guarigione di un paziente moribondo. Il mondo andò perduto; Cristo è nato.

Qui viene il Redentore. Noi veniamo salvati. È un evento passivo. Non possiamo tirarci fuori dalle sabbie mobili tirandoci su per i capelli. E quest’idea non si adatta a un’umanità superba.

Se qualcosa non si adatta, allora lo facciamo da noi. Così hanno sempre pensato umani superbi.

La verità della Redenzione per mezzo di un Bambino divino costituisce un’umiliazione profonda dell’umanità vanitosa. Forse è proprio per questo che la fede sperimenta così tanto rifiuto, al motto di: “redenzione? Non ne ho bisogno”. Anche qui, dopo Betlemme il mondo deve pensare in modo nuovo.

Il terzo punto cui dobbiamo pensare è l’ambito di validità di Gesù. È tema anche per Paolo che, al centro delle parole del nostro passo della lettera agli Efesini.

La validità della nostra fede non è limitata a un gruppo, una nazione o una cultura determinati, ma è universale. Ciò che io definisco “universale”, in modo così moderno, Paolo lo esprime così:

le genti sono incluse nella salvezza d’Israele. Questa, per i tempi, e in particolare per Paolo, fu una rivoluzione. Si distingueva nettamente tra gli ebrei, popolo prescelto di Dio, e tutte le altre genti.

Tutte le promesse, tutti i doni e la Legge del Dio di Abraamo, Isacco e Giacobbe valevano, naturalmente, solo per il popolo d’Israele. Se un Messia fosse arrivato, allora sarebbe venuto, naturalmente, per salvare Israele dalle genti malvagie!

Ma il fatto che ora, con Gesù, fosse venuto un Messia non solo per Israele, ma per tutti i popoli, era qualcosa di nuovo. Fu qualcosa di ostico da pensare, per la prima generazione di seguaci di Gesù.

Era, come dice così solennemente Paolo, un mistero che ora Dio aveva svelato.

Paolo parla del “mistero di Cristo”, che non era stato resto noto in precedenza ai figli degli uomini.

Ma adesso è rivelato ai suo santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito; ciò significa che le genti sono coeredi e che appartengono al suo corpo. Prima, non solo in Israele, vigeva un’idea del tutto differente: ogni popolo ha la propria fede. Ogni popolo ha il proprio Dio e può succedere che gli dei combattano l’uno contro l’altro: Marduk contro Cos oppure Marte contro Baal. Quando i popoli si fanno la guerra, anche i rispettivi dei della guerra combattono l’uno contro l’altro e il più forte vince. Gli dei della guerra hanno senso solo se ogni popolo ha il proprio Dio. Un Dio universale, competente per tutti i popoli, è difficile che possa parteggiare solo per un gruppo. Ciò, purtroppo, fino ad oggi non ha impedito alle nazioni cristiane di procedere contro altre nazioni cristiani in nome di Dio.

Ogni popolo ha il proprio Dio. E ogni religione ha, di conseguenza, un raggio d’azione limitato. La mappa religiosa è, in qualche modo, suddivisa.

Non c’è un solo Dio per tutti, ma ogni cultura ha la propria fede.

Per quanto quest’idea fosse ridicola già per i filosofi greci, che partivano dal presupposto che esistesse un solo fondamento dell’essere, essa è di nuovo amata oggi: la molteplicità religiosa va di moda. Ogni popolo, ogni cultura, ogni gruppo deve avere la propria fede. Un solo Dio, che cme unico Creatore ha diritto su tutte le sue creature, è un’idea pericolosa, imperialistica. Una religione che pretenda di avere validità universale è considerata sospetta. La missione cristiana che si spinge in territori che non hanno mai sentito parlare di Cristo viene messa in discussione. Lasciate ad ogni cultura la sua fede!

Questa ritrosia cauta; questa limitazione del cristianesimo alla propria cerchia ha, probabilmente, buone intenzioni, ma non è in sintonia con l’evento di Natale, con la Manifestazione di Dio in terra.

Che, infatti, ha infranto i confini vigenti della religione.

Che ha infranto i confini vigenti della cultura.

Che ha infranto i confini vigenti tra gli stati.

 

Conoscete tutti le storie che abbiamo ascoltato oggi.

Maria e Giuseppe varcano diversi confini tra stati, prima e dopo la nascita di Gesù. Il Bambino divino non nacque solo stabilmente al centro del potere, ma, in qualche modo, per strada.

Non risiedette in un palazzo stabile ma, come dice con espressione bella e chiara l’evangelista Giovanni, “pose la sua tenda” tra noi. A venire dal Neonato non furono solo, come era uso all’epoca, solo parenti donne, ma anche pastori estranei. E l’annuncio della nascita non raggiunse solo gli ebrei pii, ma anche gli astrologi dell’Oriente. Astrologi da Oriente, che traevano dalle costellazioni celesti informazioni sugli eventi nel mondo e per i quali gli astri avevano anche significato divino: a pensarci, agli ebrei pii si rivoltava lo stomaco. Queste cose erano lontane ed estranee a Israele.

 

E adesso vengono propri questi Magi, dall’Oriente, attraversando diversi confini di stato e cadono in ginocchio davanti al Bambino Gesù.

Questa manifestazione di Dio non può restare all’interno dei confini d’Israele. Questa stella in cielo non fu vista solo sopra la terra di Giuda, ma fu vista, come ogni astro, da lontano.

La luce del sole e lo splendore delle stesse non si possono limitare a una sola terra, a una sola cultura, a una sola tradizione.

Essi irradiano luce ovunque. I loro raggi non possono essere catturati né fermati da ostacoli.

Così, la validità di Gesù Cristo vale in tutto il mondo.

Gli ebrei, come Paolo, devono riconoscere che questo Messia non è solo il loro redentore.

E i popoli pagani devono riconoscere che questo Salvatore, che era rimasto ad essi ignoto fino a quel momento, è valido anche per loro. Questa fede attraversa i confini, fin dall’inizio.

E questa festa, con la sua storia di astrologi orientali, è fino al giorno d’oggi simbolo di questa fede in Gesù Cristo, che attraversa i confini. E la stella che apparve in cielo allora simboleggia la validità universale di questo Redentore neonato. La stella del mattino, di cui cantiamo spesso, riluce non solo per me personalmente e non illumina solo la mia paura e la mia pena, ma splende per tutti coloro che vagano nelle tenebre: anche per quelli che non sanno nulla dello splendore di questa stella del mattino.

Le stelle splendono, che le si guardi o no!

 

Il cristianesimo o, per dirla in modo più cauto, la fede in Gesù Cristo è necessariamente fede che attraversa i confini. Un cristianesimo che si limiti a gruppi nazionali, culturali o censuali, è sbagliato.

Gesù è venuto per tutti. Per i ricchi e per i poveri, per i vicini e per i lontani, per i pii e per quelli che non sono tanto pii; anzi, è venuto perfino per i peccatori più malvagi.

 

Questo, per Paolo, che era così tanto legato alle promesse a Israele e alla sua elezione, fu ostico da capire. Questo, oggi, è ostico da capire per coloro che, per sensibilità culturale e apprezzamento, vogliono lasciare spazio alle altre religioni.

Ma per entrambi vale questo: la validità universale di Gesù Cristo è tanto vera quanto ne è delicata la mediazione. Paolo parla di un mistero rivelato. Matteo scrive di una stella che è sorta.

Di concetti di violenza, qui, non c’è traccia alcuna.

L’universalità di Dio non viene nel temporale, ma nella luce di una stella; non viene come insegnamento ufficiale, ma si manifesta come un mistero.

Vale la pena dare uno sguardo al contenuto di questo mistero, che vale per tutti i popoli.

Che cosa va trasmesso ai popoli?

La nostra cultura, la nostra lingua, i nostri valori, le nostre relazioni economiche?

No; Paolo parla soltanto di “promessa in Cristo Gesù”: niente di più ma neanche niente di meno!

E come questa venga accolta; come Dio attui quest’azione promessa in Gesù Cristo; come il frutto appaia nelle altre culture: tutto questo è affar suo.

Ma il fatto che Dio sia interessato a tutti gli esseri umani del mondo e che sia venuto per loro in Gesù, è fuori discussione. I popoli pagani sono eredi della grazia di Dio. Solo che non lo sanno ancora. Eredi che non sanno ancora della loro eredità. Succede, a volte. Mi è già capitato di vedere casi in cui qualcuno è stato nominato erede e che l’abbia saputo solo dopo la morte del testatore. Di solito, viene incaricato di ciò un avvocato, che trova e informa gli eredi. Successe a mia madre, dopo la morte di un lontano cugino, senza figli. Un avvocato riunì tutti i parenti, vendette la casa e divise il ricavato tra gli eredi. Mia madre non aveva avuto alcun contatto con quest’uomo e non sapeva nulla delle sue proprietà.

Ma voi sarete d’accordo che gli eredi vadano informati. Sarebbe un reato tenere segreta un’eredità; lo potrebbe fare un avvocato corrotto.

Che l’eredità vanga accettata o no, è un’altra questione. La persona informata può decidere da sola. Ma deve essere informata.

Che si creda in Gesù, lo si segua è cosa che ogni persona deve decidere da sola.

Ma dev’essere informata.

Il tesoro in cielo attende i suoi eredi e nessuno ha il diritto di sottrarre quest’eredità, né per particolarismo religioso né per falso rispetto.

I misteri vogliono essere svelati.

I bambini sono sempre molto fieri, quando gli si affida un segreto, un mistero sussurrandoglielo all’orecchio. Quanto sarebbe bello riconoscere in noi cristiani questa fierezza, non perché siamo migliori degli altri, ma perché siamo iniziati al mistero del mondo,

perché gli angeli ce l’hanno sussurrato all’orecchio e quindi noi possiamo appartenere alla stimata cerchia degli iniziati. I misteri vogliono essere compresi.

I misteri che interessano la nostra vita e la cambiano, a maggior ragione!

Amen.Efesini 3, 1-7

1 Per questo motivo io, Paolo, il prigioniero di Cristo Gesù per voi stranieri… 2 Senza dubbio avete udito parlare della dispensazione della grazia di Dio affidatami per voi; 3 come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui più sopra vi ho scritto in poche parole. 4 Leggendo, potrete capire la conoscenza che io ho del mistero di Cristo. 5 Nelle altre epoche non fu concesso ai figli degli uomini di conoscere questo mistero, così come ora, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di lui; 6 vale a dire che gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo, 7 di cui io sono diventato servitore secondo il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù della sua potenza.

Cara Comunità!

L’evento che celebriamo a Natale è spettacolare.

Il fatto che Dio divenisse uomo va oltre ogni immaginazione.

Sapere che nel Bambino di Betlemme era comparso nella vita del mondo il Dio vivente ha conseguenze imponenti. Dio diventa uomo. Appare in terra così. Questo capovolge tutto

E magari ci è chiaro anche che la Chiesa sono solo dedica una festa a quest’evento, a questa apparizione di Dio nel mondo, cercando di spiegarlo, ma che lo fa pure con un’altra festa, quella che celebriamo oggi: Epifania, Manifestazione.

Non dice niente di diverso dal Natale: Dio è apparso. Nel Bambino di Betlemme, egli ci viene vicinissimo. Cristo è apparso per riconciliarci. Con quest’Uomo, Dio mette in opera la nostra redenzione. Le conseguenze sono imponenti. Se Dio è davvero apparso qui, nella stalla di Betlemme, allora molte cose vanno ripensate in modo nuovo:

1) L’immagine di Dio

2) La redenzione

3) La validità di questa verità

Chi, pensando a Dio, pensa solo a dominatore remoto, invisibile, che resa inavvicinabile e appartato, dopo Betlemme deve effettuare un cambiamento imponente nel modo di pensare. Questo Dio non è appartato rispetto al mondo; non si nasconde dietro le nuvole, ma entra nel mezzo. Non solo come visitatore divino che scende dall’alto, ma come vero essere umano tra veri esseri umani, in condizioni umane in tutto e per tutto: nasce da una donna, nelle condizioni di questo mondo: povertà, sofferenza, debolezza, sporcizia. A tutto ciò che conosciamo, egli prende parte. Fin dall’inizio. Giace lì, miseramente, nudo, in una piccola mangiatoia.

Dio diventa vulnerabile e attaccabile. E l’attacco contro di lui non resta escluso: in croce, c’è la fine. Il Dio vulnerabile viene spento da esseri umani che feriscono. Solo la Resurrezione reintegra nel suo diritto questo Figlio di Dio davvero vulnerabile.

Il fatto che Dio possa essere così: debole, vulnerabile, piccolo, nudo, sporco di sangue, è qualcosa che nessuno si sarebbe immaginato prima. Nessun ebreo e nessun seguace di altre visioni del mondo lo avrebbe immaginato: se gli dei esistono, allora sono inattaccabili e forti.

Ancora oggi, l’umanità di Gesù è un osso duro nel dialogo con altre religioni ed è, in confronto ad esse, un caso unico.

Anche la Redenzione dobbiamo vederla in modo diverso, dopo la Manifestazione di Gesù: non è conseguita con il proprio miglioramento, con lo sforzo, con l’ubbidienza. La Redenzione non è un miglioramento: è guarigione di un paziente moribondo. Il mondo andò perduto; Cristo è nato.

Qui viene il Redentore. Noi veniamo salvati. È un evento passivo. Non possiamo tirarci fuori dalle sabbie mobili tirandoci su per i capelli. E quest’idea non si adatta a un’umanità superba.

Se qualcosa non si adatta, allora lo facciamo da noi. Così hanno sempre pensato umani superbi.

La verità della Redenzione per mezzo di un Bambino divino costituisce un’umiliazione profonda dell’umanità vanitosa. Forse è proprio per questo che la fede sperimenta così tanto rifiuto, al motto di: “redenzione? Non ne ho bisogno”. Anche qui, dopo Betlemme il mondo deve pensare in modo nuovo.

Il terzo punto cui dobbiamo pensare è l’ambito di validità di Gesù. È tema anche per Paolo che, al centro delle parole del nostro passo della lettera agli Efesini.

La validità della nostra fede non è limitata a un gruppo, una nazione o una cultura determinati, ma è universale. Ciò che io definisco “universale”, in modo così moderno, Paolo lo esprime così:

le genti sono incluse nella salvezza d’Israele. Questa, per i tempi, e in particolare per Paolo, fu una rivoluzione. Si distingueva nettamente tra gli ebrei, popolo prescelto di Dio, e tutte le altre genti.

Tutte le promesse, tutti i doni e la Legge del Dio di Abraamo, Isacco e Giacobbe valevano, naturalmente, solo per il popolo d’Israele. Se un Messia fosse arrivato, allora sarebbe venuto, naturalmente, per salvare Israele dalle genti malvagie!

Ma il fatto che ora, con Gesù, fosse venuto un Messia non solo per Israele, ma per tutti i popoli, era qualcosa di nuovo. Fu qualcosa di ostico da pensare, per la prima generazione di seguaci di Gesù.

Era, come dice così solennemente Paolo, un mistero che ora Dio aveva svelato.

Paolo parla del “mistero di Cristo”, che non era stato resto noto in precedenza ai figli degli uomini.

Ma adesso è rivelato ai suo santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito; ciò significa che le genti sono coeredi e che appartengono al suo corpo. Prima, non solo in Israele, vigeva un’idea del tutto differente: ogni popolo ha la propria fede. Ogni popolo ha il proprio Dio e può succedere che gli dei combattano l’uno contro l’altro: Marduk contro Cos oppure Marte contro Baal. Quando i popoli si fanno la guerra, anche i rispettivi dei della guerra combattono l’uno contro l’altro e il più forte vince. Gli dei della guerra hanno senso solo se ogni popolo ha il proprio Dio. Un Dio universale, competente per tutti i popoli, è difficile che possa parteggiare solo per un gruppo. Ciò, purtroppo, fino ad oggi non ha impedito alle nazioni cristiane di procedere contro altre nazioni cristiani in nome di Dio.

Ogni popolo ha il proprio Dio. E ogni religione ha, di conseguenza, un raggio d’azione limitato. La mappa religiosa è, in qualche modo, suddivisa.

Non c’è un solo Dio per tutti, ma ogni cultura ha la propria fede.

Per quanto quest’idea fosse ridicola già per i filosofi greci, che partivano dal presupposto che esistesse un solo fondamento dell’essere, essa è di nuovo amata oggi: la molteplicità religiosa va di moda. Ogni popolo, ogni cultura, ogni gruppo deve avere la propria fede. Un solo Dio, che cme unico Creatore ha diritto su tutte le sue creature, è un’idea pericolosa, imperialistica. Una religione che pretenda di avere validità universale è considerata sospetta. La missione cristiana che si spinge in territori che non hanno mai sentito parlare di Cristo viene messa in discussione. Lasciate ad ogni cultura la sua fede!

Questa ritrosia cauta; questa limitazione del cristianesimo alla propria cerchia ha, probabilmente, buone intenzioni, ma non è in sintonia con l’evento di Natale, con la Manifestazione di Dio in terra.

Che, infatti, ha infranto i confini vigenti della religione.

Che ha infranto i confini vigenti della cultura.

Che ha infranto i confini vigenti tra gli stati.

 

Conoscete tutti le storie che abbiamo ascoltato oggi.

Maria e Giuseppe varcano diversi confini tra stati, prima e dopo la nascita di Gesù. Il Bambino divino non nacque solo stabilmente al centro del potere, ma, in qualche modo, per strada.

Non risiedette in un palazzo stabile ma, come dice con espressione bella e chiara l’evangelista Giovanni, “pose la sua tenda” tra noi. A venire dal Neonato non furono solo, come era uso all’epoca, solo parenti donne, ma anche pastori estranei. E l’annuncio della nascita non raggiunse solo gli ebrei pii, ma anche gli astrologi dell’Oriente. Astrologi da Oriente, che traevano dalle costellazioni celesti informazioni sugli eventi nel mondo e per i quali gli astri avevano anche significato divino: a pensarci, agli ebrei pii si rivoltava lo stomaco. Queste cose erano lontane ed estranee a Israele.

 

E adesso vengono propri questi Magi, dall’Oriente, attraversando diversi confini di stato e cadono in ginocchio davanti al Bambino Gesù.

Questa manifestazione di Dio non può restare all’interno dei confini d’Israele. Questa stella in cielo non fu vista solo sopra la terra di Giuda, ma fu vista, come ogni astro, da lontano.

La luce del sole e lo splendore delle stesse non si possono limitare a una sola terra, a una sola cultura, a una sola tradizione.

Essi irradiano luce ovunque. I loro raggi non possono essere catturati né fermati da ostacoli.

Così, la validità di Gesù Cristo vale in tutto il mondo.

Gli ebrei, come Paolo, devono riconoscere che questo Messia non è solo il loro redentore.

E i popoli pagani devono riconoscere che questo Salvatore, che era rimasto ad essi ignoto fino a quel momento, è valido anche per loro. Questa fede attraversa i confini, fin dall’inizio.

E questa festa, con la sua storia di astrologi orientali, è fino al giorno d’oggi simbolo di questa fede in Gesù Cristo, che attraversa i confini. E la stella che apparve in cielo allora simboleggia la validità universale di questo Redentore neonato. La stella del mattino, di cui cantiamo spesso, riluce non solo per me personalmente e non illumina solo la mia paura e la mia pena, ma splende per tutti coloro che vagano nelle tenebre: anche per quelli che non sanno nulla dello splendore di questa stella del mattino.

Le stelle splendono, che le si guardi o no!

 

Il cristianesimo o, per dirla in modo più cauto, la fede in Gesù Cristo è necessariamente fede che attraversa i confini. Un cristianesimo che si limiti a gruppi nazionali, culturali o censuali, è sbagliato.

Gesù è venuto per tutti. Per i ricchi e per i poveri, per i vicini e per i lontani, per i pii e per quelli che non sono tanto pii; anzi, è venuto perfino per i peccatori più malvagi.

 

Questo, per Paolo, che era così tanto legato alle promesse a Israele e alla sua elezione, fu ostico da capire. Questo, oggi, è ostico da capire per coloro che, per sensibilità culturale e apprezzamento, vogliono lasciare spazio alle altre religioni.

Ma per entrambi vale questo: la validità universale di Gesù Cristo è tanto vera quanto ne è delicata la mediazione. Paolo parla di un mistero rivelato. Matteo scrive di una stella che è sorta.

Di concetti di violenza, qui, non c’è traccia alcuna.

L’universalità di Dio non viene nel temporale, ma nella luce di una stella; non viene come insegnamento ufficiale, ma si manifesta come un mistero.

Vale la pena dare uno sguardo al contenuto di questo mistero, che vale per tutti i popoli.

Che cosa va trasmesso ai popoli?

La nostra cultura, la nostra lingua, i nostri valori, le nostre relazioni economiche?

No; Paolo parla soltanto di “promessa in Cristo Gesù”: niente di più ma neanche niente di meno!

E come questa venga accolta; come Dio attui quest’azione promessa in Gesù Cristo; come il frutto appaia nelle altre culture: tutto questo è affar suo.

Ma il fatto che Dio sia interessato a tutti gli esseri umani del mondo e che sia venuto per loro in Gesù, è fuori discussione. I popoli pagani sono eredi della grazia di Dio. Solo che non lo sanno ancora. Eredi che non sanno ancora della loro eredità. Succede, a volte. Mi è già capitato di vedere casi in cui qualcuno è stato nominato erede e che l’abbia saputo solo dopo la morte del testatore. Di solito, viene incaricato di ciò un avvocato, che trova e informa gli eredi. Successe a mia madre, dopo la morte di un lontano cugino, senza figli. Un avvocato riunì tutti i parenti, vendette la casa e divise il ricavato tra gli eredi. Mia madre non aveva avuto alcun contatto con quest’uomo e non sapeva nulla delle sue proprietà.

Ma voi sarete d’accordo che gli eredi vadano informati. Sarebbe un reato tenere segreta un’eredità; lo potrebbe fare un avvocato corrotto.

Che l’eredità vanga accettata o no, è un’altra questione. La persona informata può decidere da sola. Ma deve essere informata.

Che si creda in Gesù, lo si segua è cosa che ogni persona deve decidere da sola.

Ma dev’essere informata.

Il tesoro in cielo attende i suoi eredi e nessuno ha il diritto di sottrarre quest’eredità, né per particolarismo religioso né per falso rispetto.

I misteri vogliono essere svelati.

I bambini sono sempre molto fieri, quando gli si affida un segreto, un mistero sussurrandoglielo all’orecchio. Quanto sarebbe bello riconoscere in noi cristiani questa fierezza, non perché siamo migliori degli altri, ma perché siamo iniziati al mistero del mondo,

perché gli angeli ce l’hanno sussurrato all’orecchio e quindi noi possiamo appartenere alla stimata cerchia degli iniziati. I misteri vogliono essere compresi.

I misteri che interessano la nostra vita e la cambiano, a maggior ragione!

Amen.

Epifania – Pastore Dr. Jonas