Luca 5, 1-11
Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio, 2 Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti. 3 Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla.
4 Come ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le vostre reti per pescare». 5 Simone rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti». 6 E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le loro reti si rompevano. 7 Allora fecero segno ai loro compagni dell’altra barca di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutte e due le barche, tanto che affondavano. 8 Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9 Perché spavento aveva colto lui e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi, 10 e così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; da ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.
Cara Comunità!
I pescatori prendono pesci. O no?
Noi tutti, almeno per quanto riguarda il nostro lavoro principale, non siamo pescatori e, oggi, ascoltiamo questo racconto del Vangelo sulla pesca sul Lago di Genezareth.
Simon Pietro è pescatore. Non ha preso alcun pesce. Almeno, non all’inizio. Per tutta la notte, ha pescato, lavorato e non ha preso nulla.
E quando, al cenno di un uomo che, alla fine dell’episodio, chiamerà Signore, andrà di nuovo al centro del lago, prendendo molti più pesci di quelli che le reti possano trattenere, allora il pescatore darà le spalle ai pesci e alla barca e seguirà colui che gli avrà donato questa pesca.
È finita, con il lavoro esercitato fino a quel momento.
I pescatori prendono pesci.
Ma adesso vale questo: i discepoli pescano esseri umani.
Simon Pietro, pescatore di pesci, diventerà un pescatore di esseri umani.
E diventerà l’apostolo su cui il Signore edificherà la sua chiesa.
La pesca, all’inizio della storia, è un lavoro e, alla fine, è solo una metafora di questo racconto ricco di simboli.
Il lago, la riva, le rocce, la barca, i pesci…
Questo racconto è davvero dotato di un doppio fondo.
E, nel suo avere non doppio fondo, è senza fondo.
Naturalmente, la Natura stessa, nelle sue forme, ha molti significati e Goethe ci ha avvertiti:
Osservando la Natura,
dovete sempre considerare l’uno come il tutto. (Epirrhema)
Ma non possiamo restare fermi alle tante belle singolarità; dobbiamo, invece, vedere quale sia il contesto di questo racconto biblico ricco d’immagini.
Così come anche nella fede, per altro, siamo invitati a intendere la nostra vita non solo come successione di molte singolarità (belle e interessanti), ma a vedervi, dietro e soprattutto e dopo tutto, uno scopo e un filo rosso.
Per riuscirci basta soltanto guardare bene! E lo facciamo in ogni culto.
Già all’inizio della storia, essa si fa senza fondo. Come sempre, quando la Parola di Dio incontra gli esseri umani.
La folla stringe intorno a Gesù per ascoltare la Parola di Dio. Possiamo farcene un’idea: quelli che stanno davanti lo sentono bene; quelli che stanno dietro, non lo sentono per niente bene.
E il figlio del carpentiere di Nazareth decide di andare sull’acqua.
Non per volgere le spalle al popolo!, ma, al contrario, Gesù lascia la terra, su cui si ha terreno solido sotto i piedi, e si fa portare un poco distante, sul lago, affinché tutti possano sentirlo.
Tutti quelli che si trovano sulla riva, con terreno solido sotto i piedi, per ascoltare la Parola di Dio.
Sì, cara Comunità, siamo così, quando ascoltiamo la Parola di Dio.
Stiamo e restiamo volentieri sulla riva sicura. Non vogliamo perdere la terra sotto i piedi, quando qualcuno deve dirci qualcosa di incisivo, di decisivo per la vita.
Comunque, si ascolta. È già qualcosa. Dalla riva, si può ascoltare tranquilli, facendosi un’opinione. Si può decidere tra sé con calma: voglio continuare ad ascoltare? Mi interessano queste storie e parabole del regno dei cieli? Voglio ascoltare ancora questo predicatore di Nazareth? Posso dire di averne abbastanza delle sue parole?
Oppure, si può pervenire alla conclusione opposta. Si alzano le sopracciglia e ci si domanda: che roba è questa?, e si va via.
Ma il Predicatore della Parola di Dio, almeno nel nostro racconto, si distingue in maniera significativa da tutti questi ascoltatori che stanno sulla riva, con terra solida sotto i piedi. Non ha terra solida sotto i piedi. Il suo appoggio è una barca di pescatori. Che poggia sull’acqua. Senza assi né strutture di ferro. È una scena meravigliosa, non priva di simbolismo.
Il Figlio di Dio, Gesù, che è la Via, la Verità e la Vita, si mette su un pavimento che dondola; lascia la riva sicura per portare il suo messaggio di salvezza.
E chi, fino ad oggi, voglia essere predicatore, chi sia chiamato ad essere servitore della Parola divina, si allontana, doverosamente, in qualche modo, dalla riva sicura. La sua esistenza diventa senza fondo. Come, in effetti, ogni esistenza cristiana che abbia compreso qualcosa.
Ma deve trovare il suo fondamento. Che però dev’essere un altro, rispetto alla riva, presunta sicura, su cui stanno in piedi le persone.
Dev’essere un’ancora che regga in eterno.
Simon Pietro, senza rendersene conto, è già sulla via che porta a trovare questo fondamento.
È già in cammino verso la meta, quando il Signore lo manda al centro del lago: lì, dove l’acqua è più profonda.
Il predicatore della Parola di Dio si mischia nella vita dei pescatori.
Il suo consiglio inesperto, “Va’ dov’è più fondo!”, stupisce l’esperto. Comunque, ha lavorato tutta le notte senza prendere nulla.
Lavorare l’intera notte senza prendere nulla: ne sappiamo qualcosa. A me, come lavoratore da scrivania, succede più spesso che a pescatori propriamente detti. Quanto più si è concentrati sul successo, tanto più è probabile l’insuccesso. Alla scrivania, accade di fare la stessa esperienza dei pescatori: lavorare tutta la notte, senza aver capito, compreso, inteso niente ma proprio niente.
Per tutta la notte, restare svegli a pensare e non cavarne niente.
Niente che sia la soluzione; niente che si possa mettere su carta; niente che si possa presentare ai colleghi il giorno dopo.
È così alla scrivania del pastore, così come in molti altri luoghi, dove si fa quest’esperienza opprimente: lo zelo con cui si è agito non ha portato alcun successo! C’è da disperarsi.
Il figlio del carpentiere, che predica, lo fa muovere ancora, benché di pesca ne capisca davvero poco.
“Sulla tua parola”, dice Simon Pietro. L’artigiano berlinese direbbe, in tono leggermente imbronciato “Wenn se meenen, Mester…”, che corrisponde al romano “se lo dite voi, sor Mae’…”. E si rimette all’opera: esce con i suoi compagni, getta le reti e si meraviglia. Perché questa pesca è più che riuscita. Le reti rischiano di rompersi. La ricchezza del creato diventa visibile.
La parola del figlio di carpentiere, che predica, su cui Pietro, dopo una notte di lavoro vano, è uscito di nuovo (“se lo dite voi, sor Mae’…), questa parola è stata qualcosa di più di una dritta.
“Qui sono le forze robuste, la potenza inesauribile;
questo mostrano le creature, fatte dalla tua mano:
il cielo e la terra con tutta la loro schiera,
dei pesci il numero incalcolabile nel gran mare selvaggio.” (EG 302,3)
Qui dev’essere all’opera la forza creatrice.
E il predicatore di Nazareth è, in qualche modo, legato a questa potenza.
Dio era presente, allora, sul lago di Genezareth. Il Dio eternamente ricco, tra pesci e pescatori.
La pesca sovrabbondante che finisce nella rete di Pietro non scatena alcun giubilo in vista dei profitti, ma solo sgomento.
“Spavento aveva colto lui e tutti quelli che erano con lui”.
Invece di giubilo, spavento: spavento per l’inesauribile potenza creatrice di Dio!
I pescatori, che altrimenti avevano a che fare solo con altre creature (in modo darwiniano), creatura con creatura, adesso si imbattono nel Creatore.
“Qui sono le forze robuste, la potenza inesauribile;
questo mostrano le creature, fatte dalla tua mano”.
Lo sfondo divino del racconto si è spostato sul suo proscenio terreno. Sì, cara Comunità, può accadere.
Pietro, allora, s’inginocchia. Si getta ai piedi dell’uomo che, evidentemente, è legato al Creatore.
Comincia, anzi, no: non comincia a ringraziare, ma a incolpare se stesso.
«Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».
Invece di cercare la vicinanza creatrice di questo Gesù, Pietro mette distanza; la distanza che si addice a un peccatore di fronte al suo Creatore.
«Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».
La confessione di peccato di Pietro è, al tempo stesso, confessione della divinità di Gesù.
Ma è la cosa più sciocca che un peccatore possa fare, di fronte alle forze robuste e alla potenza inesauribile di Dio. Pio, ma sciocco!
Non “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”.
Ma “Signore, vieni da me, vieni vicinissimo, perché sono un peccatore!”. Questa sarebbe una confessione di peccato buona e vera perché utile. Al peccatore giova solo la presenza di colui che può vincere e perdonare anche il peccato.
Gesù non va via senza aver tolto la paura al peccatore né senza aver perso con sé Simon Pietro peccatore.
Di più: Simone era un pescatore. E i pescatori prendono i pesci.
Il peccatore Simon Pietro, da quel momento in poi, pescherà esseri umani. Finirà come apostolo.
Noi non siamo tutti apostoli né lo diventeremo. Ma diventare pescatori di esseri umani vuol dire avvicinare le persone e Dio e questo è anche il nostro obiettivo.
Che, facendolo, si abbiano “pesche” abbondanti come quella di allora al lago di Genezareth, Dio non l’ha promesso nemmeno a Pietro.
La categoria del successo e dei numeri è ben misera cosa, quando si tratta della gioia di incontrare Dio. Qui è un’altra categoria a risultare più appropriata: quella del miracolo.
La metafora della pesca di esseri umani è comunque ricca di contenuto.
Può condurre a fraintendimenti devastanti. Luca, qui, l’ha formulata apposta in modo più cauto di quanto abbiano fatto gli evangelisti Marco e Matteo.
Perché che persone finiscano nella rete o che restino attaccate all’amo come pesci non è volontà di Gesù! Questo lo sostengono solo gli ideologi. Che ci saranno sempre, anche tra i teologi. Purtroppo!
I veri pescatori di esseri umani sono quelli che lacerano le brutte reti che ci tengono prigionieri o in cui siamo rimasti impigliati. I pescatori di esseri umani alla sequela di Gesù sono gli agenti della libertà: della libertà creatrice di Dio.
A questa libertà siamo incoraggiati, in effetti, in ogni culto. E chi si fa incoraggiare ripetutamente, si distinguerà forse anche, in bene, da Simon Pietro, vale a dire nel fatto di non abbassarsi, ma di ridere di cuore perché, in nome di Dio, può ridere del proprio peccato.
In effetti, Simon Pietro avrebbe dovuto ridere sonoramente.
Per primo, della propria stoltezza: la sua consapevolezza del peccato voleva allontanare il Signore, proprio colui che è l’unico che possa liberare dal peccato!
Una battuta ironica malriuscita; una battuta su cui, dopo, si può solo ridere; dopo che Pietro da pescatore è diventato apostolo.
I pescatori prendono i pesci. Questa era la normalità, nella vita.
Da ora in poi, sono esseri umani. Pietro diventa pescatore di esseri umani, ma senza amo né rete, bensì solo con la parola.
Pescare con la parola: che ironia!
Ma stavolta, è un’ironia ben riuscita. Un’ironia che è venuta in mente al buon Dio stesso.
Su questo punto si può ridere liberati.
La Parola di Dio, la Parola di Gesù, detta dalla barca dondolante,
contro tutte le resistenze della ragione e della durezza di comprendonio umana,
porta a lacerare le reti.
E questo fanno fino ad oggi.
Amen.Luca 5, 1-11
Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio, 2 Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti. 3 Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla.
4 Come ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le vostre reti per pescare». 5 Simone rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti». 6 E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le loro reti si rompevano. 7 Allora fecero segno ai loro compagni dell’altra barca di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutte e due le barche, tanto che affondavano. 8 Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9 Perché spavento aveva colto lui e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi, 10 e così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; da ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.
Cara Comunità!
I pescatori prendono pesci. O no?
Noi tutti, almeno per quanto riguarda il nostro lavoro principale, non siamo pescatori e, oggi, ascoltiamo questo racconto del Vangelo sulla pesca sul Lago di Genezareth.
Simon Pietro è pescatore. Non ha preso alcun pesce. Almeno, non all’inizio. Per tutta la notte, ha pescato, lavorato e non ha preso nulla.
E quando, al cenno di un uomo che, alla fine dell’episodio, chiamerà Signore, andrà di nuovo al centro del lago, prendendo molti più pesci di quelli che le reti possano trattenere, allora il pescatore darà le spalle ai pesci e alla barca e seguirà colui che gli avrà donato questa pesca.
È finita, con il lavoro esercitato fino a quel momento.
I pescatori prendono pesci.
Ma adesso vale questo: i discepoli pescano esseri umani.
Simon Pietro, pescatore di pesci, diventerà un pescatore di esseri umani.
E diventerà l’apostolo su cui il Signore edificherà la sua chiesa.
La pesca, all’inizio della storia, è un lavoro e, alla fine, è solo una metafora di questo racconto ricco di simboli.
Il lago, la riva, le rocce, la barca, i pesci…
Questo racconto è davvero dotato di un doppio fondo.
E, nel suo avere non doppio fondo, è senza fondo.
Naturalmente, la Natura stessa, nelle sue forme, ha molti significati e Goethe ci ha avvertiti:
Osservando la Natura,
dovete sempre considerare l’uno come il tutto. (Epirrhema)
Ma non possiamo restare fermi alle tante belle singolarità; dobbiamo, invece, vedere quale sia il contesto di questo racconto biblico ricco d’immagini.
Così come anche nella fede, per altro, siamo invitati a intendere la nostra vita non solo come successione di molte singolarità (belle e interessanti), ma a vedervi, dietro e soprattutto e dopo tutto, uno scopo e un filo rosso.
Per riuscirci basta soltanto guardare bene! E lo facciamo in ogni culto.
Già all’inizio della storia, essa si fa senza fondo. Come sempre, quando la Parola di Dio incontra gli esseri umani.
La folla stringe intorno a Gesù per ascoltare la Parola di Dio. Possiamo farcene un’idea: quelli che stanno davanti lo sentono bene; quelli che stanno dietro, non lo sentono per niente bene.
E il figlio del carpentiere di Nazareth decide di andare sull’acqua.
Non per volgere le spalle al popolo!, ma, al contrario, Gesù lascia la terra, su cui si ha terreno solido sotto i piedi, e si fa portare un poco distante, sul lago, affinché tutti possano sentirlo.
Tutti quelli che si trovano sulla riva, con terreno solido sotto i piedi, per ascoltare la Parola di Dio.
Sì, cara Comunità, siamo così, quando ascoltiamo la Parola di Dio.
Stiamo e restiamo volentieri sulla riva sicura. Non vogliamo perdere la terra sotto i piedi, quando qualcuno deve dirci qualcosa di incisivo, di decisivo per la vita.
Comunque, si ascolta. È già qualcosa. Dalla riva, si può ascoltare tranquilli, facendosi un’opinione. Si può decidere tra sé con calma: voglio continuare ad ascoltare? Mi interessano queste storie e parabole del regno dei cieli? Voglio ascoltare ancora questo predicatore di Nazareth? Posso dire di averne abbastanza delle sue parole?
Oppure, si può pervenire alla conclusione opposta. Si alzano le sopracciglia e ci si domanda: che roba è questa?, e si va via.
Ma il Predicatore della Parola di Dio, almeno nel nostro racconto, si distingue in maniera significativa da tutti questi ascoltatori che stanno sulla riva, con terra solida sotto i piedi. Non ha terra solida sotto i piedi. Il suo appoggio è una barca di pescatori. Che poggia sull’acqua. Senza assi né strutture di ferro. È una scena meravigliosa, non priva di simbolismo.
Il Figlio di Dio, Gesù, che è la Via, la Verità e la Vita, si mette su un pavimento che dondola; lascia la riva sicura per portare il suo messaggio di salvezza.
E chi, fino ad oggi, voglia essere predicatore, chi sia chiamato ad essere servitore della Parola divina, si allontana, doverosamente, in qualche modo, dalla riva sicura. La sua esistenza diventa senza fondo. Come, in effetti, ogni esistenza cristiana che abbia compreso qualcosa.
Ma deve trovare il suo fondamento. Che però dev’essere un altro, rispetto alla riva, presunta sicura, su cui stanno in piedi le persone.
Dev’essere un’ancora che regga in eterno.
Simon Pietro, senza rendersene conto, è già sulla via che porta a trovare questo fondamento.
È già in cammino verso la meta, quando il Signore lo manda al centro del lago: lì, dove l’acqua è più profonda.
Il predicatore della Parola di Dio si mischia nella vita dei pescatori.
Il suo consiglio inesperto, “Va’ dov’è più fondo!”, stupisce l’esperto. Comunque, ha lavorato tutta le notte senza prendere nulla.
Lavorare l’intera notte senza prendere nulla: ne sappiamo qualcosa. A me, come lavoratore da scrivania, succede più spesso che a pescatori propriamente detti. Quanto più si è concentrati sul successo, tanto più è probabile l’insuccesso. Alla scrivania, accade di fare la stessa esperienza dei pescatori: lavorare tutta la notte, senza aver capito, compreso, inteso niente ma proprio niente.
Per tutta la notte, restare svegli a pensare e non cavarne niente.
Niente che sia la soluzione; niente che si possa mettere su carta; niente che si possa presentare ai colleghi il giorno dopo.
È così alla scrivania del pastore, così come in molti altri luoghi, dove si fa quest’esperienza opprimente: lo zelo con cui si è agito non ha portato alcun successo! C’è da disperarsi.
Il figlio del carpentiere, che predica, lo fa muovere ancora, benché di pesca ne capisca davvero poco.
“Sulla tua parola”, dice Simon Pietro. L’artigiano berlinese direbbe, in tono leggermente imbronciato “Wenn se meenen, Mester…”, che corrisponde al romano “se lo dite voi, sor Mae’…”. E si rimette all’opera: esce con i suoi compagni, getta le reti e si meraviglia. Perché questa pesca è più che riuscita. Le reti rischiano di rompersi. La ricchezza del creato diventa visibile.
La parola del figlio di carpentiere, che predica, su cui Pietro, dopo una notte di lavoro vano, è uscito di nuovo (“se lo dite voi, sor Mae’…), questa parola è stata qualcosa di più di una dritta.
“Qui sono le forze robuste, la potenza inesauribile;
questo mostrano le creature, fatte dalla tua mano:
il cielo e la terra con tutta la loro schiera,
dei pesci il numero incalcolabile nel gran mare selvaggio.” (EG 302,3)
Qui dev’essere all’opera la forza creatrice.
E il predicatore di Nazareth è, in qualche modo, legato a questa potenza.
Dio era presente, allora, sul lago di Genezareth. Il Dio eternamente ricco, tra pesci e pescatori.
La pesca sovrabbondante che finisce nella rete di Pietro non scatena alcun giubilo in vista dei profitti, ma solo sgomento.
“Spavento aveva colto lui e tutti quelli che erano con lui”.
Invece di giubilo, spavento: spavento per l’inesauribile potenza creatrice di Dio!
I pescatori, che altrimenti avevano a che fare solo con altre creature (in modo darwiniano), creatura con creatura, adesso si imbattono nel Creatore.
“Qui sono le forze robuste, la potenza inesauribile;
questo mostrano le creature, fatte dalla tua mano”.
Lo sfondo divino del racconto si è spostato sul suo proscenio terreno. Sì, cara Comunità, può accadere.
Pietro, allora, s’inginocchia. Si getta ai piedi dell’uomo che, evidentemente, è legato al Creatore.
Comincia, anzi, no: non comincia a ringraziare, ma a incolpare se stesso.
«Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».
Invece di cercare la vicinanza creatrice di questo Gesù, Pietro mette distanza; la distanza che si addice a un peccatore di fronte al suo Creatore.
«Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».
La confessione di peccato di Pietro è, al tempo stesso, confessione della divinità di Gesù.
Ma è la cosa più sciocca che un peccatore possa fare, di fronte alle forze robuste e alla potenza inesauribile di Dio. Pio, ma sciocco!
Non “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”.
Ma “Signore, vieni da me, vieni vicinissimo, perché sono un peccatore!”. Questa sarebbe una confessione di peccato buona e vera perché utile. Al peccatore giova solo la presenza di colui che può vincere e perdonare anche il peccato.
Gesù non va via senza aver tolto la paura al peccatore né senza aver perso con sé Simon Pietro peccatore.
Di più: Simone era un pescatore. E i pescatori prendono i pesci.
Il peccatore Simon Pietro, da quel momento in poi, pescherà esseri umani. Finirà come apostolo.
Noi non siamo tutti apostoli né lo diventeremo. Ma diventare pescatori di esseri umani vuol dire avvicinare le persone e Dio e questo è anche il nostro obiettivo.
Che, facendolo, si abbiano “pesche” abbondanti come quella di allora al lago di Genezareth, Dio non l’ha promesso nemmeno a Pietro.
La categoria del successo e dei numeri è ben misera cosa, quando si tratta della gioia di incontrare Dio. Qui è un’altra categoria a risultare più appropriata: quella del miracolo.
La metafora della pesca di esseri umani è comunque ricca di contenuto.
Può condurre a fraintendimenti devastanti. Luca, qui, l’ha formulata apposta in modo più cauto di quanto abbiano fatto gli evangelisti Marco e Matteo.
Perché che persone finiscano nella rete o che restino attaccate all’amo come pesci non è volontà di Gesù! Questo lo sostengono solo gli ideologi. Che ci saranno sempre, anche tra i teologi. Purtroppo!
I veri pescatori di esseri umani sono quelli che lacerano le brutte reti che ci tengono prigionieri o in cui siamo rimasti impigliati. I pescatori di esseri umani alla sequela di Gesù sono gli agenti della libertà: della libertà creatrice di Dio.
A questa libertà siamo incoraggiati, in effetti, in ogni culto. E chi si fa incoraggiare ripetutamente, si distinguerà forse anche, in bene, da Simon Pietro, vale a dire nel fatto di non abbassarsi, ma di ridere di cuore perché, in nome di Dio, può ridere del proprio peccato.
In effetti, Simon Pietro avrebbe dovuto ridere sonoramente.
Per primo, della propria stoltezza: la sua consapevolezza del peccato voleva allontanare il Signore, proprio colui che è l’unico che possa liberare dal peccato!
Una battuta ironica malriuscita; una battuta su cui, dopo, si può solo ridere; dopo che Pietro da pescatore è diventato apostolo.
I pescatori prendono i pesci. Questa era la normalità, nella vita.
Da ora in poi, sono esseri umani. Pietro diventa pescatore di esseri umani, ma senza amo né rete, bensì solo con la parola.
Pescare con la parola: che ironia!
Ma stavolta, è un’ironia ben riuscita. Un’ironia che è venuta in mente al buon Dio stesso.
Su questo punto si può ridere liberati.
La Parola di Dio, la Parola di Gesù, detta dalla barca dondolante,
contro tutte le resistenze della ragione e della durezza di comprendonio umana,
porta a lacerare le reti.
E questo fanno fino ad oggi.
Amen.