Predica: II Corinzi 5, 17-21 Pastore Dr. Michael Jonas
17 Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove. 18 E tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione. 19 Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione.
20 Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio. 21 Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui.
Cara Comunità!
Che cosa vedete, quando guardate davanti a voi, nella nostra chiesa? In quale direzione guardate, quando meditate o pregate qui? Guardate al Gesù vivente, circondato d’oro, nel mosaico lassù in alto o al Gesù crocifisso in basso, sull’altare? Nella nostra chiesa potete scegliere, in certo qual modo. Ma, naturalmente, quello che mi interessa non è la direzione del vostro sguardo, qui in chiesa; è, invece, quale immagine di Gesù abbiate davanti a voi quando pensate a lui, quando ve lo immaginate, quando vi rivolgete a lui. Quale immagine interiore di Gesù abbiamo nel cuore?
C’è posto solo per il simpatico narratore di storie e guaritore della Galilea oppure c’è posto anche per colui che muore in Croce, passivo e sfinito? “Splendido Cristo” oppure “Agnello di Dio”?
E qui non si tratta di un’alternativa genuina o di questioni di gusto o della nostra singola situazione; ma si tratta se davvero il Gesù sofferente, misero, morente, anzi, morto abbia posto nella nostra idea di fede e, se sì, qual è.
Ci sono e ci sono sempre state correnti, nella Chiesa, che vogliono mettere in disparte queste immagini sgradevoli e sconvolgenti del Crocifisso; o che, almeno, vogliono evitare di metterle al centro.
Il Venerdì Santo come, in certo modo, piccolo contrattempo nella Storia, come episodio secondario sgradevole della narrazione di Gesù, come tappa sgradita dell’anno ecclesiastico.
La devozione del Venerdì Santo, la mistica della Croce, gli inni della Passione, l’idea di espiazione: tutto questo non è solo triste e deprimente, ma è patologico, dice l’accusa, e quindi è nocivo alla salute psichica delle persone.
E quindi, via le mani dal Venerdì Santo e via la Croce come immagine centrale della nostra fede e invece guardare fuori, alla Natura o a immagini più liete di Gesù?
Che cosa vede, quando guardate davanti a voi, nella nostra chiesa?
Proprio questa domanda, in una serata di poco tempo fa, ha portato a una discussione animata.
Si parlava, molto concretamente, di una chiesa di Roma, della più importante chiesa di Roma, di S. Pietro. Lì, proprio davanti a tutto, come sapete, c’è il cosiddetto altare della cattedra di Pietro, di Bernini.
Per quanto quest’altare sia, sotto il profilo artistico, indiscutibilmente grandioso, è discutibile sotto il profilo teologico: manca, infatti, il riferimento visivo a Cristo. Soprattutto, manca la Croce.
Ora, Papa Francesco, alcuni anni fa, fece collocare, sul piano dell’altare, una grande croce, che risaltava bene sul marmo nero.
E proprio questa croce accese una discussione animata in una serata, organizzata da giornalisti, cui ero stato invitato anch’io. Si disse come prima cosa che questa croce fosse un’innovazione molto positiva del papa, perché poneva finalmente il cenro della fede cristiana al centro dell’asse prospettico della basilica. Non la vedeva così una giornalista cattolica: l’immagine di un uomo morente non poteva essere al centro della nostra fede. Quest’immagine non si adattava a un Dio della vita. E così cominciò una grande discussione su tutte le croci, oltre S. Pietro. Era morboso e nocivo, sosteneva, avere davanti agli occhi un uomo morto. Altri giornalisti e teologi presenti obiettarono; e presto fummo dentro una discussione tesa sulla morte di Gesù, benché si trattasse di una cena a lume di candela nel periodo precedente il Natale: Venerdì Santo in Avvento.
L’atmosfera rischiò di rovinarsi. E la morte di Gesù fu occasione di scontro, molto lontano da ciò che abbiamo letto oggi in Paolo, che parla di riconciliazione. Questa parola importante compare tre volte nel nostro passo: “Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo”;
“[Dio] ha messo in noi la parola della riconciliazione”; “Vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio”. Sono belle frasi; frasi contro cui pressoché nessuno ha qualcosa in contrario.
Ci piace sentir parlare di riconciliazione. Abbiamo bisogno di riconciliazione: in questo mondo, tra di noi, con noi stessi e, magari, anche con Dio. Qui non si accenderebbe nessun contrasto, nemmeno da parte di atei. Da questo non nascerebbe alcuna discussione a tavola.
Dovremmo forse preferire parlare di riconciliazione per mezzo del buon Dio, invece che per mezzo di Gesù in croce, che, tra i tormenti mortali, porta il peccato dell’umanità?
Cristianesimo senza Croce?
Di fatto, nel nostro passo, tratto dalla II Lettera ai Corinzi, manca la parola “croce”. Né leggiamo di sangue, chiodi o corona di spine.
Abbiamo forse qui il punto di partenza di un cristianesimo senza Croce e senza idea di espiazione?
Cara Comunità, se consideriamo Paolo nel contesto, allora capiamo presto che, per lui, nulla funziona senza Croce ed espiazione. “Ma noi predichiamo Cristo crocifisso”, dice in modo chiaro, all’inizio della I Lettera ai Corinzi. E vede anche in modo chiaro l’effetto, foriero di conflitti, di quest’annuncio. La Croce deve apparire “scandalo” e “pazzia” (I Cor 1, 23-24).
“Dio lo [Gesù] ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue” (Rm 3, 25), scrive Paolo nel punto centrale.
Egli ha reso peccato, per noi, colui che non conosceva peccato.
Noi, quindi, non possiamo contrapporre riconciliazione ed espiazione!
Tutto, invece, dipende dal fatto che comprendiamo nel modo giusto, delineandone correttamente i contorni, la parola “riconciliazione” nella II Lettera ai Corinzi e nel giorno del Venerdì Santo.
1
La prima cosa che dobbiamo chiarire è chi qui si riconcilia con chi.
Pensando alla riconciliazione, ci vengono in mente, di solito, due partner con pari diritti.
Due colleghi hanno litigato, ma si riconciliano di nuovo dopo un chiarimento. Due amiche non si parlano più, ma, dopo un po’, decidono di andare oltre e si riconciliano. È così, o in modi analoghi, che immaginiamo la riconciliazione. Ognuna delle parti cede qualcosa; ognuna delle parti ammette errori; ognuna delle parti si tira un po’ indietro: così avviene la riconciliazione.
Non è così nel nostro caso sulla Croce! Perché qui, già solo tra le due parti coinvolte, c’è una gross differenza. Da una parte c’è Dio, dall’altra l’essere umano. Da una parte c’è il Creatore, dall’altra la creatura. Qui non si riconciliano due partner con pari diritti, che stanno sullo stesso piano. Perfino se lo volessimo, non potremmo semplicemente tendere la mano al Dio eterno, sommo.
E se ci domandiamo chi si veda attribuire colpe, allora qui soltanto una parte ne è interessata: l’essere umano, che si è allontanato da Dio; che, nel paradiso, ha colto il frutto proibito; che spregia i santi comandamenti di Dio; che è andato via dalla casa paterna, come il figliol prodigo o come in altre immagini della Bibbia che illustrano il peccato.
Qui non si fronteggiano due partiti, animati da ostilità. Dio non è mai stato nemico dell’essere umano. È stato l’essere umano a ribellarsi a Dio e ad allontanarsi da lui.
Il padre non ha mai dichiarato di essere ostile al figliol prodigo. Ferito e triste, lo ha soltanto aspettato.
Care sorelle e cari fratelli, l’equivoco è unilaterale! E anche il ripristino della relazione interrotta è unilaterale. Proviene da Dio. Dio era in Cristo e riconciliò il mondo con se stesso.
Il soggetto della riconciliazione è Dio! Sulla Croce, ad agire è Dio, non l’essere umano.
Tutto dipende dal fatto di riconoscere chi qui sia il soggetto e chi sia l’oggetto della riconciliazione.
Dio stesso, nell’evento della Croce, di sua sponte ha risolto l’ostilità dell’essere umano peccatore, ha vinto la sua ribellione e lo ha posto in rapporto giusto e salvifico con se stesso.
Questa riconciliazione cambia noi esseri umani; ma non cambia il Dio eterno!
Paolo non conosce un cambiamento di umore, per mezzo della Croce, di un Dio fino ad allora irato. L’evento della Croce ha come conseguenza che ora i riconciliati vengono salvati nel giudizio d’ira venturo. Questo è il cambiamento! Questa è la trasformazione che il Venerdì Santo reca con sé. Non c’è cambiamento d’umore di una divinità assetata di vendetta o di sangue!
Il Dio eterno era in Cristo e prende il castigo su di sé; e noi poveri peccatori siamo liberi, riconciliati, abbiamo pace con Dio. Sulla Croce, ad agire è Dio, non l’essere umano!
E, vedete, ciò è importantissimo, quando guardiamo al Crocifisso.
Lì vediamo, appunto, non la creatura sofferente, ma Dio stesso.
Lì vediamo, appunto, non un essere umano come te e me, che si sacrifica, ma Dio stesso che viene incontro, fino all’estremo limite, al suo creato caduto, votato alla morte.
Sulla Croce, non vediamo l’umanità disperatamente sfinita, di cui magari si gode in modo sadico, ma vediamo il Figlio di Dio che scende in fondo all’abisso della condizione di perdizione e di malvagità per trasformarla, per fare nuove tutte le cose.
Sulla Croce, non fissiamo lo sguardo su un uomo morto, per rabbrividire o per arrenderci di fronte alla crudeltà, ma riconosciamo che Dio era in questo Gesù di Nazareth per portarci a casa con lui, per quanto noi possiamo essere precipitati in basso.
La Croce, pertanto, è segno di salvezza, non monumento alla crudeltà.
2
Chiariamo ora da che cosa dobbiamo essere salvati e perché dobbiamo essere riconciliati da Dio.
Riguardo al peccato, cui pensiamo adesso, immaginiamo singole azioni. Abbiamo sbagliato a fare alcune cose, non tutto! Falliamo di continuo. Ma tutto questo non corrisponde all’immagine biblica del peccato.
Il peccato è essere; non è azione.
Ciò che, in noi umani, è malato e va storto non sono singole azioni che deragliano, ma è il nostro intero essere.
Paolo, nel peccato, non vede questo o quello sbaglio, ma vede una potenza che ci domina; potenza che ci rende schiavi; potenza che dimora in noi e occupa il centro della nostra persona.
L’essere umano, quindi, è peccatore non solo nel suo fare ed agire, ma lo è in modo complessivo, totale nel suo essere ostile a Dio e lontano da Dio.
Il fatto che a questo essere umano sia stato tolto il peccato; che l’essere umano possa sgravarsi di tale peccato come di un peso: tutto questo, per Paolo, è inconcepibile.
Poiché il distanziamento dal peccato potrebbe essere, per il peccatore, solo distanziamento da se stesso. Annullamento della realtà del peccato può soltanto voler dire che l’essere umano completo stesso è stato annullato per far posto a un essere umano nuovo fin dalle fondamenta!
Separazione del peccatore dal suo peccato: questo dev’essere un evento di morte e resurrezione, di rovina e nuova creazione! Ed è proprio questo che avviene nel Venerdì Santo!
E proprio questo ci guida all’inizio del nostro passo biblico di oggi:
“Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura.”
Nel Venerdì Santo, non ci vengono tolti soltanto alcuni errori commessi; sulla Croce, non viene pacificato un Dio della vendetta irato: il Venerdì Santo, veniamo ricreati in modo nuovo; veniamo posti da Dio in luce nuova; riceviamo una bussola interiore non influenzata dal peccato.
Paolo può nominare insieme riconciliazione, espiazione e nuova creazione perché, per lui, esse si integrano, si includono e si illuminano a vicenda.
Questo è il suo sguardo puntato sul Crocifisso! È uno sguardo ardito, ammettiamolo!
Uno sguardo puntato sugli abissi; ma non è uno sguardo cupo, fatalista.
E il nostro sguardo? Paolo, oggi, ci esorta: “siate riconciliati con Dio!”.
E ogni sguardo puntato sulla Croce, qui a S. Pietro o altrove, ci dirà lo stesso.
La Croce non ti tira in basso, ma ti rialza mettendoti dritto.
La Croce non ti fa malato, ma salvo e sano.
La Croce non è segno di fine, ma, sempre, di nuovo inizio.
Amen.