Marco 8,1-9
1 In quei giorni c’era di nuovo una folla grandissima, e poiché non avevano da mangiare, Gesù,
chiamati a sé i discepoli, disse loro: 2 «Io ho pietà di questa gente; poiché da tre giorni sta con me
e non ha da mangiare. 3 Se li rimando a casa digiuni, verranno meno per strada; e alcuni di loro
sono venuti da lontano». 4 I suoi discepoli gli risposero: «Come si potrebbe mai saziarli di pane
qui, in un deserto?» 5 Egli domandò loro: «Quanti pani avete?» Essi dissero: «Sette». 6 Egli ordinò
alla folla di accomodarsi per terra; e presi i sette pani, dopo aver reso grazie, li spezzò e li diede ai
suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. 7 Avevano anche pochi
pesciolini; ed egli, dopo averli benedetti, comandò di distribuire anche quelli. 8 Così mangiarono e
furono saziati; e dei pezzi avanzati si raccolsero sette panieri. 9 Erano circa quattromila persone.
Poi Gesù li congedò.
Ce n’è a sufficienza per tutti; nessuno resta affamato, tutti vengono saziati. Ne resta addirittura un
po’. Ne sappiamo qualcosa, cari Sorelle e Fratelli. Quando organizziamo una festa, si prepara cibo
in abbondanza, talvolta anche troppo, come sta accandendo adesso all’Oktoberfest di Monaco, che
termina oggi. Mangiare e bere sono importanti, specialmente qui in Italia. Dopo, lo sperimenteremo
ancora una volta, insieme. Insieme, mangeremo le zuppe preparate da diligenti volontari, uomini e
donne. Formeremo una lieta comunione in giardino; ce ne sarà a sufficienza per tutti e, forse, ne
resterà qualcosa, anche se non è detto. Mangiate pure tutto!
Doni in abbondanza. Anche il nostro altare è adornato a festa e dà un’idea di ciò per cui oggi
diciamo grazie. Ringraziamo Dio per la benedizione abbondante che dona al mondo. Possiamo
rallegrarci del creato, ogni giorno di nuovo. Rallegrarci delle piante, anche qui in giardino, che
formano il giardino delle piante della Bibbia; rallegrarci degli animali, dell’acqua, di cui abbiamo
disponibilità in abbondanza. Qui a Roma, i nasoni danno acqua in innumerevoli posti. Considero
sempre come qualcosa di grande e di niente affatto scontato, specie nelle giornae calde, che ci siano
tanti posti, in questa città, dove riempire le bottiglie d’acqua. Sono tanti i beni di cui viviamo giorno
dopo giorno. Sono tanti i motivi di essere grati. Oggi, festa di Ringraziamento per il Raccolto,
questo concetto è centrale.
La nostra gioia per il creato, però, non è senza nubi. In essa si mescolano preoccupazioni.
Preoccupazioni per la conservazione dei fondamenti della nostra vita; preoccupazioni per il
riscaldamento globale, che avvertiamo sempre più chiaramente; preoccupazioni per l’acqua che
diventa sempre più scarsa in molte parti della Terra; preoccupazioni per specie vegetali e animali
che si estinguono. Basso livello idrico in Germania; preoccupazioni per il risultato del raccolto dopo
lunghi periodi di siccità; le temperature in aumento ogni anno nei nostri Paesi: tutto questo non si
può mancare di considerarlo. Il Ringraziamento 2026 ci pone in un’ambivalenza, a metà tra la gioia
per il creato e le preoccupazioni riguardo a come agire, in modo responsabile, verso questo grande
regalo. Ad essere colpiti sono soprattutto l’Africa e il Sudest asiatico, dove molte persone soffrono a
causa di siccità, alluvioni e guerre. Lo squilibrio globale crescente è un problema molto grosso. Il
Segretario generale dell’ONU, António Guterres, lo ha ricordato di nuovo, proprio questa settimana,
alla comunità degli stati, nel quadro del dibattito generale all’ONU. Lo 0,001% della popolazione
possiede circa tre volte la ricchezza complessiva della metà dell’umanità più povera. Un divario
incredibile. L’accesso impari a istruzione, assistenza sanitaria, abitazione, acqua potabile e
alimentazione pone domande fondamentali alle strutture globali, politiche ed economiche. Nella
nostra gioia per i buoni doni di Dio dobbiamo anche tenere d’occhio che tra i nostri compiti c’è una
giusta ripartizione delle risorse e un rapporto responsabile verso il creato, che ci è affidato.
Questo ci conduce al nostro testo per la predicazione della domenica odierna. Si trova nel Vangelo
di Marco. Narra una storia in cui tutti furono saziati. L’abbiamo ascoltata prima, come lettura del
Vangelo. Una gran folla si è radunata; tutti hanno fame. Immaginiamo una grande massa di persone,
di bambini affamati in Somalia o in Sud Sudan e avremo un’idea più concreta di ciò di cui si tratta.
Gesù non può stare a guardare. La cosa lo copisce al cuore e vuole assolutamente trovare il modo di
aiutare. Questo è sottolineato in modo molto chiaro all’inizio del racconto. Gesù vuole che le
persone siano sane nel corpo e nell’anima. Alla lettera, in modo del tutto concreto. Perciò non dice
alla folla che ha fame che le cose andranno meglio nel regno di Dio e che devono solo avere
pazienza. Descrive in modo chiaro la situazione di queste persone ai suoi discepoli: sono tre giorni
che non hanno niente da mangiare; se ora si mettessero in cammino per ritornare a casa,
collasserebbero per strada. Non possiamo permetterlo. Dobbiamo fare qualcosa per mitigare la
sofferenza di queste persone. Gesù ha empatia, vuole toglierli dallo stato di necessità, vuole far
finire la sofferenza.
Come cristiani, agiamo su incarico e nella sequela di Gesù, quando ci occupiamo dei persone che
soffrono. Lo fanno grandi organizzazioni umanitarie, come Brot für die Welt e Caritas; lo fanno
inziative di Sant’ Egidio, della luterana CELI e della Chiesa valdese. È importante sostenere questo
lavoro di organizzazioni cristiane che s’impegnano contro la fame nel mondo. È importante
costruire strutture che s’impegnano contro l’ingiustizia che grida. La com-passione di Gesù con le
persone affamate offre per questo un fondamento biblico importante. La situazione che illustra ci
sfida a impegnarci per le persone che soffrono per situazioni gravi nel nostro ambito concreto.
Naturalmente, spesso è più facile dichiararsi non competenti, alla lettera distogliendo lo sguardo
dalle persone che ci chiedono l’elemosina, che vivono in strada e che non hanno da mangiare a
sufficienza. Gesù, nel racconto che costituisce il nostro testo di predicazione, non l’ha fatto. Ha visto
lo stato di necessità, che lo ha commosso, e ha procurato l’aiuto.
Ma come rendere sazia questa gran folla? Questa è la domanda dei discepoli, preoccupati, nel
proseguimento del testo. Vedono i problemi pratici. Siamo qui, con una gran folla, in mezzo al
deserto: come potremmo organizzarci per dare da mangiare a una tale folla? Non c’è soluzione per
l’approvvigionamento. Anche noi, presumibilmente, ci saremmo poste queste domande. Gli
argomenti adeguati si trovano presto. Infine, non possiamo modificare le strutture di questo mondo,
che cosa possiamo fare già; non possiamo vincere la povertà e la mancanza di un tetto, che vediamo
giorno dopo giorno intorno a noi. Quindi, non ci proviamo nemmeno, tanto non porta a niente.
Così parlano anche i discepoli di Gesù, nella nostra storia. Dicono: che cosa possiamo fare contro
questa miseria? Come mitigheremo la fame di così tante persone? Non possiamo cambiare le cose;
prendiamole sono. È lamentevole che queste persone soffrano la fame, mentre altri vivono nella
sovrabbondanza. E noi possiamo continuare: è triste vedere quanto ci voglia per far riconoscere
come scopi un’economia sostenibile e la protezione del clima, irrinunciabili per un ordine
economico giusto ed ecologico. È frustrante sperimentare quanto l’impegno e le buone idee
continuino ad affondare nella palude degli interessi particolari e delle lotte politiche. I problemi
sono grandi; i nostri mezzi e le nostre forze, invece, sono scarsi: dove attingeremo il coraggio e la
fiducia per affrontare i compiti da risolvere per salvare la Terra e farne un luogo giusto e a misura di
umanità per tutti?
I discepoli si assumono la parte dell’incertezza e dello scoraggiamento che sopraffanno, di tanto in
tanto, ognuno di noi, uomo o donna, quando mettiamo le nostre possibilità contro ciò che sarebbe
necessario fare per volgere in bene ciò che è nel male. Come farlo?, sospiriamo, insieme coi
discepoli. Così tante persone affamate e disperate, in cerca di una vita migliore. Ci vuole troppo
tempo, prima di arrivare a prendere misure per fermare il riscaldamento climatico: come possiamo
contrastarlo con le nostre forze limitate? Si può ben perdere la pazienza e chiamare ad azioni
immediate, come fanno gli attivisti, che, con azioni spettacolari, intendono forzare le orribili
ingiustizie e la mancanza di disponibilità per costringere a fare finalmente il necessario. Ciò non è
sempre sensato e spesso non è nemmeno coronato dal successo. Ma scuote e mette davanti agli
occhi la necessità urgente di fermare l’ingiustizia e il cambiamento climatico, che ci minaccia tutti.
Torniamo al nostro testo per la predicazione. Gesù non contesta la situazione della grande folla in
mezzo al deserto. Ci sono sette pani: devono bastare, questa è la sua reazione. E ancora meglio: ne
avanza così tanto da doverlo raccogliere e alla fine si riempiono sette ceste. A sufficienza per saziare
un numero ancora più grande di stomaci affamati. Il problema di dar da mangiare a qualche
migliaio di persone è risolto con uno schioccar di dita. Da far impallidire i professionisti
dell’organizzazione dei grandi eventi. Le grandi organizzazioni umanitarie si rallegrerebbero, se
fosse così facile risolvere i problemi. E anche per i nostri diligenti aiutanti della nostra comunità
sarebbe bene poter organizzare una festa in modo così scevro di problemi.
Ma come si accorda, questo, con la realtà che viviamo giorno dopo giorno? Nel racconto non si
gonfia un po’ la faccenda del miracolo del cibo dato alla folla? Devono essere state proprio alcune
migliaia di persone? Non potrebbero essere state di meno? Saziate grazie a pochi pani: non è
esagerato? Ne avanzano, addirittura: non si esagera, qui, nel tendere la corda?
Non va trascurato, cara Comunità, che la storia del cibo distribuito a così tante persone, grazie a
qualche pane, irrita. Non sembra accordarsi col nostro mondo, che chiede argomentazioni razionali
e fatti comprovabili. E così, racconti come questo procurano spesso, a noi gente illuminata, più
rovelli che gioia. Come rapportarsi a una storia così particolare? Si deve affermare, ostinatamente,
la sua verità, al motto di “dev’essere andata così, si deve crederlo”? In questo caso, ci ritireremmo in
un ambito speciale, in cui vigono regole diverse d quelle del “mondo là fuori”. Ma, come cristiani,
viviamo in mezzo al mondo; abbiamo un messaggio da consegnare, destinato a cambiare il mondo.
Come si accordano con questo le storie di azioni straordinarie di Gesù?
Non a caso, il grande teologo e predicatore berlinese Daniel Friedrich Schleiermacher vide, nei
racconti di miracoli del Nuovo Testamento, un pericolo per la fede. Espresse questo concetto nella
famosa frase: “Il nodo della storia deve disfarsi così: il cristianesimo con la barbarie e la scienza
con l’incredulità?”. Schleiermacher si vide davanti il problema che i miracoli della Bibbia sono
raccondi difficili. Secondo la sua opinione, sono fatti per suscitare la derisione della scienza. Perciò
raccomandava di assegnare alla fede un ambito proprio, indipendente dalla scienza, perché solo così
fede e scienza potevano essere poste in relazione appropriata. “Senso e gusto per l’infinito”: così
descriveva la religione. Essa ci mostra come il mondo possa essere, non come viene descritto coi
mezzi della scienza esatta.
Schleiermacher ha sottolineato, a ragione, che i racconti di miracoli sono narrazioni affascinanti
della Bibbia. Ci insegnano a vedere il mondo con altri occhi. Ci invitano a considerare le nostre
stutture e istituzioni non come consolidate e immutabili, ma come ordinamenti, modificabili, fatti
dagli esseri umani, che necessitano di miglioramenti. Questi racconti ci chiamano a impegnarci
affinché il mondo diventi migliore e più giusto. Nel nostro testo per la predicazione, ciò avviene
perché Gesù non permette che la domanda dei discepoli su come sfamare la gran folla nel deserto lo
trattenga dal condividere il pane presente. Si potrebbe dirla anche così: se affrontiamo le cose,
possono venirne fuori cose stupefacenti. Molto più di quel che noi stessi avremmo pensato; molto
più di quel che noi stessi ci saremmo attesi.
L’episodio narrato dal nostro testo ci mostra che la misericordia verso coloro che sono bisognosi, il
condividere quel che c’è, il confidare nella forza trasformatrice della nostra azione, possono operare
grandi cose. Non dobbiamo domandare, disperati, se l’impegno valga la pena. Dobbiamo, invece,
confidare che possiamo cambiare in meglio il mondo e che esso possa divenire un luogo in ci
regnino giustizia e misericordia.
L’episodio del cibo distribuito alla gran folla ci mostra anche che le strutture fatte dagli esseri umani
non sono leggi immutabili cui dobbiamo adeguarci. Rende chiaro che occhi e orecchi aperti alle
emergenze di questo mondo, fiducia e fattività possono operare cose stupefacenti. Prendiamolo
come spunto per riprendere coscienza, in modo nuovo, che la giusta ripartizione del cibo e
dell’istruzione per tutti gli esseri umani sono nostro compito. Non diciamo che i problemi sono
troppo grandi e che non possiamo fare nulla per contrastarli con le nostre poche forze. Confidiamo,
invece, che la visione di un mondo giusto può causare cambiamenti, se cominciamo a metterla in
pratica con azioni concrete. Prendiamo spunto dal Ringraziamento 2026 per rendere efficace la
ricca benedizione, che Dio ci ha donato, nel mondo e ovunque ne abbiamo occasione.
Amen.