XVII Domenica dopo Trinitatis – Prof. Dr. Jens Schröter

Matteo 15,21-28

21 Partito di là, Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidone. 22 Ed ecco, una donna cananea di
quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide! Mia figlia
è gravemente tormentata da un demonio». 23 Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli si
avvicinarono e lo pregavano dicendo: «Mandala via, perché ci grida dietro». 24 Ma egli rispose: «Io
non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele». 25 Ella però venne e gli si
prostrò davanti, dicendo: «Signore, aiutami!» 26 Egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli
per buttarlo ai cagnolini». 27 Ma ella disse: «Sì, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle
briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le rispose: «Donna, grande è la
tua fede; ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita.
Come avreste reagito, care Sorelle e Fratelli, se fosse stati liquidati così bruscamente? Avreste avuto
resistenza interiore a sufficienza, resilienza a sufficienza per sopportare un rifiuto simile? Oppure vi
sareste ritirati, delusi e tristi, magari anche arrabbiati?
Il testo per la predicazione odierna pretende qualcosa da noi. Mette a dura prova la nostra immagine
di Gesù. E soprattutto è disturbante. Abbiamo ascoltato il testo poco fa, come lettura dal Vangelo.
Facciamoci un quadro chiaro di che cosa avviene, qui. Gesù incontra una donna cananea, cioè una
donna non ebrea. Al primo impatto, ciò non suona particolarmente eccitante. Ma gli ascoltatori,
uomini e donne, dei tempi di Gesù hanno subito visto uno scontro culturale. La religione ebraica e
quella pagana collidono direttamente. Che si tratti di una donna cananea inasprisce la collisione.
Israele e Canaan: questa contrapposizione è ancorata in profondità, nella storia d’Israele; infine, il
popolo, come racconta la Bibbia, aveva conquistato la terra che Dio gli aveva promesso scacciandone
i cananei.
Ma anche ciò che avviene tra Gesù e la donna cananea è disturbante. La donna chiede aiuto a Gesù.
Guarisca sua figlia, che sta molto male. Lo prega di avere pietà di lei; si rivolge a lui chiamandolo
addirittura Signore e Figlio di Davide. Ma non serve a nulla. Gesù la respinge bruscamente. Non è
per te che sono qui, si potrebbe riassumere la sua risposta. Sono inviato a Israele, non a tutti e a ogni
singolo individuo.
Ed ecco che qui ci si ripresenta il ragionamento per contrapposizioni, in categorie predeterminate,
riposte in cassetti. Noi e loro. Anche oggi, Israele è lacerato da tali contrapposizioni. Israeliani e
palestinesi. Ebrei e musulmani. Gli eventi degli ultimi anni, a partire dal terribile attentato di Hamas
il 7 ottobre 2023, hanno arrecato grande dolore a molte persone che vivono nella regione o che vi
hanno vissuto e che sono state vittime di attacchi assassini. E la pace sembra sempre più lontana.
Che cosa facciamo con un testo siffatto, allora? Come ci rapportiamo a ciò che Gesù dice alla donna,
cioè che egli non abbia niente a che fare con lei? Discriminazione e separazione sono quindi di nuovo
accettabili in società? L’AfD, in Sassonia-Anhalt, ha annunciato che vieterà il diritto di asilo nelle
chiese, affinché i migranti non possano sottrarsi alle espulsioni cercandovi rifugio. Le Chiese hanno
reagito dicendo di voler spostare il diritto di asilo ecclesiastico in altri Länder per proteggere le
persone interessate. La Linke, che ha vinto le elezioni a Berlino ha, per dirla con un eufemismo, un
problema di antisemitismo. Ci sono zone della città in cui è meglio non farsi riconoscere in pubblico
come ebreo, uomo o donna. Alcune famiglie ebraiche preferiscono mandare a scuola i figli in zone
lontane della città, piuttosto che esporli al rischio di essere bullizzati come ebrei o addirittura
aggrediti. Questo in Germania, nel 2026. In Italia, la situazione, nella sua essenza, non è diversa. Di
recente, a Milano, un rabbino è stato aggredito mente era alla fermata dell’autobus e non è un caso
isolato. Sempre di nuovo, anche qui ebrei vengono offesi in pubblico e istituzioni ebraiche vengono
imbrattate con scritte filopalestinesi.
Noi contro loro. Tedeschi contro migranti. Europei contro africani. Cristiani contro musulmani.
Musulmani contro ebrei. Cristiani contro ebrei. Ci limitiamo a guardare, mentre le persone vengono
suddivise in tali categorie, mentre vengono giudicate in base alla loro provenienza, al loro aspetto, a
ciò in cui credono? Rapportandoci a loro come se non avessero alcun posto tra noi, se non sono come
noi?
«Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele», dice Gesù alla donna.
Israele e gli altri popoli, i gentili: è questa la suddivisione alla base della risposta. Ma, naturalmente,
non è una risposta che si possa strumentalizzare semplicemente per discriminare persone di altra
fede o altra provenienza. Dietro questa risposta c’è, invece, la promessa che Gesù adempia le
promesse di Dio al suo popolo Israele. Dio ha scelto Israele, gli ha promesso la sua salvezza, gli ha
promesso di proteggerlo e custodirlo in tutte le sue vie. Il Vangelo di Matteo, da cui è tratto il testo
della predicazione, torna a sottolineare a più riprese che con Gesù queste promesse vengono
compiute. Gesù è colui che fu annunciato dai profeti, nella cui opera è esperibile la salvezza di Dio
per il suo popolo, quando gli affamati vengno saziati, le persone tristi vengono consolate e i malati
vengono guariti. Dio era in mezzo a loro: le persone lo hanno avvertito, incontrando Gesù. E hanno
detto: dev’essere così, se Dio istituisce il suo regno in questo mondo. Qui, nell’agire di Gesù,
possiamo gia assaporarlo, odorarlo, toccarlo nella nostra vita quotidiana. Non discriminazione, ma
la salvezza di Dio: era questo che Gesù aveva recato alle persone.
Ma ora c’è quest’incontro con la donna cananea. Come si adatta al quadro? Gesù sembra proprio
troppo sotto pressione per il fatto di essere interpellato da qualcuno che non appartiene a Israele. La
sua risposta forse non intendeva allontanare, benché possa sembrare così all’ascolto. Figlio di Davide:
lo sono per Israele e non per tutti gli altri esseri umani. Ma la donna non si fa smuovere. Vede le cose
diversamente. Gesù, pensa la donna, è colui che compie anche le nostre aspettative. Con lui, ha
termine, finalmente, anche tutta la sofferenza che ci tormenta ogni giorno. Gesù può guarire malattie,
anche quelle che sembrano inguaribili. Lui, soltanto lui, potrà aiutare anche mia figlia, che è
tormentata da uno spirito malvagio. Il fatto che fosse ebreo, per la donna non era motivo che mettesse
in dubbio questo convincimento.
Non sappiamo come la donna sia giunta all’idea di vedere proprio nell’ebreo Gesù colui che poteva
risolvere la sua situazione di necessità. Ma vediamo che non si è peritata di andare dove sperava di
trovare aiuto. Come molte persone che sono tormentate da una malattia insidiosa, che non hanno
speranza che la loro vita abbia una svolta positiva, che sono disperate di fronte agli sviluppi
preoccupanti intorno a noi. Si è messa in cammino, come anche persone si mettono in cammino per
venire da noi, perché sperano di essere accolti gentilmente da noi e trovare una prospettiva di vita, un
contesto in cui possano sentirsi a loro agio. Non dobbiamo dimenticare che noi tutti possiamo finire
in una situazione in siamo rimessi all’attenzione amorevole e al sostegno di altri.
La donna non si fa smuovere. La risposta di Gesù non è, per lei, motivo per rinunciare. Questo è un
altro tratto degno di nota del nostro racconto. Si prostra davanti a lui e lo prega insistentemente di
aiutarla. Si abbassa, alla lettera, davanti a lui, tanto è importante, per lei, che la figlia riceva aiuto. E
noi possiamo ben capire come si debba essere sentita. Che Gesù possa aiutarla, per lei non è in
discussione. L’aiuto è così vicino: deve solo convincerlo a superare la sua idea di essere inviato solo
a Israele.
Ma le cose vanno diversamente, almeno all’inizio. L’apice dell’episodio è il dialogo tra Gesù e la
donna. Non si deve togliere il pane ai figli per gettarlo ai cani, deve sentirsi dire la donna da parte di
Gesù. Suona tremendo. Un’umiliazione, un insulto, un’offesa. Perché lo fa, Gesù? Cambiamo
prospettiva. Come ha percepito, Gesù, l’insistenza della donna? Magari avrà pensato: perché è così
insistente? Perché non capisce che sono un ebreo che opera nel proprio popolo? Io non entro nella
casa di una gentile: sarebbe contro le prescrizioni sulla purità, deve capirlo. Perché vuole spingermi
a fare qualcosa per cui io, uomo ebreo, non ho né un incarico né le capacità?
Gesù pensa e agisce da ebreo del suo tempo. Nessuno può rinfacciarglielo. È, invece, qualcosa che ci
aspettiamo da lui. Era parte di questo che fosse all’altezza del suo compito di essere qui per il suo
popolo. Era parte di qeusto anche che operasse una distinzione tra il suo popolo ebraico e gli altri
popoli. Anche questo non può rinfacciarglielo nessuno. Eppure, il paragone tra figli e cani è
degradante, addirittura sconvolgente. Perché Gesù parla così a questa donna? Possiamo cercare di
chiarire la situazione, di metterci nella situazione di Gesù che non sapeva più come liberarsi di questa
donna. Ma possiamo anche farlo partendo dalla situazione del Vangelo di Matteo, in cui è inserita
questa storia. Il Vangelo di Matteo vuole mettere davanti agli occhi, in modo molto chiaro, che Gesù
è davvero colui con cui si sono compiute le promesse fatte a Israele. Di continuo vi si dice che, nella
vita e nell’opera di Gesù, è accaduto qualcosa che ha portato a compimento la Scrittura. La vita di
Gesù, dalla nascita fino alla resurrezione, è compresa nel modo giusto solo se viene vista alla luce
delle promesse di Dio a Israele. Questo, nel Vangelo di Matteo, viene sottolineato sempre di nuovo.
Anche il fatto che Gesù, nel nostro racconto, insista, con l’immagine dura dei figli e dei cani, di essere
inviato a Israele, fa parte di questa caratteristica del Vangelo di Matteo.
Il vero punto cruciale del racconto, però, non l’abbiamo ancora raggiunto. Questo punto consiste nel
fatto che la donna non si è indignata per ciò che ha sentito dire da Gesù. Invece, l’accetta, addirittura
se ne appropria e controbatte subito. La sua risposta si potrebbe parafrasare così: perfino se pensiamo
all’immagine dei figli seduti a tavola e dei cani che si aggirano sotto di essas, allora devi ammettere
che i cani colgono al volo ciò che cade dalla tavola. Una risposta molto arguta, pronta! Si potrebbe
tradurla anche così: non lascio andare il paragone. L’immagine è interpretabile anche in modo diverso.
Si potrebbe tradurla anche così: so che sei ebreo, che ti curi in primo luogo e soprattutto del tuo
popolo. Lo capisco e lo accetto. Ma sono convinta che la salvezza che tu porti raggiunge anche noi
non ebrei. Che sia importante anche per noi, perché anche noi abbiamo bisogno di salvezza,
consolazione, aiuto. Tu li hai portati e anche noi possiamo profittarne, anche se non siamo ebrei.
Gesù è profondamente sorpreso. Non aveva fatto i conti con questo. E per lui è chiaro che la donna
ha capito qualcosa che non era chiaro neanche a lui. Ha capito che è venuto davvero per portare la
salvezza di Dio a tutti gli esseri umani. Naturalmente, in primo luogo al popolo ebraico. Questo, la
donna non lo mette per niente in dubbio. Ma questa salvezza si spinge oltre. Ora, anche Gesù lo
capisce. E quindi questa storia è unica, non ultimo per il fatto che rappresenta un processo di
apprendimento da parte di Gesù. Questo processo di apprendimento termina quando dice che la
grande fiducia che la donna ha in lui è la causa della guarigione di sua figlia. O donna, le dice Gesù,
la tua fede è davvero grande. È stupefacente, proprio travolgente. Questa fiducia in me e nel Dio che
annuncio ha fatto sì che tua figlia fosse guarita dalla sua possessione maligna.
Una storia stupefacente. Stupefacente perché ci mostra una donna non ebrea che ha una fiducia
talmente grande nell’ebreo Gesù da non farsi distogliere dal chiedergli aiuto per sua figlia, da non
farsi scoraggiare da un rifiuto brusco e nemmeno da un paragone degradante. Questa fiducia, questa
fede della donna è notevole anche perché mostra che Gesù veniva considerato, anche da non ebrei,
come qualcuno da cui aspettarsi aiuto e guarigione per le loro vite. Questo non è assolutamente ovvio,
perché Gesù operava nel nome del Dio d’Israele. Persone come la donna cananea lo riconoscevano,
rivolgendosi a Gesù.
Ma questa storia è stupefacente anche perché ci mostra Gesù come uno che è egli stesso capace di
apprendere e svilupparsi. Gesù, in questo episodio, passa per un processo di conoscenza. All’inizio, è
ancora dell’idea che non sia compito suo esserci per i non ebrei. Alla fine, non è più così. Gesù, adesso,
capisce che riconoscono lui e il Dio nel cui nome opera anche persone da cui non si sarebbe aspettato
tale riconoscimento. Questo, constata Gesù, è decisivo affinché la loro vita sia salvata.
Che cosa possiamo portare con noi di questa storia, oggi, cari Sorelle e Fratelli? Possiamo portare
con noi che fiducia, coraggio e speranza sono più importanti di provenienza, lingua e status sociale.
Possiamo apprendere da questo che la fede cristiana dei primi tempi era aperta a tutti gli esseri umani,
anche a quelli inizialmente lontani. Possiamo, infine, trarne l’idea che la fede cristiana è radicata nelle
Scritture e tradizioni ebraiche e che resta inscindibilmente legata ad esse. L’ebreo Gesù si è lasciato
convincere che anche non ebrei confidassero in lui come nell’inviato di Dio. Questo non cambia il
fatto che egli fosse ebreo e che lo restasse, naturalmente, anche dopo l’incontro con la donna cananea.
Ma Gesù ha visto, e noi vediamo con lui, che la fiducia in lui aveva prodotto cerchi ampi,
raggiungendo persone da cui non ci si sarebbe assolutamente aspettati questo e da cui Gesù questo
non se lo aspettava. Possiamo formulare il concetto anche così: la fede cristiana è aperta a persone di
provenienza diversissima. Può aiutare le persone e rendere salva la loro vita, anche oggi, anche qui
da noi. Alla fine del Vangelo di Matteo, Gesù risorto manda i discepoli a tutti i popoli, per battezzarli
e insegnargli ciò di cui egli ha incaricato i discepoli. Tale compito colloca l’episodio dell’incontro tra
Gesù e la donna cananea in una luce nuova. In questa luce, possiamo leggerlo oggi, come storia della
fede cristiana che dobbiamo portare nel mondo, affinché esso diventi un luogo più luminoso e gentile.
Amen.

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